Spesso quando si presenta un libro, al momento delle domande dal pubblico arriva sempre qualcuno a chiedere “quanto c’è di autobiografico in queste pagine?”. Ho pensato a questa cosa leggendo Le interruzioni, il terzo romanzo di Simone Lisi, pubblicato da effequ. Questo romanzo dello scrittore e libraio fiorentino è, a mio parere, una grande trattazione sulla scrittura. Infatti, durante lo sviluppo della storia, seguiamo l’autore-protagonista che si interroga sulla possibilità di scrivere un romanzo su una storia famigliare di cui per gran parte della sua vita sua madre, Paula, lo aveva tenuto all’oscuro.
In questo libro ci troviamo a sbirciare nella bottega di un artigiano, nella stanza in cui un autore vive il suo processo creativo. Nell’incipit del libro di Veronica Raimo Niente di vero si diceva che quando in una famiglia nasce uno scrittore quello scrittore proverà a uccidere per tutta la vita i suoi familiari salvo poi ritrovarseli ancora alla propria tavola e doverci di nuovo fare i conti. È un po’ così anche per Valerio, il protagonista de Le interruzioni, che si muove in un piccolo universo di frequentazioni, per lo più femminili, che poi compongono anche le diverse voci che si alternano nei diversi capitoli. Una meta narrazione a più voci. C’è Serpotta, l’amica e coscienza critica di Valerio, c’è la sua compagna e poi c’è Paula, sua madre. La vera scintilla di tutto. Proprio da uno scambio di battute con sua madre, buttato lì apparentemente senza gravità, Valerio viene a scoprire che la madre, prima di metterlo al mondo aveva affrontato quattro aborti.
«Ti ho mai parlato dei tuoi fratelli?»
«Io sono figlio unico ».
«Dei tuoi potenziali fratelli».
«No, non me ne hai mai parlato. Ma non sono certo di volerlo sapere».
Ma a me non interessa che lui voglia saperlo. A me interessa raccontarlo. Devo raccontarlo a mio figlio.
Questo semplice passaggio apre una voragine nelle poche certezze che Valerio aveva nei confronti delle sue dinamiche famigliari, ma non solo, comincia in questo modo anche un viaggio nella scrittura. Nel modo in cui un autore inizia a pensare a un libro. Per questo Le interruzioni ha un sottotitolo che spiega molto di quello che si troverà nelle pagine a seguire: Romanzo provvisorio su mia madre.
Valerio si interroga anche sulla possibilità di poter usare, senza strumentalizzarlo per le sue ambizioni letterarie, una storia profondamente intima con cui anche lui non aveva ancora fatto i conti.
Allargando il campo si può riflettere come i libri di Simone Lisi abbiano come filo conduttore principale la ricostruzione di un quadro legato alla famiglia. Il precedente Padre occidentale aveva come protagonista la figura paterna. Le interruzioni, in questo senso, appare come un’ideale continuazione del disvelamento delle dinamiche famigliari. Ogni scrittore, vero o inventato per fini letterari, non può fare a meno di sfuggire alla resa dei conti con i propri genitori.
Lo stile è, come di consueto, pulito e pacato, con una naturale propensione verso il sarcasmo proprio di chi vede la vita con impacciato disincanto. I dialoghi sono il vero fulcro di tutta la narrazione, con ritmi serrati e botta e risposta spesso dissacranti. Per questo alla fine della lettura la risposta alla più antica delle domande che si pongono a uno scrittore, su quanto ci sia di autobiografico, ha una sua naturale risposta. Tutto e niente, la vita entra nelle pagine e si mischia a quello che si immagina, così è anche per la ricostruzione de Le interruzioni dove il vero fulcro è dato dalle dinamiche innescate dal processo di scrittura e memoria. Un figlio e una madre si avvicinano e si confrontano, i ricordi si confondono e i luoghi si accavallano, intanto una famiglia si ricompone e un rapporto evolve.
