Bidonville, nelle canzoni dei 24 Grana nessuno è straniero
Dove vanno a finire le canzoni dei gruppi che si sciolgono? Me lo chiedo spesso, a volte penso vengano custodite da chi quel gruppo lo ha amato. Vengono cantate e tenute in vita da tutti quelli che quel gruppo lo hanno seguito durante la loro carriera. Così quando Francesco Di Bella e soci hanno annunciato, qualche anno fa, che sarebbero tornati a suonare insieme quelle canzoni erano più vive che mai. In attesa di essere restituite ai legittimi proprietari, da lì, arrivare a scriverne di nuove è stato un passaggio naturale anche se non scontato.
Bidonville, il nuovo album di inediti della band napoletana, arriva a quindici anni di distanza da “Sulla stessa barca”. Nel frattempo, è cambiato il mondo. Basti pensare alla scomparsa di Steve Albini, il produttore a cui Peppe Fontanella e soci si erano affidati per l’ultimo album in studio prima dello scioglimento. È cambiato il mondo ed è cambiata (moltissimo) anche Napoli.
Il disco esce per La canzonetta records e riprende un discorso interrotto tempo fa, fino al 2020 quando hanno sono comparse online immagini che preludevano a una réunion della band. Un urlo di gioia strozzato in gola ai fan dalla pandemia di Covid che ha solo aumentato l’attenzione al ritorno di questo progetto. Prima poche date, poi sempre altre aggiunte a grande richiesta, un tour che ha toccato tutta l’Italia e un inedito che anticipava una raccolta dei loro successi. Poteva fermarsi tutto lì invece evidentemente Di Bella e soci ci hanno preso gusto e, molto più probabilmente, si sono resi conto di poter avere ancora molto da dire.
Questo nuovo album è una macchina del tempo, ma non in senso di nostalgia e retromania. Probabilmente nell’abbuffata musicale che ha visto anche Napoli e il napoletano vivere una stagione d’oro avevamo perso di vista il modo di scrivere di un tipo di musica che sa ancora guardare ai temi sociali. In questo senso già il titolo è un manifesto. Napoli è ormai meta alla moda, cosa ben lungi da essere ipotizzabile negli anni 90 quando i 24 Grana muovevano i primi passi. Allora il tessuto culturale formato dai centri sociali permetteva ai gruppi emergenti come loro di girare lo stivale in lungo e in largo. Adesso il modo di scrivere e di fare musica è cambiato e quel tipo di circuito è tramontato, conseguentemente a un tramonto dei valori sociali di cui era portatore, i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Francesco Di Bella, foto di Lidia Tagnesi
Eppure, tutto ciò che quei magnifici soldati toccavano, subito si corrompeva. Gli infelici abitanti dei paesi liberati, non appena stringevano la mano ai loro liberatori, cominciavano a marcire, a puzzare.
Scrive così Curzio Malaparte ne La Pelleambientato per lunghi tratti a Napoli. E questo passaggio ricorda molto il sopravvento che ha preso il capitalismo nella nostra società e a Napoli sotto forma di turismo e gentrificazione incontrollata. Di questa città e di questo popolo le canzoni dei 24 Grana sono sempre state piene, sempre pronti a raccontare i risvolti angusti di un vortice che non risparmia nessuno. Vedi alla voce Gaza (ce chiamma ancora), Stadera che rimettono le storie delle persone al centro. Il modo di scrivere di Francesco Di Bella riesce a condensare in poche pennellate una vita, una storia. La discografia dei 24 Grana è sempre stata ricca di storie, soprattutto di storie marginali. I 24 Grana hanno, fin dal primo giorno, cantato degli ultimi della società, quelli a cui bisogna prestare più attenzione per non lasciare nessuno indietro.
Non è un caso, probabilmente, che il primo singolo sia stato Stadera. Una canzone che parla di una zona di Napoli lontana dai riflettori dell’hype che sta travolgendo insieme alla gentrificazione il capoluogo partenopeo. All’epoca dei loro primi album i quartieri spagnoli erano una zona che frequentavano solo le persone più abituate a muoversi per i vicoli di Napoli, adesso i residenti sono stati quasi tutti sfrattati per far posto a B&B e locali commerciali dove si vendono bevande a prezzi maggiorati. C’è odore di fritto dappertutto e anche chi è rimasto mette, non si sa quanto volontariamente, in scena una rappresentazione forzata di quel che resta di quei luoghi. Intanto i posti per suonare a Napoli (la città della musica) chiudono sotto i colpi di una miriade di ordinanze che ne limitano l’attività. Gli spazi sociali faticosamente resistono ma la vita di tutti i giorni non è come ce la raccontano la maggior parte delle visite fugaci. Il sole e il mare sembrano non bagnare Napoli o almeno non tutta.
In quegli anfratti tenuti nascosti si inseriscono la penna di Francesco Di Bella, la chitarra di Peppe Fontanella, il basso di Armando Cotugno e la batteria di Renato Minale. Il sound del disco riprende quello di album come Metaversus e K- album passando anche per Ghostwriter. Il singolo che ha anticipato il disco, Stadera, ha subito messo in chiaro le cose. Bastava chiudere gli occhi e ascoltare l’attacco di chitarra per ritornare indietro nel tempo a una musica senza particolari orpelli. Testi diretti che poggiavano su riff di chitarra spesso ipnotici. Canzoni come Nino o Nisciun parla chiù alternano accelerate e ballad, come anche la title track e Sotto San Gennaro. Overdose richiama alla mente inni generazionali come Vesto sempre uguale. Non è facile rimettere insieme la banda e sfornare un album come Bidonville. Si vede che sentivano fosse l’ora ‘e turnà a faticà. Ma in queste canzoni c’è soprattutto la consapevolezza unita a una certa pacatezza data dalla decennale esperienze sui palchi di tutta Italia. Al contempo i testi trasudano l’urgenza di chi non ha mai smesso di guardare il mondo da un punto di vista non scontato, non assecondando i dettami delle classifiche.
“E questo restava, della città impagabile, questo soltanto, e l’ombra d’un passato scolorito e la retorica che pretendeva di essere poesia, e nulla, e nulla, e quale città diversa avrebbe vissuto un giorno, quale città?”
Così scrive Nicola Pugliese in Malacqua, e così sembrano dire anche i 24 Grana nel loro disco. Un canto laterale, una luce che illumina la periferia, lontano da una gentrificazione che pialla ogni immagine, canzoni senza filtri ad abbellire i racconti. Saper trovare nell’inferno quello che inferno non è. Non dimenticare nessuno, non lasciare nessuno indietro. Nelle canzoni dei 24 Grana nessuno è straniero.
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