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50 anni dopo Che Guevara — tra rivoluzione e rivolta

Ernesto ‘Che’ Guevara. Uomo, rivoluzionario, medico, guerrigliero, scrittore, irrequieto agitatore di uomini. Il 9 Ottobre 1967 il Che veniva ucciso a La Higueira, in Bolivia, catturato mentre provava a dar vita al progetto di espandere la rivoluzione nell’America Latina dopo l’esperienza a Cuba con Fidel Castro. Il grande sogno latino-americano era arrivato ad agitare la mente del Che sin dai viaggi della giovinezza: attraversare il continente aveva lasciato nella bocca di Guevara un’amara sensazione di inquietudine. La povertà, la miseria, la malattia, e le condizioni disagiate in cui viveva una larga fetta della popolazione, mettevano in moto l’urgenza di un sentimento di ingiustizia e la volontà di un cambiamento. “Crediamo, e dopo questo viaggio più fermamente di prima, che la divisione dell’America in nazionalità incerte e illusorie sia completamente fittizia. Costituiamo una sola razza meticcia che dal Messico fino allo Stretto di Magellano presenta notevoli similitudini etniche. Per questo, cercando di spogliarmi da qualsiasi vacuo provincialismo, brindo al Perù e all’America Unita”, con queste parole si animava nel cuore di Ernesto un sogno difficile – emancipare l’America del Sud dall’imperialismo del nord-America in salsa Usa, per creare a Sud un’unica grande nazione/comunità umana, priva di barriere illusorie.

Difficile il sogno perché avrebbe dovuto scontrarsi con la realtà, e le divisioni che – ancora oggi, molto più di mezzo secolo dopo – resistono. “Lasciatemi dire, con il rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da un forte sentimento di amore”, queste parole Che Guevara le scrive dopo la rivoluzione cubana, nel commentare quell’esperienza e nell’evocare l’uomo nuovo che deve arrivare dopo la rivoluzione, nel socialismo. L’amore che guida il rivoluzionario è rivolto all’uomo, ed è un tipo di amore che non viene scalfito dalle pessime giornate o dalle piccole intemperanze della vita, non ha distrazioni e non subisce ostacoli (per Guevara l’autentico rivoluzionario è così concentrato e devoto alla sua missione, da non porsi il problema di che tipo di scarpe indossi il figlio, o se stesso). L’amore per l’uomo non fa distinzioni di razza, cultura, estrazione sociale, livello d’istruzione: si ama l’uomo, il popolo (che non è necessariamente e solo il proletariato operaio), si ama l’umanità e la si accetta. È da questo amore che nasce la consapevolezza di quanto sia importante l’istruzione, come arte maieutica e liberatrice. Nel progetto dell’uomo nuovo descritto da Ernesto Guevara il tema dell’istruzione e dell’educazione è molto sentito, una delle basi della libertà umana. A patto di non cadere nel pericolo del dogmatismo.

Uno dei grandi drammi dei leader è quello di combinare uno spirito appassionato con una mente fredda, prendere decisioni dolorose senza batter ciglio” – in ogni caso non si può prescindere dalla figura di Guevara senza fare i conti con l’epica del combattente, che sa che esiste un prezzo da pagare e il sacrificio del sangue nella sua lotta. Guevara era consapevole che avrebbe potuto trovare la morte da un momento all’altro, ma non si è risparmiato. Avrebbe potuto restare a Cuba insieme a Castro, e continuare la sua rivoluzione “da lontano”: invece è ripartito, si è messo in viaggio ancora, in Congo, in Bolivia, ha scritto, ha combattuto, è caduto sul campo. Mentre Castro faceva i conti con una certa realpolitik del socialismo, la via sognata da Ernesto Che Guevara (un’autentica terza via, fuori dagli equilibri malsani della guerra fredda) continuava a inseguire la chimera di una rivoluzione che doveva attraversare il Sud come un’illuminazione, per contagio.

Tra rivoluzione e rivolta

Nel 2011 il giornalista americano Thomas L. Friedman sulle pagine del New York Times scrisse che la primavera araba aveva più a che fare con Albert Camus che con Che Guevara. ‘I Am a Man’ – questo era il grido che animava l’uomo alle prese con i moti della primavera araba, un po’ come l’uomo in rivolta di Camus afferma il suo no: “uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando”. La rivolta dell’uomo camusiano è un rifiuto spiriturale a una condizione di oppressione: questa condizione è inaccettabile, mi rivolto dunque siamo.

Proprio con la pubblicazione de L’Uomo in rivolta si apre una spaccatura all’interno dell’esistenzialismo francese tra Albert Camus e Jean Paul Sartre. Per Sartre la soluzione è rivoluzionaria. La rivolta di Camus ha a che fare con l’uomo e il suo grido eterno, un grido che riecheggia sin dall’antica Grecia. La visione di Sartre resta in qualche modo intrappolata all’interno della società capitalistica entro cui nasce: la rivoluzione proletaria esiste dentro il sistema capitalismo. Albert Camus fa un tentativo estremo, spulcia e indaga la natura umana fin dentro le sue viscere, arrivando anche a criticare quella rivoluzione russa che aveva animato le speranze degli intellettuali di sinistra. Ogni genere di violenza è un sopruso, non esiste una gerarchia della violenza. La rivolta di Camus è a-storica, innata nell’uomo, non nasce dalle contraddizioni del capitalismo, non propone di sovvertire le gerarchie con un ordine diverso del potere: è una rivolta contro il potere, di ogni sua specie e colore. Non stupisce dunque se le critiche a Camus furono feroci, a partire proprio da Sartre, in un clima cultural-politico che arrivò a definirlo – proprio Camus, mezzo algerino e intriso di sensi di colpa – “scrittore colonialista”.

Nel 1960 Albert Camus muore in un assurdo incidente stradale, nello stesso anno Jean-Paul Sartre va a Cuba insieme alla compagna Simone de Beauvoir per guardare dall’interno quella rivoluzione cubana che aveva entusiasmato con la sua mistica i caffè letterari parigini dell’epoca. Qui la coppia incontra un Che Guevara che sta diventando già mito, eroe della rivoluzione a Cuba. “Per la prima volta in vita nostra abbiamo avuto la testimonianza della felicità che si ottiene attraverso la violenza”, scrive la de Beauvoir. La “violenza rivoluzionaria” diventava quasi esotica per una coppia aperta di parigini in viaggio a Cuba. Per Che Guevara invece era esperienza reale, mezzo di emancipazione di una popolazione dalla dominazione imperialista. Con tutte le implicazioni morali del sangue.

Non dobbiamo dimenticare le origini argentine di Ernesto Guevara. Fidel Castro ha combattuto in nome del suo popolo finendo per salire al potere. Guevara va a Cuba dall’Argentina animato da un progetto latino-americano, e dopo aver partecipato alla rivoluzione “decide” di continuare la sua lotta altrove. In questa lotta troverà la morte. Se da un lato la rivoluzione di Fidel trova il suo scopo nell’arrivo al potere, quella di Guevara è una rivoluzione per la rivoluzione, che trova il suo scopo in se stessa. C’è un moto di irrequietudine in Guevara che non tocca il potere di Fidel, che è sempre continuo. Questo aspetto di continuità del potere di Fidel Castro a Cuba porterà anche al bando di tutto ciò che è considerato contro-rivoluzionario. Aderisci alla linea (al potere), o sei fuori dal sistema. È proprio con l’accentuarsi di un’epopea contro-rivoluzionaria a Cuba che inizia a nascere una frattura anche nell’entusiasmo intellettuale iniziale intorno alla rivoluzione cubana.

Non dimenticarlo, poeta.
In qualunque posto ed epoca
in cui si faccia o si soffra la Storia,
sempre ti starà seguendo qualche poesia pericolosa.

Un caso è quello del poeta cubano Heberto Padilla, che inizialmente aveva aderito alla rivoluzione di Castro per poi iniziare a criticarla. Qui si rompe qualcosa in quella magia dei “cieli blu” di Cuba descritta dalla de Beauvoir, il sistema non può essere criticato, persino le parole dei poeti possono diventare pericolose. Nel 1971 il poeta Padilla viene arrestato, mobilitando in suo sostegno intellettuali e scrittori che in un primo momento avevano salutato con entusiasmo Castro: Mario Vargas Llosa, Julio Cortázar, Susan Sontag, o lo stesso Jean-Paul Sartre. Se la rivoluzione cubana all’inizio aveva animato la speranza viva di una strada nuova e intentata, con i primi episodi di messa a tacere della dissidenza iniziano a sorgere dubbi. E, come si sa, i dubbi possono essere pericolosi quanto le parole.

“El socialismo es joven y tiene errores”

In quegli anni però Che Guevara era già morto. Con la sua morte inizia l’epica e la leggenda, da cui poi verrà fuori anche l’iconografia Guevara. Jon Lee Anderson, autore della biografia Che: una vita rivoluzionaria, lo ha definito “l’archetipo della ribellione, il mito del guerrigliero universale”. Nella nostra memoria universale il Che resterà tanto quanto miti e archetipi greci: una figura mitica che incarna la rivoluzione. Per queste ragioni non è difficile comprendere come il suo volto sia diventato nel tempo una specie di santino nell’iconografia pop-olare, ancora oggi ritratto dal cinema, dalla letteratura, dall’arte, dal merchandising – anche perché nel Novecento abbiamo avuto la prima grande occasione umana di catturare realmente i volti grazie alla fotografia. Così anche le immagini del corpo di Guevara come un Cristo, catturato e ucciso in Bolivia, fanno la storia. Una storia che però finisce per essere interrotta e spezzata, perché il sogno dell’argentino era arrivare sin giù, nelle terre natie.

Il socialismo è giovane”, scrive Che Guevara in El socialismo y el hombre en Cuba due anni prima di morire, “e ha i suoi errori”. Non tutto era andato come previsto, non tutti i sogni rivoluzionari si erano realizzati, e il progetto di libertà e socialismo di Cuba doveva fare i conti con la realtà lì fuori, come per esempio la guerra fredda. A seguito del blocco economico statunitense, Fidel Castro aveva preso accordi per vendere lo zucchero ai russi, suggellando la “cooperazione” con i sovietici, che in cambio – ad esempio – rifornivano Cuba di petrolio. Parallelamente Guevara avrebbe desiderato creare un nuovo fronte libero, anche coinvolgendo i paesi dell’Africa per un progetto autenticamente anti-colonialista e anti-imperialista. Quando l’Algeria conquista l’indipendenza dalla Francia, Guevara va ad Algeri dove pronuncia un discorso critico nei confronti dell’Urss, definendo i sovietici l’altra faccia della medaglia dell’imperialismo. Anche i russi, come gli americani, usavano il commercio per creare rapporti di dipendenza con i paesi subordinati: quella del Che è una denuncia alle storture del socialismo, alla larga dalle autentiche basi di solidarietà tra gli esseri umani e di un internazionalismo che trascende le nazioni.

Così, l’eredità di questa figura atipica, a 50 anni dal tragico epilogo, continua a sussurrare nel tempo. Ernesto Che Guevara non era un politico, non avrebbe potuto. Era un dissidente, un guerrigliero, un ribelle, ispirato da un certo amore per l’uomo e l’umanità. “Avevo un fratello / che andava per i monti / mentre io dormivo”, con queste parole Julio Cortázar saluta il ‘Che’ alla notizia della morte. E qui, a cinquant’anni di distanza, più che il vuoto e la mancanza di un’epopea di guerrilla, si avverte un vuoto nell’amore per l’uomo, e della lotta che questo amore ispira. Il popolo – bistrattato nell’immaginario come massa informe – è ancora lì fuori: lo strazio di quest’epoca sta nel veder allontanare questo popolo verso le direzioni dei grandi partiti di massa populisti perché non si riesce più a comprenderlo. Ma ci sarà un altro fratello, forse, un giorno, che dirà: mi rivolto, dunque siamo.