Luci e ombre di RoBOt Festival XI

Fotografie a cura di Chiara Benzi

 

Le settimane a cavallo fra ottobre e novembre, si sa, sono loci deputati alla musica futuristica italiana, lungo la penisola vanno in scena alcuni fra i festival più rappresentativi e riconosciuti della scena elettronica, capaci di richiamare artisti, pubblico e risonanza mediatica di livello internazionale. Questo periodo dell’anno è interessante, oltre che per il fatto di poter partecipare a questi festival, perché permette di fare un check-up della vitalità di manifestazioni di questo tipo, di controllare lo stato attuale delle cose.

A Torino in questi giorni si consumava Club2Club, probabilmente il festival italiano più importante del genere digitale, che ormai da anni si presenta, e si riconferma, come un punto fermo ed un baluardo di questo genere che altrove nel Bel Paese è invece agonizzante. Alle buone notizie che ci arrivano via report e Instagram stories (purtroppo non è toccato a noi essere lì) da sotto la Mole si aggiunge il felice ritorno del RoBOt Festival nella rossa città felsinea. Con l’undicesima edizione il festival elettronico di Bologna torna a far parlare di sé in maniera positiva: dopo il fatidico tracollo della pur spettacolare edizione del 2015, quelli di Robot non l’hanno data vinta ai debiti e ai detrattori e dopo anni di attività sottotraccia, senza che il pubblico bolognese mostrasse troppo entusiasmo e partecipazione, sono riusciti ad organizzare un festival che come è stato scritto ha riportato il capoluogo emiliano fra le città europee della techno.

Senso del lavoro e umiltà o diabolica perseveranza? La risposta a questa domanda non è facile, e per poter darne una è il caso di ripercorrere le due serate dello scorso fine settimana. Anche perché se da una parte è vero che questa edizione è stata di gran lunga la migliore degli ultimi quattro anni sia a livello di musica che di riscontro col pubblico (si vedano i tre sold-out al botteghino), da un’altra non è tutto oro quel che luccica.

 

 

Con la serata di presentazione che si era svolta a metà ottobre a Palazzo Re Enzo, manifesto in un certo senso della poetica di Robot (per chi non abbia familiarità con Bologna il suddetto palazzo è del Duecento e si trova esattamente al centro della piazza principale della città, non è difficile immaginare la suggestione che può creare una serata lì), e con le Robot Nights che si sono tenute a frequenza mensile dalla primavera si era creato un clima di aspettativa diffusa che solo in parte è stato rispettato. Il festival vero è proprio è stato ospitato in due luoghi diversi ex Gam e il nuovo spazio Dumbo e si è articolato in due sere, quelle di venerdì 25 e di sabato 26 dove le serate erano due.

Ex Gam è una sala congressi fuori dal centro, non difficilmente raggiungibile a piedi, ma esclusa dal servizio dei mezzi pubblici dopo un’ora assolutamente non tarda, le 21; è un luogo enorme, con soffitti alti e altrettanti alti pilastri, il pavimento è di marmo accuratamente smerigliato, e la sua caratteristica principale è che è completamente bianco, di un bianco baluginante. Chiunque abbia frequentato un club, o abbia mai ascoltato questa musica, sa che il bianco non è proprio il colore adatto a situazioni di questo tipo. E probabilmente anche quelli dello staff lo sanno, tant’è che al centro della sala Maggiore hanno calato un elegante sipario nero a formare una tenda più o meno scura chiusa su tre lati dove stavano palco e consolle. Quando il 25 sono andati in scena dj come Red Axes e John Talabot, che quindi hanno portato con sé musica ad alti bpm e intensità, l’effetto reso non era dei migliori e se da un lato, in pista, si è creato un ambiente che favoriva un rapporto più intimo con la musica, anche se a tratti vanificato da un non troppo sapiente uso delle luci, dall’altro, dall’esterno di questa tenda quello che si percepiva era una sorta di confusione di tavolini abbandonati, grafiche gettate senza troppa cura e di gente che caracollava in mezzo ad uno spazio troppo grande per essere riempito. Ed è un peccato che pur avendo portato artisti di un certo calibro non si sia stati in grado di creare un ambiente che fosse sullo stesso piano. Questo quantomeno vale per la serata di venerdì, che aveva un programma più spinto, diciamo, rispetto a quello dell’indomani che ha visto invece un altro tipo di musica elettronica, più riflessiva ed introspettiva. Infatti il 26 l’effetto grottesco nato dall’unione della sala bianca e della techno era sparito. Probabilmente le stupende performances audiovisive di Guenter Raler, di cui vi avevamo parlato, e di Alessandro Cortini si sposavano meglio con l’ambiente di Ex Gam, che sembrava un posto diverso rispetto alla sera prima, elegante e in armonia col tipo di musica, più vicina all’esibizione artistica in senso stretto che al clubbing. Non a caso la sigla GAM sta per galleria di arte moderna.

 

 

Se già dopo l’intervista ci eravamo fatti una certa idea su quello che Queering the digital space, questo il titolo del lavoro presentato dalla dj e produttrice bolognese, il live non ha tradito le aspettative, e anzi ci ha mostrato una performance di spessore e di profondità intellettuale ed artistica: per una buona ora il pubblico all’interno della tenda-sipario ha tenuto il collo in su e gli occhi incollati alle proiezioni alle spalle di Guenter Raler che mostravano, incorniciate in una scheda di Google Chrome, quattro sezioni diverse all’interno di ciascuna delle quali si muovevano video di Youtube, bacheche di Facebook scrollate, chat di forum alt-right e video virali, i quali con una frenesia da multitasking si mescolavano e decomponevano al ritmo dei suoni disgregati dell’artista.

Si potrebbe dire che se la serata del 25 non ha convinto per alcune scelte e per il luogo non propriamente adatto nonostante l’alto livello degli ospiti, quella del giorno dopo è stata decisamente convincente con l’azzeccato accordo fra musica, arte ed ambiente. Forse anche il pubblico era diverso, se il venerdì ha potuto attirare gente in maniera trasversale fra i cultori del genere, curiosi vari e tanti altri che invece non hanno ben presente la distinzione fra andare a ballare in discoteca e una serata di club, creando così una disomogeneità strutturale e richiamata anche dalla location, di sabato al contrario si è vista un’altra cosa, più speciale. Ma questo è un problema culturale generalizzato in Italia che andrebbe affrontato a più livelli, e cui Robot Festival a modo suo ha dato una risposta anche significativa, con la continuità delle Robot Nights sparse in giro per la città durante l’anno, e soprattutto col closing party a Dumbo.

 

 

 

Immaginatevi un enorme capannone industriale dismesso, con i mattoni a vista in stile C’era una volta in America, la navata coperta a mo’ di navata da putrelle in acciaio, al cui interno si suona ad altissimo volume una musica pazzesca. Ecco questo è quello che è stato il closing party del Festival. Il nuovo spazio, che speriamo continui la sua attività e possa diventare una tappa fissa della musica a Bologna, ha visto avvicendarsi prima gli 808 State che a dire il vero non hanno brillato come in altre occasioni, colpa forse di una forma un po’ opaca, forse di un fonico un po’ distratto, poi è venuto il turno di The Comet Is Coming. Il trio londinese si è esibito in un live che da solo forse è valso l’intero festival. Un miscuglio di suoni elettronici e jazz che è stato capace di soddisfare e far ballare sia chi li segue ed è più vicino al loro suono, sia chi in rigoroso completo nero era lì per Donato Dozzy, il cui nome è stato tra l’altro cantato per tutta la notte dalla sua fan base, prima dopo e durante le sue due ore di set. Una sessione di acid pesantissima (ovviamente l’aggettivo è usato in accezione positiva) che è stata musica per le orecchie delle migliaia di persone che hanno calcato la pista di Dumbo.

Ora ad una settimana dal festival è tempo di bilanci e muovendoci fra i panegirici che sono stati scritti ci sentiamo di confermare il fatto che questa edizione di RoBOt abbia mostrato la felice ripresa di un’attività che nel bene e nel male è stata simbolo ed attrazione della città, come hanno testimoniato i nomi importanti che sono apparsi sui manifesti e le relative performance, e il ripreso rapporto di fiducia fra organizzazione e cittadini del capoluogo emiliano. Siamo felici, come siamo rimasti tutto sommato divertiti dalle quattro serate, che il festival si sia svolto bene, senza problemi, e speriamo che nei prossimi anni continui così tenendo una china positiva sia l’attività del Festival in senso stretto sia quella delle Robot Nights che gli girano attorno e possono contribuire a dare spazio e continuità al genere elettronico, che è il futuro anche se in Italia ancora non lo sappiamo. Tuttavia, ci sono state non solo luci, ma anche ombre. Oltre alla ambigua questione di Ex Gam che è roba squisitamente di produzione e organizzazione, ci sono stati altri dubbi sui quali si sarebbe benissimo potuto sorvolare se si fosse trattato di un organizzazione di gente alle prime armi, invece di parla di Robot e di undicesime edizioni. Si è parlato di rapporto ristabilito fra Bologna ed il festival, ma di quale Bologna si parla, di quella studentesca per la quale i prezzi dei biglietti, dei drink e dei trasporti non erano proprio accessibili o di quella più grande e con nelle tasche più possibilità? Mi riferisco in generale alle serate di organizzazione Robot, la quale denunciava appunto la mancanza di quella classe studentesca alle proprie manifestazioni. E ancora non crediamo si debba essere dei professionisti per capire che non basta mettere una chill out zone per chi ha esagerato o il laboratorio portatile di sostanze stupefacenti per capire cosa stai assumendo che, per carità, sono entrambe cose necessarie in determinati ambienti, se poi quando sono previsti più di duemila ingressi c’è un solo bagno tra l’altro sempre occupato e con una fila aggressiva, chissà perché poi…, ed il divieto di rientrare una volta usciti dal locale. La situazione era tanto grave che personalmente abbiamo più volte sentito gente rimpiangere i buoni e vecchi cessi chimici, che normalmente sono un po’ il simbolo di ogni festival.

Tirando le somme l’undicesima edizione del Robot Festival ha portato una ventata di aria fresca e di innovazione, ma per raggiungere lo status di grande festival di risonanza nazionale o addirittura europea il cammino non è ancora finito anche se la strada imboccata sembra promettere bene.

 

 

 

 

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