10 dischi che raccontano il 1966

1966/2016: sono passati 50 anni, e ci sono meravigliosi dischi che invecchiano (bene) di mezzo secolo quest’anno. Possiamo solo dirvi che tra i grandi esclusi ci sono Ascension di John Coltrane, Animalism degli Animals, A quick one degli Who, Wild is the Wind di Nina Simone, Fifth Dimesions dei Byrds, John Mayall ed Eric Clapton insieme coi Bluesbreakers, Face to Face dei Kinks, o The Great San Bernardino Birthday Party and Other Excursions di John Fahey. Bell’annata, è il caso di dirlo.

1. Simon & Garfunkel – Sound of Silence

È il 17 gennaio quando Simon & Garfunkel danno alle stampe un album che riprende il titolo di una canzone tratta dal loro album di esordio Wednesday Morning, 3 A.M. (non un gran successo per la verità). Il duo riarrangia il pezzo in chiave folk-rock su intuizione del produttore Tom Wilson, da qui comincia la fortuna di Sound of Silenceche diventa immortale (vi dice niente la colonna sonora del film Il laureato?). Il singolo diventa l’apripista dell’intero album, e così si inseguono perle raffinate come Kathy’s Song, intuizioni alla chitarra come Anji, e vecchie ballate come April Come She Will. Paul Simon e Art Garfunkel non hanno avuto un successo fulminante insieme, prima di questo album si erano addirittura separati, Simon aveva provato a collezionare un canzoniere solista, ed è con questo disco che diventano la coppia che oggi conosciamo.

 

 

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2. Rolling Stones – Aftermath

Di Aftermath dei Rolling Stones ci sono due versioni, noi abbiamo scelto quella inglese che comincia con Mother’s Little Helper e non con Paint it Black. Per la precisione ci piace di più la copertina per il mercato UK. Il disco in versione UK esce il 15 di Aprile, per quello USA bisognerà attendere il 2 Luglio (sempre dello stesso anno, con quella coppia indiavolata di 6). Aftermath è un po’ il disco con cui gli Stones si consacrano alla prova della creatività, tutte le canzoni sono originali. Del resto con (I Can’t Get No) Satisfaction gli Stones avevano capito di essere capaci di creare hit, e alla creatività della coppia Jagger/Richards si aggiungevano le genialate musicali di un Brian Jones ancora in forma. Keith Richards ha sempre sostenuto che la parte più difficile del rock’n’roll è il roll e non il rock: Aftermath è un disco con molto roll (High and Dry, Doncha Bother Me), ma capace di incursioni rock come Under My Thumb o Stupid Girl. Una bomba.

 

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3. Bob Dylan – Blonde On Blonde 

Se il più bel disco di tutti i tempi venisse dal 1966 allora sarebbe senza dubbio Blonde on Blonde di Bob Dylan. Praticamente perfetto, un Dylan al massimo della forma che ne azzecca una dopo l’altra: Visions of Johanna, I want you, Just Like a Woman (solo per restare tra i pezzi più famosi). Che non perde un giro neanche sul finale con una meravigliosa Sad Eyed Lady of the Lowlands, che ci lascia viaggiare a occhi aperti su Fourth Time Around, che ci addomestica nel blues di Memphis, e ci fa perdere nell’assoluta dolcezza di Marie. Il più grande cantautore di tutti i tempi di fronte alla prova di realizzare uno dei capolavori della storia del rock. Una vetta artistica del Novecento. Un patrimonio dell’umanità da difendere coi denti. L’uomo chitarra e armonica più grande di tutti. Il poeta rivoluzionario. Basta chiacchiere, ascoltatelo. Immortale.

 

 

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4. The Beach Boys – Pet Sounds

Che giornata quel 16 Maggio 1966, in un solo colpo vengono fuori Blonde on Blonde e Pet Sounds dei Beach Boys! Nato dalla mente geniale di Brian Wilson, che vuol dare una svolta al suono surf-pop della band, Pet Sounds irrompe sul mercato musicale in maniera blanda, le vendite non sono grandiose, nonostante gli apprezzamenti della critica. Brian voleva dare filo da torcere a quelli che considerava i suoi rivali Beatles, e ci riuscirà così tanto da ricevere stima e apprezzamenti oltreoceano: Paul McCartney elogerà in particolare un pezzo inquieto e melodicamente perfetto come God Only Knows. Maniacale, perfezionista, ossessivo durante le registrazioni, Pet Sounds diventa preludio al crollo mentale di Brian: lo scioglimento della band durante la lavorazione di quello che resterà nella storia come il disco mancato, SMiLE, è dietro le porte. La premessa da cui sarebbe partito SMiLE è il singolo più venduto dei Beach Boys di sempre, Good Vibrations. Ma non lasciamoci sedurre dagli appuntamenti mancati (o rinviati), godiamoci Pet Sounds.

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5. The Mothers of Invention – Freak Out!

Il disco con cui Frank Zappa e i The Mothers of Invention si presentano al pubblico esce il 27 Giugno, e si chiama Freak Out! Lo stile schizoide di Zappa è già esplosivo sin dalla partenza, le sue provocazioni all’America si ritrovano già tutte qui. Il freak diventa stile di vita in questo concept-album complesso, folle: si va oltre, verso dove non si sa ancora nel ’66. Le incursioni di Who Are The Brain Police? raccontano le tendenze di un’intera epoca, ma riescono anche a rendere chiara la mostruosa capacità innovativa di Zappa. Frank vuole sbattersi e urlare, divertirsi come in Help, I’m a RockGo Cry On Somebody Else’s Shoulder (una piccola parodia crooner da riascoltare). Il gusto della provocazione musicale nasce anche da qui. Dissacrante.

 

 

 

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6. The Yardbirds – Roger The Engineer

Inutile girarci intorno, la parola Yardbirds porta alla mente musicisti epocali come Eric Clapton, Jeff Beck e Jimmy Page: un gruppo sperimentale che ha dato i natali a grandi musicisti. Dalla fase Jeff Beck nascerà anche questa piccola perla di blues-rock e psichedelia, Roger The Engineer. Si potrebbero definire gli Yardbirds solo come una palestra creativa per grandiosi chitarristi, da cui sorgeranno esperienze super-sonore come Cream, Led Zeppelin e il gruppo di Jeff Beck, ma saremmo ingiusti. Questo disco resta ancora un classico, con una Lost Women che tocca il cuore a botte di suoni rock’n’blues, con il boogie stellare di Jeff, e la conturbante Over Under Sideways Down. Una piccola chicca che parlava già dal futuro.

 

 

 

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7. The Beatles – Revolver

E il 5 Agosto dello stesso anno esce pure Revolver dei Beatles. Non c’è molto da dire e aggiungere su questo album, è ancora una volta la lotta tra Lennon e McCartney per il predominio del sound dei Beatles: ma è nella competizione – a volte – che nasce la dirompente bellezza. I’m Only Sleeping, Here There and Everywhere, Tomorrow Never Knows, basta tirare fuori un po’ di titoli per capire di fronte a cosa ci troviamo. Melodia, potenza, genio, talento, creatività: i Beatles non sono già più la boy band che fa solo impazzire le ragazzine urlanti, hanno trovato un’identità più forte con Rubber Soul e sono pronti alla rivolta di Revolver. C’è addirittura il tempo per una Yellow Submarine, ma poi si riparte carichi con Good Day Sunshine. Dietro l’angolo c’è Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Ma Revolver è una revolverata al cuore.

 

 

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8. Tim Buckley – Tim Buckley

Non poteva mancare dal 1966 l’esordio di un cantautore meraviglioso come Tim Buckley, una delle voci – quando non la voce – più belle e toccanti della storia della musica. Se non è ancora il capolavoro di Tim, questo disco irrompe già come una presentazione di quello che sta per accadere, e dei meravigliosi deliri magnetici di dischi come Lorca. I Can’t See You è già psichedelica e soffusa, viene da un altrove, ed è proprio su questo che si fonda la bellezza della musica di Buckley: una voce che viene da qualche dove che non è il nostro pianeta terra, un’esperienza extra-terrestre. Aren’t You The Girl ci sussurra questi mondi altri, anticipa quello che accadrà in Pleasant Street, Grief in My Soul e Song of the Magician sono piccole magie conturbanti. Già dall’esordio è chiaro che siamo di fronte a un talento rivoluzionario.

 

 

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9. 13th Floor Elevators – The Psychedelic Sounds of the 13th Floor Elevators

Surrealistic Pillow dei Jefferson Airplane uscirà soltanto nel 1967, ma nel novembre del ’66 la psichedelia esplodeva magnifica in questo disco dei texani 13th Floor Elevators. Per mettere subito in chiaro di cosa stiamo parlando The Psychedelic Sounds si apre con un pezzo portento come You’re Gonna Miss Me, condensato di stili hippy per gli anni Sessanta che apriranno la magnifica Summer of Love. Come non sentire in Reverberation i riverberi dei grandi duetti della stagione felice dell’hippy rock. Si gioca con il folk, con il rock, con la psichedelia in un’esplosione che si condensa man mano in Don’t Fall Down e nell’ossessiva Fire Engine (quante volte la sentite anche oggi riformulata?). I mostri di Erickson sono ancora i nostri, e dobbiamo farci i conti. L’esperienza lisergica di questo disco dei 13th Floor Elevator è qualcosa da cui non si può prescindere nel 1966: un condensato di psichedelia.

 

 

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10. Buffalo Springfield – Buffalo Springfield

Nella prima versione del dicembre 1966 di questo album dei Buffalo Springfield purtroppo manca uno dei singoli più belli e potenti dell’epoca, For What It’s Worth. Sarà aggiunto solo qualche mese dopo nella ristampa dell’album. Ma se parliamo del ’66 dovremo fare quindi a meno di parlare di questo pezzo, anche se è dura. Il gruppo di Neil Young e Stephen Stills fu un’esperienza brevissima, ma quest’esordio racconta già tutto quello che ci aspettava dietro l’angolo. Le voci si alternano a cantare, le incursioni canore di Young su Out of My Mind e Burned fanno il verso a Stills e Richie Furay (che in realtà sono le vere voci ufficiali della band). Questo disco è una promessa: la promessa che da qui partiranno alcuni dei grandi vertici del rock. La promessa si condensa anche nel singolo che verrà registrato di lì a poco. Qui si fa la storia, o almeno si prepara.

 

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