Bologna ha una sola squadra di calcio, ma ne ha due di basket. A Bologna il basket divide i tifosi tra quelli della Virtus e quella della Fortitudo. Luca tifa per la Fortitudo, ma la passione è così forte per quello sport con la palla a spicchi, che quando capita si va volentieri anche a vedere la Virtus, al Paladozza, a Piazza Azzarita, nel cuore della città. E fu una fortuna che quella domenica ci andò a vedere la Virtus, perché al bar, verso la fine dell’intervallo, si attardava Ron, un cantautore che Luca già apprezzava molto. Luca aveva i suoi Teobaldi Rock, la sua prima band. E scriveva anche canzoni che ancora nessuno conosceva. Si avvicinò timido a Ron e gli chiese come fare per poter fargliele avere quelle canzoni. Ron gli disse che poteva lasciarle “Da Vito”, una trattoria in cui lui si fermava spesso. E non solo lui in realtà. Ma Luca non sapeva che quella trattoria era il ritrovo di tanti cantautori e artisti bolognesi. Luca non lasciò dei nastri ma a Vito lasciò una busta piena di fogli di carta con i testi soltanto. E poco dopo visse una scena da film. Restò all’esterno del locale e dai vetri vide Lucio Dalla sedersi a tavola con altre persone, tra cui Gaetano Curreri degli Stadio, e vide passare di mano in mano proprio i suoi fogli, che Dalla aveva preso dalla busta, nonostante fosse destinata a Ron. Ma il colpo di scena arriva quando Lucio si alza e telefona a casa di Luca, prendendo il numero dalla busta. A rispondere, ricostruirà in seguito, sarà la sorella Grazia. Poco dopo Luca è seduto al tavolo con loro e già il giorno dopo è in studio a sistemare una canzone con gli Stadio.

Questo aneddoto, seppur importante, è solo uno dei tanti che Luca Carboni racconta nella sua bella e genuina autobiografia dal titolo “Luca non parlava mai”. Quello che colpisce delle oltre 250 pagine del libro che scorre con semplicità e profondità è l’umiltà disarmante con cui il cantautore si racconta. C’è la sua vita in quelle pagine, la sua vita non solo di artista ma di essere umano capace di lottare con determinazione per raggiungere i suoi sogni senza mai montarsi la testa, e di combattere anche contro le avversità della vita. E questo si era capito da subito, da quando in un piccolo appartamento delle case popolari (da dove osservava Gli Autobus di Notte) cominciava a scrivere canzoni e a suonare, non ancora a cantarle, a quello ancora non ci pensava. La sua voce l’ascoltò a sorpresa per la prima volta dalle casse di uno studio di registrazione quando fecero partire a sua insaputa, il provino di una canzone scritta per qualcun altro.
Raccontare la vita vera significa dire di luoghi e persone reali, e di momenti vissuti, che poi influenzano tutto fino a diventare canzoni. In questa storia c’è anche molto mare, solcato con la barca e osservato dalla costa. C’è un’isola, l’Elba, che diventa centrale più di quanto si possa immaginare, frutto di un incontro fortuito con quella terra abbracciata dall’acqua. E poi c’è la montagna, quella che con la famiglia serviva a isolarsi e a vivere tra la natura. C’è un diario decisivo in tutta questa storia, quello di papà Giovanni, che con cura ha sempre annotato tutto quello che Luca faceva sin dalla nascita, un libro di famiglia che ha permesso di ricordare con maggiore precisione anche avvenimenti lontani nel tempo, quando il piccolo Luca cresceva adolescente in quella Bologna punk degli Skiantos e dei cantautori rock.
Si capisce subito che Luca le canzoni sa scriverle, e comincia a farlo quando i cantautori storici vivono un cambio generazionale e i nuovi fanno fatica a confrontarsi con loro. Luca è uno di quelli bravi che comincia a raccontare la sua generazione con onestà, coglie lo spirito di inizio anni Ottanta quando la disgregazione sociale spinge più sull’individuo che sul collettivo. Scrive quello che ancora oggi si fa fatica a riconoscere come un inno generazionale come “Silvia lo sai”, quando parlare di droga nelle canzoni era un tabù lui riuscì ad andarci in classifica senza scandalizzare nessuno. Con frasi semplici diventate patrimonio di tutti i suoi coetanei, a partire da “i professori non chiedevano mai se eravamo felici”, a “la maglia del Bologna, sette giorni su sette”. E in queste pagine scoprirete anche l’esatto momento e luogo in cui fece ascoltare questo importante brano a Lucio Dalla, e la sua reazione.

Le etichette forse hanno travisato o probabilmente scelto di puntare sull’immagine, sul bel volto di Carboni più che sulla sua anima cantautorale, allontanandolo da quel mondo a cui invece lui guardava ammirato. Ed è stato un peccato, perché Carboni è stato, ed è, davvero un cantautore, ed è stato ancora più chiaro quando la nuova generazione di cantautori degli anni Zero sono andati a riscoprirlo e a cui lui ha dato spazi nei suoi dischi. Ci sono tante storie dietro le canzoni raccontate in questo libro, c’è la genesi di ogni disco, ci sono tanti artisti con cui ha condiviso palco e vita, c’è la sua famiglia semplice e affettuosa, ci sono i pescatori e i tecnici del suono, gli amici, la moglie Marina e il figlio Samuele. Ci sono i quadri, la pittura, il disegno, altro suo hobby importante quasi quanto la musica e che troviamo stampato ad accoglierci sulla copertina di questo libro. Quando una “persona silenziosa”, quel “Luca che invece non parlava mai”, decide di raccontarsi, bisogna stare ad ascoltare, perché lo fa sul serio, senza filtri, partendo dalla malattia contro cui ha combattuto. L’emozione pervade ogni passo di questa storia piena di vita, per nulla scontata. Un’emozione che traspare forte nelle righe in cui Luca racconta il suo primo concerto in quello stesso palazzo dello sport di Bologna in cui andava a vedere i suoi idoli del basket, seduto, a pochi metri da quel bar, quello dell’incontro casuale con Ron.