C’è una cifra inconfondibile che attraversa la scrittura delle grandi voci irregolari della letteratura ispanoamericana: la capacità di abitare i margini trasformandoli in un osservatorio privilegiato sulla complessità dell’anima umana. Quando ci si addentra nelle pagine di Racconti per uomini ancora bambini (opera pubblicata nel 1919 e recentemente proposta al pubblico italiano nella collana “Gli eccentrici” di Edizioni Arcoiris e con traduzione di Livio Santoro), ci si rende immediatamente conto di non trovarsi di fronte a una semplice raccolta di novelle morali o favole per l’infanzia, bensì a un feroce e delicato atto di insubordinazione poetica.
Teresa Wilms Montt, figura leggendaria e indomita dell’aristocrazia cilena ribellatasi alle convenzioni soffocanti della sua epoca, affida a questi testi una confessione disarmante. Già l’esergo, che chiama a raccolta i lettori con la dolcezza di chi desidera «ravvivare i vostri cuori scettici, appesantiti dal tempo, toccandoli con la bacchetta magica della Fantasia», svela il duplice registro dell’operazione letteraria: l’infanzia non è il tempo dell’ingenuità spensierata, ma il territorio originario in cui risiede la purezza dello sguardo, contrapporvi la corazza cinica e disincantata dell’età adulta significa “essere ancora bambini”, bisognosi di una salvifica redenzione spirituale.
Il genio narrativo dell’autrice cilena si manifesta con particolare forza nella scelta dei protagonisti. In “Mahmú”, la bambola sgraziata, brutta e scucita diventa l’unica interlocutrice degna di condividere la solitudine della voce narrante. C’è una straordinaria intuizione psicologica nel ribaltare i canoni della bellezza edificiale: «I bambini amano i giocattoli brutti, li compatiscono; presagiscono che nella vita la bruttezza è un difetto per il quale non vi sono scuse…». Attraverso il dialogo notturno con questo simulacro di pezza, la scrittura scava nel dolore dell’incomprensione e nella malinconia di un’infanzia tradita.
Similmente, nel racconto “Anche per loro…”, la parabola del vecchio somaro Giobbe – condannato a una vita di fatiche e riscattato solo sul limitare della vecchiaia da una libertà che sa di desolazione – si trasforma in una meditazione universale sulla rassegnazione e sulla scoperta della bellezza. Quando Giobbe scopre che il cielo notturno è «tutta, tutta, fiorita di cardi» azzurri, l’allegoria si compie: lo stupore e la contemplazione restituiscono dignità a chi ha conosciuto soltanto la violenza e lo sfruttamento.

Uno dei momenti più alti della raccolta risiede nella riscrittura del mito fiabesco, in particolare in “Cappuccetto Rosso”. Qui la celebre fiaba perde i connotati pedagogici tradizionali per farsi tragedia della consapevolezza e del desiderio. La fanciulla non è una vittima sprovveduta, ma una creatura inebriata dal sole e dalla vita che cede alla tentazione di specchiarsi nel fiume, attratta da un «lupo dagli occhi lucenti, dai gesti garbati, dalle parole melliflue».
Il lupo di Wilms Montt non è una bestia feroce che si aggira nei boschi per istinto predatorio, ma la metafora raffinata e crudele della seduzione maschile e del conformismo sociale che stritolano l’autonomia femminile. La conclusione – con quel cappuccetto rosso fatto «del nostro stesso sangue» che le donne indossano a protezione del cuore ferito – elegge l’autrice a pioniera di una scrittura che sa smascherare le dinamiche di potere insite nei rapporti sentimentali.
Nei testi che attingono direttamente ai ricordi d’infanzia cilena, come “Sul bordo del focolare”, il tono si fa elegiaco e al tempo stesso vibrante di una libertà selvaggia. Le sorelle descritte come ondine del Reno che sgusciano via dalla rigida sorveglianza delle istitutrici per correre nella notte della pampa ad ascoltare le storie di fantasmi raccontate dall’huaso Anacleto, restituiscono il ritratto di un’energia indomabile, capace di coniugare il rigore della letteratura classica con la vitalità tellurica del Sud America.
In chiusura, testi come “L’eredità” e “Confessione” suggellano un percorso in cui la bontà non è debolezza, ma una tempesta interiore: «era buona, buona come la tempesta» è la definizione che ritorna a suggellare l’essenza di protagoniste indomabili. Teresa Wilms Montt ci consegna così un lascito letterario che rifiuta ogni compromesso borghese, invitando il lettore a spogliarsi delle false certezze per riscoprire, attraverso il dolore e la grazia della natura, la parte più autentica e ribelle di sé.