Da qualche giorno è uscito il nuovo album dei Fontaines D.C., Dopamine Chamber. Difficile non ne abbiate sentito parlare. Persino il premier spagnolo Pedro Sánchez ha condiviso sui social una canzone del disco commentando così: una pasada (bomba). Dopo il successo di Romance in molti aspettavano i Fontaines D.C. al varco, i primi singoli di Dopamine Chamber alimentavano un sentimento di entusiasmo misto a diffidenza: quali direzioni avrebbero preso Grian Chatten e compagni, avrebbero continuato a suonare post-punk o raddolcito i suoni per andare incontro a un pubblico più vario? Il nuovo album Dopamine Chamber conferma il talento di un gruppo irlandese che in pochi anni si è preso le folle senza rinunciare alla sua parte oscura.
Dopamine Chamber ha un effetto disturbante. Siamo lontani dall’innocenza dei primi dischi – Dogrel, A Hero’s Death – quando i Fontaines D.C. erano ancora acerbi scudieri di una nuova ondata post-punk d’oltremanica, i più letterari del gruppetto, e forse per questo meno di pancia, glaciali e tormentati. Con Skinty Fia il disagio sonoro aveva trovato un’espressione melodica più marcata. Romance segnava il vero cambio di passo: grazie a suoni più accattivanti e alla produzione di James Ford, la band aveva avuto accesso a una dimensione più grande. I singoli in radio giravano più spesso, le date dei concerti si riempivano, era difficile ignorare il fenomeno Fontaines D.C.

La cavalcata della band irlandese è stata entusiasmante e inarrestabile, tanto che a volte ci si trovava a chiedersi di che incantesimo isterico fossimo diventati vittime. Già in Romance la band si era trovata a un bivio tra pop e alternative, ma il Rubicone non era stato oltrepassato; Dopamine Chamber è arrivato come una scommessa ancora più ardita perché è difficile non ripetersi. Allora cos’è questa dopamina che i Fontaines D.C. vorrebbero iniettarci? Le canzoni vogliono rievocare l’effetto che provoca vivere immersi in una realtà decadente. Six Shot Morning – il pezzo di apertura – batte colpi decisi rendendo subito chiara la direzione del disco: la batteria dà il tempo, la Silicon Valley infesta il nostro spazio di pensiero mentre cuori malinconici corrono verso il collasso. Six Shot Morning è cupo, sintetico, ricorda alcune cose dei Deerhunter.
Dopamine Chamber è un disco sfrontato, che non ha paura di usare i sintetizzatori, con aperture alla Depeche Mode e intuizioni melodiche. Alcuni pezzi sono immediati, come Marianne, il primo singolo del disco, o Happy For You, con la sua andatura da cantilena disagiata e le chitarre che fanno tornare giovani e incoscienti. In One Man Chatten distende la voce fino a portarci su una nuvola: il pezzo sfuma con le voci dei bambini che giocano intorno alla cattedrale di Palermo. Il cantante dei Fontaines ha raccontato di aver trovato ispirazione nel repertorio di Mina, forse un lascito del periodo trascorso a comporre tra Venezia e la Sicilia. Ma le influenze dichiarate sono diverse, come quella dei Cure. Le tastiere dark di Mimesis ci sospendono nel tempo mentre un disturbato Chatten canta la sua nenia al secolo delle fotografie.
Dopamine Chamber è un oggetto sfuggente, che quando pensi di averlo inquadrato sfila via irregolare. Solo così si può spiegare come facciano a convivere nel disco un pezzo cattivo come Tongue, la ruggine distorta di Demolition, e la ballata malinconica Where Is Gone? con Rosalía. C’era molta attesa per questa collaborazione, nata da un’idea del chitarrista Carlos O’Connell – cresciuto a Madrid e grande estimatore dell’artista catalana. L’intuizione era unire due dei progetti più dirompenti di questi anni, mescolare i fan e vedere cosa sarebbe successo. Per certi versi Where Is Gone? sembra un pezzo alieno, una ballata sognante à la Lana Del Rey rimodulata per le voci di Chatten e Rosalía, che ben si incastrano pur avendo registrato a distanza.
Ed Power su The Irish Times si è fatto una domanda più scomoda: Dopamine Chamber è il suono dei Fontaines D.C. che diventano megastar – ma è davvero meglio essere più grandi? Gli ultimi a essere così grandi in Irlanda sono stati gli U2, annota Power. Ora che il tour dei Fontaines ha raggiunto le arene, rischiamo di chiedercelo anche noi: è davvero meglio essere più grandi e perdersi di vista dal sottopalco? Naturalmente la dimensione da gruppo pop-rock non è un problema dei Fontaines D.C., che mentre si aprivano a sonorità più leggibili e piacione, conservavano la sconsideratezza, la capacità di interpretare un umore generazionale e l’identità irlandese, con la sua affinità per certe cause (“sarò comunque esplicito tra una canzone e l’altra quando dirò Palestina libera”, ha detto nelle interviste Chatten). Forse, anche mentre stanno diventando più grandi di quanto avessero immaginato, i Fontaines desiderano ancora portarsi dietro una parte d’Irlanda come un amuleto che non va smarrito.
“Se fossimo rimasti una band post-punk ci saremmo estinti”, hanno dichiarato i Fontaines D.C., insinuando il sospetto che il post-punk porti al suicidio o allo sfacelo. Quasi che usciti dall’isolamento si fossero guardati intorno per dirsi esploriamo il collasso senza farci contagiare, come se fosse possibile restare immuni al mondo moderno. Dopamine Chamber è in fondo una seduta di autoanalisi sul nostro tempo e quel che va in malora. Se la sigla “DC” sta per Dublin City, stavolta potremmo usarla anche per Dopamine Chamber – come camere di dopamina, quel neurotrasmettitore che stimola il piacere e la dipendenza, tutti chiusi nei nostri spazi di personale gratificazione. Forse questo disco è un’ulteriore dose di dopamina, ma per misurare gli effetti di dipendenza o di illusione dovremo lasciar passare un po’ di tempo.