La chiave della felicità è trovare il nostro posto nel mondo del lavoro?
Una rilettura di Ipotesi di una sconfitta e Di cosa viviamo.
Sembra sia una scansione dell’essere umano come creatura che lavora a connotare il senso della normalità dell’Antropocene; o almeno questo è il quadro – desolante, o rassicurante nella sua desolazione? – che due romanzi europei, (ri)letti in questa estate apocalittica, sembrano costruire.
Il romanzo autobiografico – più che autofinzionale – di Giorgio Falco del 2017, Ipotesi di una sconfitta (Einaudi Stile libero), contorna la ricerca del lavoro, nella Milano da bere della fine degli anni Novanta, di una serie di esperienze sospese di cui si ha sempre la sensazione che non rimanga nulla di umanamente recuperabile, o significativo. Prima o poi avrei dovuto affrontare la vita, incominciare a lavorare seriamente, era quello il destino di un uomo: così il protagonista abbandona l’università, confeziona spillette, vende abbonamenti ai quotidiani, scrive improbabili note sui prodotti dei supermercati. Lo sfondo è una Milano periferica e asfittica, dominata dall’ascesa della nefasta progenie berlusconiana dei magazzini, dei depositi, dei casermoni sulla tangenziale; la profusione dei lavori cercati e svolti da Falco instaura con il tempo un rapporto intimo. Ogni capitolo, un’esperienza: ed è concretamente difficile individuare quale tra questi lavori (né mestieri, né professioni; non c’è nulla di realmente qualificante nel turbinio di contratti) possa definirsi appagante, men che meno dal punto di vista economico – o contributivo. Stride in maniera evidente il confronto con il padre, che aveva invece conformato la sua stessa definizione di individuo al lavoro svolto per tutta una vita nei trasporti pubblici milanesi, la mitologica ATM. Uno iato generazionale, quello padre-figlio, che diventa scarto; l’esistenza del progenitore, circoscritta alla professione svolta, allo specchio con quella del discendente, che delimita la propria attraverso l’inutilità antropologica dei lavoretti. Non può mancare tra le esperienze, naturalmente, l’alienazione sentimentale del call center, che i quaranta-cinquantenni attuali conoscono bene, l’ultima spiaggia per dare un senso alle scelte di vita – quella dell’impegno umanistico e letterario, tanto per non cambiare. E la fine arriva: ero libero, svuotato e atterrito. La fine del lavoro non significava comunque essere sani.
Nella sconfitta di Falco, nondimeno, si indugia su una dimensione estetica deformante del lavoro: tanto è – oggettivamente – “brutto”, tanto contribuisce a definire in opposizione cosa appaghi lo spirito. Non di tutti, ma di alcuni sì: la scrittura, la narrazione. La prospettiva letteraria, nell’età postlustrinata e poi iperlustrinata dei primi anni Dieci, impoverisce le tasche, ma definisce la realizzazione professionale. Ed è così che il protagonista e autore approda a un’attività che lo rende felice: è inutile che il lettore si chieda se fosse proprio necessario passare attraverso quel turbinio di squallore professionale. È assolutamente necessario: dopo alcuni brevi decenni terminava la mia avventura di lavoratore. Sapevo che non avrei trovato più alcun lavoro. Rimaneva la letteratura. Per fortuna.

Di cosa viviamo di Birnbacher (Mar dei Sargassi 2025), invece, ce lo dice chiaramente: si esiste solo se si lavora e più il lavoro è pratico, utile e manuale tanto più rende felici. Gli uomini, più delle donne: anche qui il racconto è in prima persona, da prospettiva però femminile, quella di un’infermiera che, per una t di troppo in un cognome (e di troppo anche molti turni), sbaglia un’iniezione a una paziente, ed è costretta a cambiare vita. Torna nel paese di montagna da cui proviene, nell’area dell’Innerbirg a ridosso di Salisburgo (la città), in un paesino che si sostanziava solo nell’esistenza della fabbrica ormai chiusa, e nelle persone mandate ora a casa. Poche le scelte lavorative possibili: per gli uomini, la fabbrica; per le donne, l’infermieristica o, semplicemente, la casa. Ed ecco che gli uomini del paese – compreso il padre della protagonista – sono ormai senza lavoro. Un mondo in cui il resto della vita diventa lavoro, e il lavoro stesso diventa sempre meno importante, non è più il suo mondo. Questa condizione si concretizza nell’inerzia, nella depressione, nella penosa constatazione dell’inutilità dei maschi; Julia, ex infermiera e convalescente, ricade in questa gabbia sociale di doveri di genere – accudire i familiari per le femmine, lavorare con le mani per i maschi. Anche qui, inutile stupirsi: i lavori di genere, evidentemente, hanno la loro residenza sociale anche nell’Austria salisburghese, così come in tutta Europa. Julia finisce per occuparsi di una capra, Elise, le cui urla inspiegabili ne esprimono, sul finale del romanzo, l’incredibile lungimiranza. L’unica che sembra avere il senso della realtà è la capra che urla; non sembra casuale il femminino insito in questo sesto senso, visto che sarà proprio la madre, fuggita dalla gabbia di quella cupa realtà, a rivelarsi chiave.
Gli uomini, in Di cosa viviamo, si aggiustano solo lavorando (Come se fossero improvvisamente tornati al loro autentico modo di essere, perché hanno un lavoro da fare. Sui loro volti si legge la benedizione del lavoro). Le donne, per affermarsi come esseri umani, devono uscire dallo stereotipo accudente ed abbracciare il nuovo. Tutto molto rassicurante, ma solo in limine, e solo in apparenza; per libertà di uno è necessario il sacrificio di un altro, sempre sul sacro altare del lavoro.
Due romanzi diversissimi per pattern compositivo, personalità degli autori, stile e ambientazione, eppure hanno come comune denominatore un retropensiero di fondo. Il lavoro è lo strumento con cui oggi delineiamo gli altri e noi stessi; ed è anche quel dispositivo sociale che delimita il nostro stesso tempo, al punto che la stessa definizione di tempo libero risulta a tratti sarcastica. Siamo quello che il nostro lavoro definisce, e anche nel più totale smarrimento di questa definizione finiamo davvero per arrenderci all’evidenza. La domanda resta inevasa.
Di chi è veramente il tempo dell’individuo, è suo, o è del lavoro?