“Ragioni su quello che sei stato e su quello che sei diventato, un viaggiatore notturno retribuito da un imprenditore visto di sfuggita e una sola volta…”
Furgonauta, di Andrea Pauletto, edito da 66thand2nd, già vincitore dal Premio Calvino (con il titolo di Crack), è un racconto che si inserisce a pieno titolo nel miglior solco della narrativa working class portandoci in un viaggio al termine della notte su un furgone che percorre il nostro paese al riparo delle luci della vita sociale.
Umanità in eccesso, esistenze periferiche che non riescono a tenere insieme il giorno con la notte, l’amore con il lavoro, la salute con gli eccessi. Tutto questo e anche di più è la vita del nostro protagonista. Un personaggio di cui scopriremo il nome soltanto alla fine del racconto, “off records”, nei ringraziamenti dell’autore. Ma a pensarci bene un nome non serve, perché la vita del nostro furgonauta è una sorta di modello paradigmatico di molto di quello che non funziona nel sistema capitalistico attuale che per tenersi in piedi ha bisogno del sacrificio di gran parte dei propri ingranaggi più piccoli.
Elia, questo è il nome del nostro moderno Odisseo, si barcamena tra un lavoro in cui gli viene continuamente richiesto di fare corse special, pagate fuori busta, per arrotondare uno stipendio che gli permette a stento di pagare affitto e bollette e la continua tentazione di ricadere nel baratro dell’alcolismo. A risentire di questi ritmi di lavoro, opposti a quelli di una normale esistenza, sono chiaramente le relazioni già barcollanti che Elia intesse con la sua compagna e con suo figlio. Ripenso al baratro che si spalanca piano piano in pagine di libri come Works di Vitaliano Trevisan, anche lui raccontava l’alacre nordest in cui una persona si barcamena cercando di mettere insieme aspirazioni personali e bisogni primari. Chiaramente tutti i protagonisti di queste storie working class escono perdenti contro il Leviatano capitalista. Il ricatto è sottointeso, quasi mai sbandierato, un contratto di lavoro per uscire dalla povertà che poi in realtà a quella stessa povertà ti tiene ancorato. Lo zuccherino degli straordinari usato come carota irraggiungibile, ennesimo strumento di ricatto.
“Anche tu ogni tanto ti fai il sangue amaro per gli altri e, pur sapendo che non ne vale la pena, te ne stai arricciato in te stesso a odiare. L’odio è nafta, carburante come la frustrazione. Basta capirlo in tempo e trattenersi dal fare una strage”
Elia prova in qualche modo a inceppare questo meccanismo, a far timidamente valere i propri diritti di dipendente, tutti tentativi che sbattono contro un muro di gomma. Il ritmo di questa discesa agli inferi è scandito dalle frasi caracollanti in cui ci sembra di vedere il protagonista che prova tenersi in piedi con tutte le sue forze ma è sempre sul punto di cadere, questa caduta dura per tutto il racconto, raramente si tira il fiato dalla lettura di questa storia e così anche la scrittura punteggia il ritmo della narrazione. Gli autogrill, le zone di stoccaggio merci, le macchinette self-service, tutti non luoghi in cui si aggregano non-esistenze. La spersonalizzazione è un moto perpetuo che coinvolge chiunque entri in questo vortice, uscirne è impossibile, lo puoi fare solo da morto o con le ossa rotte.
Pauletto non ci accompagna, ci spinge in questo viaggio senza redenzione, come senza redenzione è il sistema in cui tutti noi siamo immersi. A condire di verità ulteriore questi quadri ammuffiti c’è la provincia, quella raccontata nei primi dischi di gruppi come i Timoria, ad esempio. Generazioni senza vento che percorrono la via padana superiore in su e in giù. Vicino ai confini del nostro paese il miraggio di poter scappare, ma poi ogni volta che ci si mette in viaggio la linea d’orizzonte si allontana sempre un po’.
“…non fai niente per migliorare e ripigliati e cambia se non per noi almeno per te e guarda cosa sei diventato: una scheggia di carne surgelata”
Ritengo che la scrittura debba colpire allo stomaco più che dare una pacca sulla spalla, Furgonauta è un libro che sferra un bel gancio. Alla fine del racconto siamo sfiniti come il protagonista, vorremmo provare ancora ad alzare la testa ma non ne abbiamo la forza, in questa ferita sanguinante si inserisce anche la droga chiaramente, prima e più veloce via d’uscita da questa realtà infernale, debolezza che si aggiunge all’indebolimento personale che giorno per giorno rende l’individuo più solo e demotivato. Raccontarlo è un atto di resistenza, un modo di provare ad arginare questo malessere che contagia chiunque.
