Quante poesie abbiamo perduto, quanti fogli di carta bruciati, fantasie andate al macero, racconti smarriti caduti da una tasca e raccolti da assassini di sogni? Scrittrici dell’inquieto, la nuova collana di Safarà dedicata al perturbante, scava tra figure sommerse (o defilate), nel tentativo di comporre un’antologia di scrittrici dell’inquietudine per lettori randagi e futuri programmi scolastici immaginari. La prima uscita della serie raccoglie scritti di Leonor Fini, Liliane Giraudon, Barbara Molinard e Gisèle Prassinos. Sono racconti tutti scritti in francese, più o meno brevi. Il risultato è un breviario di voci del tutto diverse tra loro.
Un’artista

Leonor Fini è l’artista del quartetto; nata a Buenos Aires nel 1907, cresciuta a Trieste (città d’origine della madre), Leonor comincia a scrivere in francese solamente anni dopo essersi trasferita a Parigi. Come pittrice ci ha lasciato tele inquietanti, figure di donne accigliate, smembrate, rievocatrici della storia della pittura, fino ai proto-punk dei Personnages sur une terrasse.
Rogomelec è la sua ultima opera in prosa, inclusa nella raccolta. Nel racconto un narratore esprime il suo pentimento per essere partito. Ma il richiamo dell’altrove è forte, e già a bordo della nave l’avventura si rivela storta ed enigmatica.
“Sapevo che non bisognava farsi tentare. Che era meglio starsene a casa, evitare i viaggi in quell’epoca barbara, le calche orrende, l’umiliazione della cosiddetta villeggiatura.”
Il narratore sbarca in una terra sconosciuta, Rogomelec, dove alcuni monaci preparano una misteriosa ricetta curativa. La storia prosegue in un’atmosfera surreale (Leonor Fini era tanto vicina al surrealismo quanto distante) – tra re immaginari e gatti parlanti. Leonor Fini inserisce nel racconto alcuni disegni, l’arte è un elemento sempre presente nel suo immaginario, tanto che Rogomelec è anche il titolo di una tela che raffigura un’ambigua creatura di uomo-uccello.
Rogomelec è la prima tappa del viaggio safariano – una freccia tesa verso l’ignoto in forma di novella.
Una poetessa

Per qualche cronista francese Liliane Giraudon è la poétasse badass di Marsiglia. Nata a Cavaillon, in Provenza, trascorre parte dell’infanzia in un istituto religioso di Avignone, dove grazie alla biblioteca scopre la letteratura e la poesia.
Per qualche ragione (ricorda Giraudon in un’intervista) Rimbaud era presente nella biblioteca come poeta cattolico, e forse c’entra la maniera in cui la sorella Isabelle raccontò la conversione di Arthur in punto di morte, al culmine delle sofferenze fisiche e del delirio mistico nell’ospedale di Marsiglia.
Dopo la conversione letteraria Liliane Giraudon comincia a scrivere sui quaderni e non li abbandona più: col tempo la sua scrittura diventa sperimentale, audace, sovversiva. La poesia è anche azione; si mescola alla prosa. Oggi Giraudon ha 80 anni: è l’unica autrice vivente della raccolta Safarà, la sopravvissuta del gruppetto.
Se Rogomelec ha un effetto straniante, con Giraudon entriamo in un territorio quasi macabro, dove il primo e l’ultimo racconto [Il passaggio del lupo e La vita laterale] sono due momenti chiave di un processo di progressiva disgregazione. Leggendo i suoi racconti ci troviamo invischiati in uno strano bestiario di animali e morti.
A un tratto la poetessa sembra quasi rivelare una parte del processo di scrittura:
“Aveva sempre pensato che un frammento non potesse mai essere prodotto singolarmente da un Io sostanziale e totale. Quella pratica di scrittura non era forse legata a un’esperienza del disastro che conduceva il soggetto verso un percorso frammentato.”
E poi ci sono gli echi poetici che si insinuano nel testo, come i versi di Verlaine che ritroviamo tra le parole di un racconto.
Una distruttrice

Tra i racconti di Barbara Molinard ce n’è uno dei miei preferiti, L’aereo di Santa Rosa. Una donna si reca in aeroporto per chiedere quando è previsto l’arrivo dell’aereo da Santa Rosa. Dopo aver ricevuto le informazioni torna a casa, si riposa, si cambia, indossa la giacca migliore e le calze pulite. Poi scende a prendere la metropolitana e la navetta per tornare in aeroporto, in una città che potrebbe somigliare a Parigi ma non viene mai nominata. Finalmente in aeroporto la donna sente battere il cuore, l’aereo sta arrivando. Ed eccola correre in direzione degli arrivi. Quando i passeggeri scendono è un profluvio di abbracci, saluti, gioia del ritrovarsi. La donna si gode lo spettacolo e torna a casa, sola, decisa a trovarsi un nuovo passatempo per l’indomani.
L’aereo di Santa Rosa ha l’andatura di un racconto perfetto: potrebbe essere un racconto sulla solitudine, l’inquietudine, la follia, la vita e la sua indeterminata attesa. Bastano poche pennellate a Barbara Molinard per comporre mondi dalle ascendenze gogoliane: un farmacista che taglia una mano inutile a un uomo, una donna che si ritrova a bordo di un taxi senza ricordare perché. I racconti che troviamo nella raccolta sono tra i pochi a essere sopravvissuti, perché Molinard scriveva e bruciava, secondo quel sottile filo che lega l’atto di creazione e di distruzione. Implacabile.
“La persistente assenza di persone per la strada, il silenzio che regnava nella città, cominciavano a preoccuparlo non poco. Si diceva che forse gli abitanti erano a una festa… Che talvolta capita che la popolazione di una città si allontani in massa per partecipare a una manifestazione qualsiasi e che non doveva lasciarsi prendere dal panico; era comunque terribilmente in ansia.” (L’appuntamento)
Una surrealista

L’ultima autrice della raccolta – in ordine di apparizione – è Gisèle Prassinos, che è nata a Istanbul ma ha vissuto la maggior parte della sua vita in Francia. È stata una giovane ispiratrice per il movimento surrealista, che ne apprezzava il talento per la scrittura automatica e la libera associazione di parole. Forse per questo i suoi componimenti in prosa conservano qualcosa di ambiguo e inconscio (bretoniano). Sono racconti atipici, dal tratto breve; non viene concesso respiro al lettore.
Non serve nemmeno troppa ambientazione, bastano pochi scarni dettagli:
“Mio figlio vuole andare in guerra. Mi ha commissionato un bell’elmetto rosso fatto a maglia che indosserà la notte per dormire”.
Gisèle Prassinos è molto visiva, è scrittrice e pittrice, cosa che si riflette nei racconti: in Descrizione di una festa di nozze il padre di una sposa ha la moglie abbottonata al gilet; in Qualità fotogenica un mozzicone di matita ruba la scena ai protagonisti. Con lei faccio più fatica a trovare una connessione, ma è questa la bellezza delle raccolte, indagarle fino a scovare il racconto su cui fermarsi. Così vagabondando tra scritture, siamo contagiati ancora dalla mania di buttar le mani tra sogni – una collana che già incuriosisce per quel che verrà in futuro: quale sarà la prossima tappa inquieta, in quale nuova Rogomelec sbarcheremo…

La raccolta, a cura di Cristina Pascotto; traduzioni di Federica Di Lella, Federico Musardo, Lucrezia Pei, Susanna Ralaimaroavomanana