Venticinque anni fa pochi avrebbero scommesso su un festival di club e di elettronica a Torino. Invece C2C Festival, nato nel 2002 come Club To Club, ha festeggiato quest’anno il suo venticinquennale ed è oggi uno dei festival più longevi d’Italia, con un pubblico ormai più internazionale che italiano.
A tenerlo in piedi è stata la visione di Sergio Ricciardone, che lo ha fondato nel 2002 con Roberto Spallacci e Giorgio Valletta e lo ha diretto fino alla scomparsa, avvenuta nel marzo 2025. Rifiutava l’etichetta di festival elettronico e preferiva parlare di avant-pop, una musica libera dai generi che è ancora l’idea su cui si regge C2C.
Un’idea che oggi suona più attuale che mai: l’elettronica è meno un genere e più un linguaggio, che attraversa pop, rock, r&b e rap, e il dancefloor chiede energia più che categorie. Ne è stata piena l’atmosfera tra OGR e Lingotto: padiglioni industriali trasformati in sale buie, luce nel fumo, mani alzate e una folla giovane che parla molte lingue. Le presenze sono state 43.000, un record, con gli internazionali per la prima volta più degli italiani e il 78% sotto i 35 anni.
Lo si è capito già giovedì alle OGR, dove, dopo l’apertura raccolta di ML Buch, gli Avalanches hanno fatto entrare la musica dentro: la testa si fa leggera su Every Single Weekend e Can’t Get Over Losing You, con due dj in festa sul palco e visual da pubblicità pop art. Poi Shygirl, una delle grandi scoperte dell’edizione: una voce dall’estensione alla Björk, che passa dall’alt rock all’r&b fino a una regalità elettro, con chitarre e una grinta da leonessa. Non c’è sonno che tenga, bisogna ballare.
Il venerdì, al Lingotto, la scena è passata al pop di Robyn, tornata con l’album Sexistential, e a quello sospeso di Oklou, ma anche a Theo Parrish, protagonista di un dj set di sette ore, sette, nell’epoca dei contenuti da trenta secondi: WTF, davvero.
ll sabato ha spostato ancora l’asse. È stato di Kelela, vera queen della serata, una voce che ha ridisegnato l’alternative r&b intrecciandolo all’elettronica. Prima di lei Fine, cantautrice e produttrice di base a Copenaghen, che porta sul palco con una band un suono dal calore folk e americana, tra blues e jazz, lontano dalla pista e per questo prezioso. Danese anche Elias Rønnenfelt, il frontman degli Iceage in veste solista, passo laterale altrettanto utile dopo tanta elettronica.
E poi Yung Lean e Bladee, i due svedesi insieme sul palco per la prima volta in Italia: arrivano dallo stesso immaginario, il cloud rap malinconico cresciuto tra Stoccolma e Internet, e dal vivo si completano. Lean con il suo timbro sospeso e un pop nostalgico un po’ sbiadito, Bladee con melodie filtrate dall’autotune che trasformano la tristezza in qualcosa da cantare insieme. Un set fatto di atmosfera più che di pista, a C2C un’altra faccia del ballare: quella in cui anche il dolore si muove a tempo.
Messi in fila, questi nomi dicono cos’è oggi C2C: un festival nato dall’elettronica che mette in cartellone, tra gli altri, una pop star, un cantautore con la chitarra, rapper nordici. Un programma segnato anche da una forte ed evidente maggioranza femminile sul palco – tra grandi conferme e scoperte. Scelte poco ovvie, che a volte spiazzano e non sempre convincono, ma sono una scommessa precisa: cambiare pagina senza tradire la propria storia. Torino cresce con il festival, sette venue, il Carignano tornato dopo undici anni, una domenica con un solo biglietto per due locali (Le Roi e Notorius) come alle origini. E accanto alle scoperte restano i nomi storici come Arca e Kode9: le scoperte servono a non invecchiare, i nomi storici a ricordare da dove si viene.
È qui che si misura la maturità di un festival, forse il lascito più vero di Ricciardone: non difendere un genere, ma custodire un’idea di musica come luogo d’incontro. Cambia il suono, resta il desiderio di ritrovarsi.



