Baths – Obsidian

Los Angeles, 1989: Will Wiesenfeld, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Baths, nasce a Tarzana, quartiere a sud della megalopoli californiana che prende il nome dal ranch che fu di proprietà di Edgar Rice Burroughs, autore di Tarzan, il celeberrimo Re della Giungla e delle Gocciole, e in questa terra baciata dal sole e dall’oceano sin dalla più tenera età si distingue per una predisposizione naturale alla musica. Fino ai dodici anni suona il piano, poi lentamente converte le sue attitudini ad un suono più minimale. Nel 2010 debutta ottenendo un discreto successo con Cerulean, un LP fresco e sognante, composto homemade in soli due mesi e prodotto dall’etichetta indipendente Anticon.

Dopo tre anni di b-sides e tracks a sorpresa, il 28 maggio scorso è uscito Obsidian, l’atteso seguito che dà finalmente forma ad un percorso ancora incerto. Le atmosfere si fanno più cupe e intense, la pietra di origine lavica che dà titolo al disco porta con sé l’erosione e il raffreddamento di una civiltà in costante cambiamento, così come i dieci brani che fanno parte di questo gioiellino glitch. Wiesenfeld si fa padrone di una voce molto più controllata e ferma, conscio delle sue estensioni, ma anche dei limiti, per questo non ci sono sbavature o segni di interpunzione dove non dovrebbero: è un lavoro che trae la propria originalità da assonanze e non da dissidenze.

In Obsidian ai canti balcanici si mescolano nenie dolciastre a partire da Worsening che oltre a rimarcare un territorio già ampiamente conquistato da gruppi come Sigur Ròs o Mogwai fornisce una chiave di lettura rivista e aggiornata di un genere, quello dell’ambient, che ora gode di premesse ottime per un futuro, oserei dire, radioso. Si passa poi dall’irrefrenabile ritmo trip-hop di Miasma Sky, la ballad dream-pop che introduce il tema del transito provvisorio dell’essere umano su questo umano e lo riprende in Ossuary, la Venere psichedelica della raccolta.

Tra le più coinvolgenti e personali interpretazioni di quel male oscuro che ha colpito il nostro Baths non vanno dimenticate Ironworks e No Past Lives, dove i tasti del pianoforte fanno presto ad avvampare come i contorni di vecchie cartoline o Phaedra che esorcizza la paura del futuro attraverso reminiscenze mitologiche. Nella lunga agonia che ha accompagnato il cantautore durante l’intero atto compositivo sembra quasi che qualche decibel sia saltato, tempeste ataviche e distruzione sono lo scenario di Earth Death, che ci porta nella dimensione dei nostrani Aucan, senza storpiature dub o split, così come li abbiamo conosciuti con Storm.

Ad Obsidian appartengono pezzi profondi, nati da necessità terapeutica e non da un capriccio dettato dall’appetito di fama ed è nei frammenti di rugiada sospesi sulle note di No Eyes o nei sospiri della conclusiva Inter che appare evidente quanto le aspettative siano l’elemento trainante di quest’album, non il declino, non lo scetticismo o lo sconforto. Baths ha imparato a giocare con i sentimenti.

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