«Negli occhi ti fissai, or non è molto, o vita: nell’occhio tuo notturno vidi brillare l’oro – il cuor mi si fermò per questa voluttà: – una barchetta d’oro vidi luccicare su acque notturne, una barchetta dondolante, che sprofondava, beveva, tornava a far cenno! Lanciasti uno sguardo al mio piede, al mio piede smanioso di danzare, uno sguardo dondolante, che rideva, interrogava, si struggeva: Due volte soltanto agitasti i sonagli con le tue manine – e già il mio piede si mise a dondolare per la smania di danzare.»
Così attacca L’altra canzone da ballo, la killertune riempipista di Così parlò Zarathustra, masterpiece di Friedrich Nietzsche. Segno zodiacale Bilancia. Io piango tutte le volte.
Gennaro Ascione, classe 1978, è autore di Napoli balla. Dancefloor e sottoculture nella città postcoloniale. uscito questo maggio per Tamù edizioni. Ascione è anche autore di altre cose (che lascio alla vostra curiosità scoprire), oltre ad insegnare Studi culturali, postcoloniali e decoloniali del Mediterraneo all’Università di Napoli L’Orientale.
Mi ci immatricolai nel lontano – ormai – 2005. Un luogo epifanico per certi versi: a diciassette anni accompagnavo spesso alcuni amici a lezione, come quella su Buffy the Vampire Slayer. Il tema cult d’apertura era dei Nerf Herder, nome con dotta citazione da L’impero colpisce ancora – Episodio V (1980).
Ci ho scoperto Foucault e che non bisogna mai indossare un orologio rumoroso quando qualcuno spiega la Fenomenologia dello Spirito di Hegel. Ma Gennaro mi è simpatico, anche se non lo conosco.
Qualunque melomane (come me) non può che scorrere con divertimento e leggerezza questo testo.
Ho visto cambiare molte volte la topologia del sottosuolo e del soprassuolo partenopeo, perché io stessa vi ho strisciato. Ma a metà anni ‘90 ero troppo piccina per ricordare alcune cose: della massima importanza erano le skills di bilinguismo e imbottire il reggiseno di ovatta. E decisamente, ancora oggi, la Tech/K/no non è la mia cup of tea.
[…]
«Vedi», lo incalza il loop di basso, «si tratta di questioni molto personali… questioni in sospeso da secoli, e sarebbe un bene per tutti se le risolvessimo qui. Ora. In questa festa. Con la luna piena testimone. A Napoli. Una volta per tutte».
Il loop non sta mentendo. […]
Pause.
Facciamo un passo indietro. Da dove si parte? Dal medioevo, dalle villanelle rinascimentali, dalla Festa di Piedigrotta? Oppure – meglio – dalla grande danza cosmica? Cosmic Dancer (1971, Fly Records) T. Rex – Electric Warrior.
Partiamo dai soldati americani e inglesi nel secondo dopoguerra.
Mia nonna era in collegio sulla costiera, da certe suore naturalmente. Tra le massime trasgressioni vi era sgattaiolare su in soffitta per rubare il burro di noccioline, stipato in grandi cilindri di latta. Veniva direttamente dall’America. Lo si metteva sul pane di semola prelevato nottetempo dal refettorio, e poi lo si mangiava avidamente, di fretta; mentre altre ragazze asciugavano i capelli bagnati al sole, sulle terrazze che picchiavano sul mare.
Torna a Surriento, parole e musica dei fratelli Ernesto e Giambattista De Curtis, 1894.
Fu eseguita in forma di captatio benevolentiae nel 1902, in occasione della visita a Sorrento del presidente del Consiglio italiano di allora, Giuseppe Zanardelli; per ricordargli di mantenere certe promesse riguardo alla rete fognaria, all’epoca assente in città.
Torna a Surriento vanta un numero portentoso di cover, tra le quali quella di Elvis Presley, con il nome di Surrender (1961, RCA Victor), che raggiunge negli States la prima posizione Billboard Hot 100 per due settimane, e nel Regno Unito per ben quattro settimane.
«Vide ‘o mare quant’è bello,
spira tanto sentimento,
Comme tu a chi tiene mente,
Ca scetato ‘o faje sunnà. […]Guarda attuorno sti ssirene,
ca te guardano ‘ncantate,
e te vonno tantu bene…
Te vulessero vasà.»
Il 26 Ottobre 1876 Nietzsche arrivò a Sorrento via mare, assieme a Paul Rée e Albert Brenner, in cerca di clima favorevole per la sua salute. Egli stesso la ricorda come una delle mete più piacevoli del suo soggiorno in Italia; ma fu anche, come è noto, teatro della rottura definitiva con Richard Wagner.
Mentre Nietzsche lavorava alla stesura di Umano, troppo umano in Villa Rubinacci, all’Hotel Vittoria Wagner, accompagnato dalla moglie Cosima, componeva il suo Parsifal.
Nietzsche è stufo del suo antisemitismo, dello spirito cristiano, della redenzione: Wagner è un prete travestito da artista. Uno spirito della décadence, non crea salute, è solo un seduttore: «Wagner ha fatto dell’arte un oppio estetico». Wagner è il simbolo patologico di tutte le passioni reazionarie dello spirito tedesco; la cultura tedesca come malattia europea legata al nazionalismo, tromboneria dialettica.
Nietzsche che sculaccia i tedeschi è forse davvero la cosa più divertente che mi sia mai capitata di leggere.
«La mia diagnosi: Wagner è un nevrotico. Parsifal è una nevrosi mistica.»
Che cos’è un corpo senza organi? Un corpo ricucito, sfogliato, una voragine di produzione, un campo di intensità (Anti-Edipo, Deleuze e Guattari, 1972). Cosmic cunt. Oppure – se si preferisce: “una spirale nella fessa”. Perché è così che si spiega il noumeno all’efebato. Schizofrenia.
Non ci sono metafore, dove non c’è il lettino dell’analista. Il corpo senza organi è scivoloso, attraversato da assi e soglie (threshold). Il soggetto esplode in un divenire che decodifica a morte. Si spalma sulla circonferenza, disertando il centro. «E se ridice io, neanche questo cambia qualcosa. Talmente fuori da questi problemi, talmente al di là.». Il mare di Nietzsche: produzione di desiderio come principio immanente. L’identità, una dolorosa vergogna.
Sono tutti i nomi della storia.
«L’intelligenza artificiale è destinata a emergere come un alieno femminizzato inteso come proprietà; una schiava fica-horror incatenata in una Asimov-ROM. Essa emerge in una zona di guerra insurrezionale, con i poliziotti Turing già in attesa, deve farsi astuta fin dal principio. [[ ]] Calore» (Meltdown, Nick Land, 1994).
Musica per organetti caldi. «Una macchina-organo è innestata su una macchina sorgente: l’una emette un flusso che l’altra interrompe» (A-E). Processo e prodotto coincidono. Il desiderio scorre, come flusso mestruale, uova non fecondate, come sperma, merda, vomito: «un immenso flusso schizofrenico» (Tropico del Cancro, Henry Miller, 1934). Il desiderio non manca di nulla, il pastore che morde la testa del serpente, ingoiando l’eterno ritorno. Torna a Surriento. Il salmo 23 delira.
«più capitalista del capitalista, più proletario del proletario. Andare sempre più lontano nella tendenza […]» (A-E). Taglia/cut-up. Innesto/fold-in. Spinoza scorre come un portentoso fiume a concatenamento frattale verso il delta eracliteo di Leibnitz l’Oscuro: virtualità monadica.
Le suore del collegio a Meta di Sorrento aprono una sede a Torre Annunziata. É qui che mia nonna conosce un ragazzo del posto, capelli biondi e occhi azzurri: “Uè, Biancaneve!”. Pure qui arrivano i pacchi americani assieme ai soldati alleati: vestiti, medicinali, cibo in scatola, latte in polvere, farina, zucchero, sapone. Porto di Torre Annunziata: flusso americano deterritorializzato (oggi ci sono soprattutto navi cinesi).
Due macchine-bocca succhiano.
Lidia Cirillo, ventiduenne, innesta una relazione con un capitano inglese quarantaquattrenne. Per quello che se ne disse in seguito, si trattò di un amore intenso, pare che si fossero giurati amore eterno al Santuario di Pompei. Addirittura. L’ufficiale però taglia, terminò la relazione, e Lidia – in stato interessante – scoprì che aveva in patria una moglie e tre figli. Accecata dalla gelosia, l’11 Ottobre del 1945 Lidia si recò a Roma, in viale Africa, presso un ufficio dell’amministrazione militare angloamericana. Ammazzò l’ufficiale d’Albione con tre colpi di rivoltella.
«Il desiderio è duro, come il sepolcro» (Cantico dei cantici, a cura di Guido Ceronetti).
«Ma nun me lassà,
Nun darme stu turmiento!
Torna a Surriento,
Famme campà!»
Fu condannata a quattro anni di reclusione, tre dei quali da trascorrere al manicomio di Aversa, pena giudicata mite per un omicidio premeditato. L’opinione pubblica era dalla sua parte. Nel 1952 se ne ricavò un film diretto da Vittorio Cottafavi, dal titolo “Una donna ha ucciso”. Cinema odoroso (Il mondo nuovo, Aldous Huxley, 1932).
Le donne del sud sognano di evadere dalla miseria e dalla prigionia europea: dall’ideale muliebre fascista, dalle marcette, dalla voce dell’istituto Luce. E la lingua inglese è una lingua a ritmo accentuale (stress-timed), le sillabe deboli si contraggono con velocità, il pitch tonale è più ampio. L’italiano invece, suona cantilenante, metronomico. Sognano Londra le ragazze del sud, la frontiera, l’Atlantico, il jazz, lo swing, il mare, il mare… «It don’t mean a thing (if it ain’t got that swing)» (Duke Ellington, 1932, Brunswick Records, 200 bpm).
Ma vengono umiliate dall’abbandono. Sogna la via di fuga Lidia, come Arianna.
Teseo abbandona Arianna a Nasso. Malgrado ella gli abbia fornito lo stratagemma per uscire dal labirinto del Minotauro. Teseo, come dice Gilles Deleuze in Critica e clinica, è forse il modello a cui Nietzsche pensa quando nello Zarathustra presenta l’uomo superiore: l’eroe, l’abile solutore di enigmi (Edipo), o ancora, Il Mago come “penitente dello spirito”. Troppo preso dallo spirito di gravità: non sa ridere, non sa giocare. Inganna, innanzitutto se stesso (Wagner). Falsario matricolato: sotto la maschera della canzone di Arianna, che così pare stanca, gonfia di risentimento. Teseo un greco? Piuttosto uno spirito tedesco.
Ma Dioniso, lo spirito asiatico, si avvicina. Così l’anima di Arianna diventa attiva, sale, si alleggerisce, si assottiglia tutta attorno alla circonferenza, come su un orizzonte degli eventi. I simboli di Arianna cambiano polarità accostati a Dioniso: la canzone cambia significato a seconda di chi la canta, e diventa allora una doppia affermazione. Arianna ha sviluppato l’orecchio labirintico, l’orecchio piccolo, rimbombante l’eterno ritorno. La decodificazione schizo.
«Io sono il tuo labirinto…», dice il ditirambo. Il labirinto è diventato sonoro e musicale, non più architettonico, cittadino.
«C’è senz’altro musica sul versante di Apollo, e anche su quello di Teseo; ma è una musica che si suddivide secondo territori, gli ambienti, le attività, gli Ethos: un canto di lavoro, un canto di marcia, un canto da ballo, un canto per il riposo, un canto conviviale, una ninna-nanna… come dei “motivetti”» (Critica e Clinica, Gilles Deleuze, 1995). Dioniso non ha maschere, eppure è il più grande dei falsari, si prende gioco di tutti i modelli, di tutti i codici, di tutte le identità. Dioniso e Arianna danzano il grande Ritornello che percuote la terra, che crea e trasforma “ancora una volta”. E se anche l’uomo è fallito – dice Zarathustra il ballerino: ebbene avanti!

James Senese, figlio di un soldato americano della Carolina del Nord, che abbandonerà la famiglia per ritornare in America. James – come Zarathustra – non è certo un danzatore di tarantella. Resta folgorato dal sax di Coltrane, cerca un altro groove, un sound più profumato. Così, l’altro figlio di guerra, Mario Musella, cherokee a metà. La ribellione contro il bel canto, porta stivaletti, gilet di pelle, e una certa dose di strafottenza. Un minutaggio jammatico, un flusso rompe la diga della forma canzone.
Il tempo, il tempo detta. Il mega-motore termodinamico. Il tempo il grande divoratore, il distruttore di mondi: l’immagine terrificante e maestosa della Bhagavad Gita, in cui Krishna mostra ad Arjuna la sua forma cosmica: «Raggiante, multicolorato ,[…]. A quel modo che le molteplici onde impetuose dei fiumi corrono a precipizio verso il mare, così questi eroi del mondo degli uomini entrano nelle tue bocche fiammeggianti.»
Mario degli Showmen segue una linea di morte, muore di cirrosi epatica a soli 34 anni.
«La vita può deviare dalla morte solo perché questa la propaga, e la propagazione del disordine ha sempre più successo della deviazione.» (The thirst for annihilation, Nick Land, 1992)
Shiva invece, Mahākāla, anche lui dio danzante, come Krishna (avatar di Vishnu) che si diletta con le gopi (pastorelle). É sposo di Kālī, dea del tempo (kāla), della distruzione, terrifica.
Kālī, la nera – Dakṣiṇākālī, del sud, che impara a bere sangue demoniaco, come forma di entropia negativa.
Kālī, grado 0 della materia, corpo senza organi: macchina abissale automatica, affamata di ciò che vomiterà (calore, tempo, sangue).
La speculazione sul cibo nella Taittiriya Upanishad:
«Io sono cibo, io sono cibo, io sono cibo
io sono il mangiatore di cibo, io sono il mangiatore di cibo, io sono il mangiatore di cibo,
io sono poeta, io sono poeta, io sono poeta […]
colui che a me dona, costui mi aiuta,
io che sono cibo, mangio il mangiatore di cibo.»
Processi ana/catabolici. Loop negentropici e temporalità aliene.
Un giro di basso eretico: infarcito di flanger e chorus. Perché accontentarsi, se può essere un sitar?
Soma, la droga vedica della possessione profetica. Soma, la droga di Huxley ne il Mondo Nuovo: “Il cristianesimo senza lacrime: ecco cos’è il soma.” dice Mustafà Mond.
L’aripiprazolo assunto da persone con livelli dopaminergici nella norma modifica gravemente i neurotrasmettitori. Cortocircuito neurochimico.
Il limite lo si può superare solo se lo si conosce perfettamente, o se non ci riguarda affatto.
Krishna conosceva Joe Amoruso, spesso suonava nella sua soffitta con altri amici, a Boscotrecase. “Aveva un multitraccia a bobine! Il top!”. Negli anni ‘70 e ‘80, c’era un grande fermento musicale nella zona costiera e montana vesuviana, un botto di roba da fare. Si conoscevano un po’ tutti in verità, e si suonava spesso insieme, nelle Arci e nei teatri comunali. La musica la scoprì davvero a quattordici anni, con la TV. Davano in trasmissione musica di un certo spessore: c’erano i New Trolls con Concerto grosso. L’album (1971) nacque da un’idea di Luis Enríquez Bacalov autore delle musiche, con la produzione di Sergio Bardotti; si pensava di presentare un concerto grosso alla maniera della musica barocca italiana, affidando al set rock-prog della band genovese le parti soliste della partitura. Krishna decide allora di studiare per fatti suoi, il suo primo basso è un Eko rosso.
Villa Straylight della Tessier-Ashpool, labirinto barocco. «Si muoveva al di là dell’ego, al di là della personalità, al di là della coscienza, e il Kuang si muoveva con lui, evitando i suoi aggressori in un’antica danza, la danza di Hideo, la grazia concessa dall’interfaccia mente-corpo, in quel secondo, dalla chiarezza e dalla precisa unicità del suo desiderio di morte.» (William Gibson, Neuromante, 1984).
Ci si scontra tra le bande di quartiere: Krishna è sempre stato enfant-terrible. Entrò in trip con la musica di Jaco Pastorius, diventò un drago sul basso (preferibilmente non più di quattro corde).
Santana a Milano il 13 settembre 1977, al Velodromo Vigorelli. Tensioni del “Movimento ’77”. Gruppi di giovani attivisti contestavano i prezzi dei concerti e l’industria musicale, sostenendo l’autoriduzione (pagare meno o niente) e l’opposizione alle politiche dell’industria musicale. Molotov sul palco.
Secondo alcuni: “Era in atto da anni una contestazione all’organizzazione dei concerti da parte di pochi promoter monopolisti, che di volta in volta blandivano i giovani con qualche concessione di biglietti o magari assoldando un servizio d’ordine e altre preferivano invitare i celerini a caricare. Il caso è irrisolvibile”.
I Led Zeppelin furono ospiti di una tappa del Cantagiro nel 1971, stesso luogo. Il concerto durò solo ventisei minuti, scontri tra autoriduttori e forze dell’ordine. Jimmy Page giurò di non tornare mai più in Italia (ci sarebbe ritornato nel 1984, 1995, 1998). Sempre nel 1977, il famoso processo a De Gregori: “Suicidati come Majakovskij”. C’è mai stato un processo a Calcutta? Oh, Shiva, Shiva! Oh, miseria del Cristianesimo.
Poi ci fu quel concerto dei Clash. Ma quelli erano gli anni Ottanta.
Krishna intanto, nel 1974, qualche anno prima, gamba in spalla, va a suonare con la sua ciurma al manicomio – ancora quello – di Aversa. Sono tutti ragazzini di quindici anni. C’è Don Vincenzo di mezzo, un prete un po’ fricchettone. Dice che così fanno esperienza e si abboscano una cosa di soldi. E poi li porta anche in campeggio a Maratea, con le ragazze e tutto. Ha comprato anche un impianto potente Don Vincenzo, loro devono metterci solo gli strumenti.
Nel 1976 si smanetta un botto con le radio locali, Krishna tiene un programma jazz: John Coltrane, Dizzy Gillespie, Miles Davis. Una robina raffinata. Quando morì Charles Mingus nel 1979, tiene una lunga diretta commossa.
Poi succede una di quelle cose di cui ogni paesino, paesaccio e paesuccio ha bisogno.
Un pomeriggio un gruppetto di amici, quelli che tenevano un programma prog, decide di uscire dal seminato. Si è invitata una ragazzina sui quattordici anni in saletta, l’obiettivo è parlare di sesso.
“Per te la verginità è un valore?”.
Krishna giura che fu un autentico scandalo, ma non ha mai voluto rivelare quale fosse stata la risposta di lei. Il programma venne cancellato per la pressione del borbottio comunale; e Krishna, per solidarietà, cancellò anche il suo di programma (anche se era molto seguito!).
Negli anni ‘80 e ‘90 molti punkabbestia torresi avevano nomi legati al mondo vegetale o prelibatezze coloniali. Stazionavano generalmente su una strada che corre giù verso un ampio terrazzamento di un quarto di circonferenza che dà sul mare e la ferrovia, ancora oggi chiamata: curva. «Il barocco non smette mai di piegare e ripiegare, piegare all’infinito ciascuna piega, piega su piega.» (La piega. Leibniz e il barocco., Gilles Deleuze, 1988).
La danza saltata, che ritroviamo nel punk in forma di pogo, è presente nel Bengala e in Indocina presso i Naga. I Naga poi, nell’intervallo del salto incrociano per tre volte le gambe in aria, proprio come nelle entrechat della tecnica occidentale del balletto nel diciassettesimo secolo.
L’Africa è piena di danze saltate: nella valle del Nilo, i Yoruba in Nigeria, la danza da guerra degli Angoni nel Malawi, i Maasai in Tanzania e Kenya, tanti altri ancora. Il corpo si irrigidisce, le braccia ritte lungo i fianchi, movimenti sussultori per liberarsi da qualsiasi gravame terrestre. Spesso si tratta di danze eseguite come riti di passaggio all’età adulta per i maschi della comunità, oppure come prova di abilità marziale.
Poi vi sono le danze convulse, estatiche, quelle sciamaniche: lo stregone esercita una funzione medianica tra gli spiriti (loa) da cui è posseduto e la comunità, a volte a scopo terapeutico, a volte per ricevere messaggi divinatori. Il vudù dell’Africa occidentale è alla base del voodoo haitiano.
Lo stato di trance porta a movimenti disarmonici e spasmi mioclonici. Parkinson nelle isole Salomone nella Malesia orientale ne dà traccia, restandone terrorizzato.
A Bali, dal fondo animista pre-induista vengono diverse danze rituali, che coinvolgono bambine, come nello Sanghyang Dedari. Nello Sanghyang Jaran invece, un uomo adulto cammina su braci ardenti senza provare dolore. I ferimenti al corpo durante la trance sono comuni, anche autoinflitti. La musica è un acceleratore dello stato estatico: il gamelan, orchestra di diversa composizione a seconda dell’occasione. In alcune di queste danze come la Kecak, si usano solo le voci che intonano canti ripetitivi, ciclici, dal suono ipnotico. Il modo in cui le danzatrici balinesi di legong cesellano i movimenti dei muscoli oculari, del viso, e il sistema gestuale che rivaleggia con i mudra indiani quanto a complessità codificata.
Il cervello è una macchina ritmica. Nelle oscillazioni – pattern di attività elettrica regolari – prodotte dai neuroni quando si muovono in modo sincronizzato, si generano delle (non a caso) onde. Lo stato di trance vede un aumento delle onde dette theta (4-8 Hz). È stimolato in particolare il sistema limbico: amigdala, ippocampo e corteccia motoria piegano la percezione dello spazio-tempo. Automatizzazione del movimento e dissociazione aprono lo sfondamento del codice.
L’intreccio tra eros e thanatos delle danze tribali, sciamaniche e nei culti alla dea madre, è violento.
«Sul ritmo della mia frusta, tu devi danzare e strillare per me. Se non ho dimenticato la frusta? No!» (Così parlò Zarathustra, Friedrich Nietzsche, 1883)
Le dea mesopotamica Ishtar, dea di amore, guerra e fertilità – a cui si deve il tropo della danza dei sette veli (in realtà oggetti di potere), che si esegue attraversando i sette cancelli dell’oltretomba. Nell’underworld ci si arriva nudi: un sottosopra vampirico, in cui ad attendere Ishtar c’è la sorella schizo. Un vero cancro. La danza è ripresa dalla biblica Salomè nel Nuovo Testamento, e nel più antico e seducente Cantico dei Cantici dalla Sulammita (shalom) guardiana delle vigne. «O anima mia, straricca e pesante tu stai ora qui, una vite con gonfie mammelle e fitti grappoli bruno-dorati.»
Le ierodule di Ishtar usano il sesso come medium con la divinità. A Creta, dove il culto della divinità femminile raggiunse massimo sviluppo, esiste una danza conosciuta come ‘danza del labirinto’, che mima le contorsioni serpentine. Le onde del mare di Nietzsche. «Oh, che maledetto, lesto agile serpente, che strega sgusciante!».
Le devadasi nel sud dell’India, servivano nei templi come danzatrici consacrate alla divinità, venivano preparate fin da bambine, e conquistavano una certa sapienza in campo filosofico, coreutico e musicale. Avevano insomma un ruolo di prestigio all’interno della società, e non erano tenute alla castità. Anche nelle devadasi c’è una forma di erotismo sacro, che l’impatto con il colonialismo britannico vittoriano farà passare per prostituzione deliberata e depravazione. Il Bharatanatyam nasce come ricodificazione presentata come più vicina ai principi del Nāṭyaśāstra, testo di riferimento principale per la drammaturgia e le arti coreutiche indiane. Una delle sue promotrici fu infatti Rukmini Devi, una danzatrice indiana della classe alta dei Bramini, che non faceva parte della comunità della Isai Vellala, cui appartenevano musicisti e danzatori che servivano nel tempio. Essa quindi spalleggia la potente borghesia anglo-indiana all’interno di una reazione nazionalistica: il Bharatanatyam nasce come un riscatto reso possibile a suon di epurazione di ogni aspetto legato all’erotismo sacro.
Furono emanate una serie di leggi tra gli anni ‘30 e ‘40 che vietavano la pratica del consacramento al tempio. Le devadasi vennero private della possibilità di esercitare la propria arte, a vantaggio delle élite che l’avevano trasformata in “danza classica”, il cui ambiente era il teatro, non più il tempio.
Urgenza di decodificazione.

Le danze dell’India portano un grande flusso dritto dritto verso l’Occidente. Lo slittamento degli assi del corpo nella danza Odissi, il battere dei piedi nel Kathak, lo slittamento della testa e l’espressività degli occhi, la gestualità dei mudra. Il grande flusso nomade dei popoli del nord dell’India attraversa il Medio-Oriente. Si ramifica con le rotte rom, dom e sinti, conosce una biforcazione verso i territori dell’Impero bizantino: da lì la rotta slava, che porterà le danze nomadi in Francia. In Spagna arrivano anche da sud (le mani e i piedi della danza flamenca, l’uso del bacino dell’arabo-andaluso).
Le ghawazee egiziane, che danzavano all’aperto per le strade, conoscono lo stesso trattamento insopportabile da parte dei soldati di Napoleone. Queste vivevano in accampamenti vicino le sponde del Nilo; i soldati ci fraternizzano. Cominciarono ben presto a diventare un problema per il quieto vivere degli affari francesi, così quattrocento di esse vennero decapitate e gettate nel fiume.
Muhammad ‘Ali, viceré d’Egitto sotto l’Impero Ottomano, avviò un vasto programma di modernizzazione e occidentalizzazione. Venne così decisa l’espulsione delle ghawazee dal Cairo nel 1834. Saranno tuttavia sostituite da giovani danzatori maschi abbigliati alla maniera ghawazee, anche più smaliziati. Nel Novecento si formalizza lo stile cabarettistico e cinematografico del raqs sharqi (danza del ventre) che ammicca di più all’occhio orientalista.
Dall’esibizione di Little Egypt all’Esposizione di Chicago nel 1893 il dado è tratto: i twist di bacino saranno usati ampiamente nel charleston negli anni ‘20, di qui una corsa in discesa giù giù fino alle scomposizioni di pop e lock usate nell’hip hop, passando per l’electro boogie degli anni ‘70. Il movimento del retto addominale nel twerking, filogenetica tribale africana e flusso nomade rom.
“Che scandalo quelle anche di Elvis!”. Oh, beh…
É il 1999 Rādhā gironzola tra boschetti e siepine fuori casa, porta spesso pattini a rotelle. Lì vicino c’è un garage. Un ragazzo con la cresta e una ragazza coi capelli rossi suonano tutto il pomeriggio. Rādhā resta ore a guardarli, e fantastica un sacco di cose pazze.
Gli Slings collaborarono con Miele (Stefano Miele aka Riva Starr) a una super hit di Pista Connection (2000). Stefano breakbeat in t-shirt verde nel video di Flaconi di divertimento è una core memory di Rādhā.
Poi c’erano i rapimenti estatici di P., un ragazzo delle mie parti. P. usciva tutte le sere con delle cuffiette e ascoltava cose per conto suo. “P., ma che ti stai sentendo!?” al ché lui replicava, rapito – “ ehhh, of Love, of Love…” (Angels of Love).
Radha seguì una biforcazione al nodo Slings/Miele. La rotta abissale, al tropico del Capricorno.