A dodici anni dall’ultima data italiana (saltata tra l’altro) tornano in Italia, a Milano, sul palco dell’Alcatraz, Pete Doherty e la sua band: i Babyshambles. Il menestrello libertino indie rock, affiancato da Mick Whitnall alla chitarra, Drew McConnell al basso e Adam Ficek alla batteria, fa ritorno nella nostra penisola per presentare il nuovo album Live at KOKO, ricordando gli esordi londinesi del 2003.
Stereotipo della rock star per eccellenza, Doherty entra in scena come se stesse varcando la soglia del salotto di casa e si ricongiunge ai suoi fan come se il tempo non fosse mai passato. Già dalle prime note di Killamangiro, seguita da Delivery, l’idea è di un revival nostalgico intimo da un lato, pregno di un’energia viscerale ma dotata di una nuova intensità dall’altro.
Sotto palco i più giovani iniziano piano piano a pogare, l’alcool c’è, il gin tonic schizza dappertutto, plettro e microfono vengono lanciati sulla folla, Pete stesso si lancia sulla folla – sì nonostante tutto lui si lancia ancora! Dall’alto della scena e vicino al bancone del bar i meno giovani ancheggiano, ma non si risparmiano quando si tratta di urlare i cavalli di battaglia. Sedative, Albion, You Talk vengono presentati con una naturalezza da catalogo, un copione che i veterani ben conoscono, anticipando le strofe e agganciandosi ai ritornelli quando il nostro “poeta contemporaneo” – come amano definirlo gli altri e non lui stesso – non continua lo show con la voce ma solo con il corpo, imitando un accento di sicuro meno british ma comunque accettabile.
Coppola in testa e in mano, giacca – che toglie e mette, mette e toglie – su canotta bianca, alticcio, disinvoltamente sfatto, con il suo inconfondibile stile indie, rock e dandy, il frontman dei Babyshambles mescola al più puro indie rock, il garage e il punk, tocca punte di ska su I Wish, passa per il folk con Lost Art Of Murder, abbraccia l’eleganza rétro con There She Goes e si lascia andare al selvaggio più estremo con Fuck Forever con cui chiude i battenti.
Noi tutti siamo qui con lui, con loro, Pete è al centro della scena, ma la band non gli fa da mero contorno, lo sostiene alla grande, quando non manca qualche sbavatura, quando il suono si fa sporco, perché il confine tra canzoni buone ed esecuzione perfette, lo sappiamo, è sempre labile. I Babyshambles non sono tornati sul palco per dimostrare di essere “forti” come un tempo e forse è proprio in questo che risiede la loro vera forza. Anche quando il nostro frontman si accascia un attimo – si lascia andare a movimenti scoordinati, perde le scarpe e le richiede prontamente al suo pubblico (“Give me back my shoes”), passa dal sussurrare parole ad emettere acuti quasi singhiozzanti – la linfa vitale resta.
La nostalgia non manca certo, ma si trasforma in adrenalina pura, soprattutto sul finale, quanti ‘fuck forever’ abbiamo cantato in venti anni e continuiamo ancora a strillare, trainati dal fascino maledetto ed eterno di una rockstar di questo calibro? Pete Doherty si è “infiacchito”? Anche noi… va bene così.