Entri nella sala quando è ancora buia, riparandoti dalla bora durante una delle prime serate che fanno odore di autunno a Trieste, e quando si accendono le luci ti trovi davanti sul palco una piccola folla: un carismatico cantante scalzo in frac e tuba scintillanti di paillettes, un’avvenente tastierista in occhiali scuri avvolta dalla bandiera dell’impero, un bassista drag con zeppe, gonna leopardata e una folta barba nera, un uomo delle caverne visibilmente troppo eccitato che percuote teschi con dei bastoncini, un polistrumentista in tuta dei lavori pubblici con il tipico fazzoletto in testa delle vecchine, e un po’ più defilato sulla destra, in tuta verde e cappello, un chitarrista, che a confronto sembra quello sobrio della banda. Non puoi fare a meno di chiederti cosa stai vedendo, e in effetti, continuerai a chiedertelo più volte, durante l’esibizione, mentre le orecchie sono investite da suoni martellanti e frenetici. Non è uno spettacolo teatrale, o forse si, forse si tratta piuttosto di un rituale sciamanico, ti sembra di riconoscere tra le luci e il fumo una delle tipiche gang che ci siamo abituati a vedere tra le pagine degli shonen manga o in uno degli anime d’azione che hanno nutrito il nostro immaginario giapponese, e invece è la formazione dei Super Jet Kinoko, band della scena indie di Osaka che apre in grande stile una stagione musicale del Teatro Miela che si promette da subito ricchissima. In pochi secondo il freddo passa, il corpo si scioglie ondeggiando tra gli altri corpi, le pareti della sala scompaiono e ti convinci di essere in uno dei deserti californiani assecondando le frenetiche sonorità di questi signori della psichedelia che si agitano senza sosta davanti a te.

Quello dei Super Jet Kinoko è uno spettacolo di cui è difficile rendere conto a parole, decisamente da vivere piuttosto che leggere. Se li cerchi su Internet, sono presentati come una “new wave mushroom trance band”, qualsiasi cosa questa sia. Ogni definizione in realtà lascia un po’ il tempo che trova, poiché appare inadeguata a descrivere l’esperienza unica del loro live, così come è limitante definire concerto questo evento che appare una cosa a metà tra un happening e un rito collettivo, una performance energica e colorata che anche senza aver ingerito funghetti della tipologia di cui sopra mette a dura prova le percezioni dello spazio e del tempo – “kinoko”, per inciso, significa proprio “fungo” in giapponese, un nome decisamente appropriato per una bande capace di mandare in delirio anche il pubblico più imbalsamato dei locali triestini. Il risultato della combinazione dei suoni è decisamente interessante, una fusione di rock, new wave, elettronica trance e psichedelia, elettrico ed elettronico che si fondono col groove che incalza scandito dal basso vibrante e dai colpi di cassa in un incedere techno e ipnotico condito da schitarrate sferraglianti ed effetti sonori strampalati e imprevedibili. Lo spettacolo viaggia su due binari inseparabili, quello della stravaganza visiva e della sfrontatezza sonora, si ride e si balla: visionari come solo i giapponesi sanno essere, questi geni della stramberia riescono a essere primordiali eppure a modo loro sofisticati, ti stordiscono coi suoni per poi sorprenderti con improbabili coreografie, quando all’improvviso appare tra di loro un settimo membro, che alla bisogna danza in punta di piedi travestito da un uccello in kimono, o ondeggia vestendosi di una medusa, si infila in un gorilla gonfiabile per poi uscirne come il tipico alieno da serie TV americana. L’esibizione è una miscela di caos e compostezza geometrica in cui è difficile riconoscere parole o identificare una scaletta, ti lasci andare senza fare troppe domande, una pura immersione nel delirio collettivo.

Si perde rapidamente il controllo del tempo, avvolti dalla trance comune scandita dalla vertiginosa combinazione di suoni, luci e colori. Ci si risveglia all’improvviso quando la ragazza al centro del palco ci informa che hanno in vendita al banchetto un nuovo vinile, le pupille si restringono quando torna il buio, troppo presto, la festa è già finita, adesso c’è la sera fredda di bora da attraversare per tornare a casa, nessuna psichedelia e nessuna trance, nessun funghetto. Ci riascolteremo quel vinile a casa, che abbiamo preso come monumento a questa serata, per essere sicuri di aver portato con noi quell’oretta di delirio indescrivibile che è solo nostro e di chi era lì insieme a noi.
Foto di Marta Grimolizzi


