“Se la mia lingua madre fa tremare le fondamenta del tuo stato, significa che questo stato l’hai costruito sulla mia terra”
Non ricordo da quanto tempo non mi imbattevo in un libro che richiedesse un tale spirito di proattività al lettore come fa “Sono ancora tutti qui”, edito in Italia da La Nuova Frontiera, raccolta di racconti d’esordio di Liadan Ní Chuinn di cui non conosciamo il volto e la biografia, sappiamo solo l’anno di nascita che coincide con gli accordi del Venerdì Santo del 1998, momento cruciale per decretare (almeno sulla carta) la fine dei Troubles, ovvero gli scontri tra cattolici e protestanti in Irlanda del Nord.
Nell’addentrarmi nei racconti di questa raccolta pensavo al lavoro di traduzione fatto da Daniela De Lorenzo, per riportare le frasi spezzettate, i continui cambi di prospettiva e di voce, il passaggio repentino tra presente e passato. Leggere non è solo un atto spirituale ma anche muscolare. In questo libro si rincorrono le storie dei vari personaggi che affiorano all’improvviso, da un capoverso all’altro. Così come riaffiora il passato nelle vite di chi è stato segnato da una tragedia, da un lutto o da un qualcosa di più grande e comunitario come un conflitto.

Impossibile non pensare a come possano crescere i figli di una guerra, basta voltare lo sguardo alla Palestina, al rapporto dei figli di quella terra con il popolo israeliano, agli anni che non cancelleranno le ferite, che seppur coperte torneranno sempre a chiedere il conto e questo succederà mentre si prende un caffè o si assiste a una lezione universitaria. I racconti di Liadan escono da questi piccoli risvolti quotidiani che diventano svolte esistenziali. Un corso di scrittura, una normale giornata di lavoro al proprio banco al mercato, il ricordo di un posto di blocco a cui sono stati sottoposti i propri genitori e tutto questo si intreccia con i lutti che tengono insieme i destini di tutti.
“Ma questi sono gli uomini. I cattivi sono cattivi e i buoni sono passivi. Non avrebbe mai fatto del male a quelle ragazze – questo è sicuro e lo sai – eppure ha aiutato altri a farlo. Non farebbe mai del male a te ma forse non impedirebbe a qualcun altro di fartene. Non dice che gli dispiace perché non pensa di essere nel torto”
Il titolo si spiega pagina dopo pagina, i morti tornano a reclamare il proprio spazio, lasciarli soli, dimenticarli, passare una patina di oblio sulle loro storie significa tradire la propria identità, la propria cultura, le proprie tradizioni. A questo proposito non serve conoscere la biografia di chi ha scritto queste pagine, perché la storia del singolo diventa quella di una intera comunità, di un intero paese. Quanto è diversa la storia di una sola persona sopravvissuta ad una guerra da quelle dei suoi compagni di sventura? E così è la scrittura, quando adempie al suo dovere narrativo più alto, il singolo diventa universale e l’universale si riversa nel quotidiano.

Scrivere è un modo per tenere il punto, per dire attraverso le storie più lontane tra loro che sono ancora tutti qui quelli che se ne sono andati. La linea è perpendicolare e segue il percorso, a volte interrotto, genitori-figli. La famiglia è un contenitore che tiene insieme a volte forzatamente persone che cercano la loro identità ma anche se provano a fuggire lontano non possono fare a meno di tornare sempre al luogo dove tutto nasce, l’interno delle mura domestiche. La morte è il filo rosso, la traccia che assomiglia al sangue versato ingiustamente, come si può vedere nelle pagine finali dell’ultimo racconto Daisy Hill in cui si riportano storie di crimini di guerra realmente accaduti nei confronti della popolazione nordirlandese.
“Mi mancava mia madre. Fin da quando ero ragazzina, mi aveva sempre allargato le scarpe. Insisteva. Le avevo visto i piedi sanguinare. Indossava le mie scarpe finché non si ammorbidivano, così non avrebbero fatto male a me”
Farsi carico di questa eredità non è semplice. Non è semplice parlare di temi così presenti nelle vite di tante persone; eppure, così complicati da affrontare. Ma è nelle cavità più scure del subconscio personale che deve andare a colpire la penna di chi scrive, ed è lì che vanno i racconti di questa raccolta. Seguire una bambina che passa le sue giornate su un autobus a un occhio distratto potrebbe sembrare inutile; eppure, basta mettere meglio a fuoco un’esistenza vista solo in superficie per trovare molto altro, basta alzare il tappeto per trovare tutta la polvere di cui è necessario occuparsi, almeno così è stato per Liadan Ní Chuinn.