La Silicon Valley è lo sfondo di Qui non c’è niente per te, ricordi? (La Nuova Frontiera, traduzione di Lorenzo Medici), un territorio che da sogno algoritmico binario pubblicitario si trasforma per Cassie, protagonista del romanzo di Sarah Rose Etter in un incubo totalizzante, una crepa nell’abitare, una trasformazione in insetto che vive per lavorare.
La cocaina che diventa l’unico modo per sostenere i ritmi imposti dai piani alti incarna l’artificiale forma imposta al corpo umano per piegarsi a nuovi ritmi, nuovi bisogni, quelli delle macchine, del marketing, degli investitori, del capitale, lo stimolo costante richiesto da una combustione energetica che così come estrae dal pianeta nelle distese di Data Center, estrae dai corpi umani sino a svuotarli. Sostanza polverizzata della performance, una turbina di scariche elettriche chimiche e necessarie.
Il commute time della ripetizione quotidiana scandisce il ritmo, tra completi ridicoli indossati come divise, luci di tablet che illuminano vagoni silenziosi, dove tutto il tempo è già il tempo del lavoro, dove il lavoro si è sostituito a sé, dove la tecnologia si incarna in un liquido macchiato dentro una cup riciclabile e marchiata a fuoco.

La Silicon Valley è per Cassie la meta ambita, la via di fuga da una famiglia ancorata ad un America tanto vasta quanto piccola, una madre spendacciona ed un padre costretto a mettere marmellate sugli scaffali dopo la pensione per venire incontro agli acquisti folli, un padre che chiede alla figlia un’unica cosa: che se ne vada via.
La California rimane sempre quel miraggio, lo Stato delle grandi migrazioni che da Steinbeck ad Hollywood passando per la Porno Valley sino alla nuova tecno-mania, un miraggio che si trasforma in mostro fagocitante, una bocca che sale e scende come le strade di San Francisco attraversate da tram sferraglianti mentre ai bordi dei marciapiedi il Fentanyl zombifica, creando nei corpi da sé abitati la grande dimenticanza.
La San Francisco che vampirizza ed espelle, l’affitto come strumento di ricatto, i dipendenti nelle roulette, le vie ricolme di tende, i senzatetto accampati davanti ai portoni con i loro sguardi persi fatti di luce e riflesso. Il riflesso della paura, la paura di vedersi gettati in nonnulla, privati delle sacre mura, privati della cura, alieni mostrificati in attesa della fine, in attesa delle fiamme della cancellazione.
Il mondo di Cassie si divide tra il lavoro in una start-up del tech ed una serie di rapporti umani plastificati e incerti fatti di amicizie sul filo della non-sopportazione, intossicazioni e ubriacature, flirt opachi e scadenze impossibili scandite dai grandi visionari che hanno ricevuto il dono del Futuro. Le giornate scorrono veloci e scarne, il tempo breve dell’inalazione scandisce gli incontri, le cene, i dialoghi grotteschi, di personaggi scissi e ricomposti che hanno perso la battaglia della distinzione tra l’essenza e la produzione ricevendo in cambio la totale convinzione della propria fondamentale importanza nell’ingranaggio della presunta Salvezza del Mondo.

Il pianeta Cassie vede orbitare intorno a sé follie oggettificate, zaini brandizzati bandiere identitaria della separazione tra i benedetti dal silicio e gli squalificati della strada, maledetti dal cielo aperto e infinito sopra gli sguardi privati di un soffitto.
Ed è qui che ritorna il tema della fuga fallita, di una generazione sottomessa ai desideri degli altri, dove il motore desiderante dell’io si scioglie nel desiderio più grande dell’altro, un desiderio di sottomissione completa, di automazione incarnata e non ancora elettrificata, corpi svuotati appesi al gancio del macello, bocche riversanti numeri liquidi, numeri informatici, numeri economici, numeri del tempo, numeri del denaro.
Il romanzo di Etter è un romanzo sulla delusione, sulla vita adulta tradita e mangiata, sputata, cagata dal capitale, spruzzi di liquame nelle bare dorate, dorate come il Golden Gate, che dorato non è nemmeno mai stato, nel suo rossore, rosso come il sangue, quel sangue che alla fin fine si può anch’esso vendere. Ma ancora più di questo Sarah Rose Etter riesce a mostrare il lato forse ancora peggiore della vicenda: l’aver convinto l’essere umano ad esserne felice.