Brunori Sas – A casa tutto bene

Gli ambienti migliori in cui ascoltare un nuovo disco sono principalmente due: l’automobile e il bagno. L’acustica è diversa, ma in entrambi i luoghi è perfetta per avvicinarsi in modo intimo, quasi viscerale alla musica. Durante l’estate i suoni entrano ed escono dai finestrini abbassati della macchina, mentre in inverno l’acqua bollente scorre insieme ai pensieri sotto la doccia. Quando voglio concentrarmi e capire i pregi e i difetti di un album so dove andare a cercare risposte. Ed è quello che ho fatto pochi giorni fa, in una sera di fine gennaio, mentre l’oscurità abbracciava i palazzi e le luci si accendevano come fuochi d’artificio dietro le tende appese alle finestre. Può, però, capitare che vengano stimolate più domande che risposte come nel caso del quarto disco di Brunori Sas, A casa tutto bene.

Foto di Silvia Tofani

“Dov’è andata l’euforia?”, il primo interrogativo arriva inaspettato da chi, nell’ormai lontano agosto del 2011, mi consigliava di ascoltare una canzone dal titolo Guardia ’82. In un’epoca senza Spotify (e sembra una vita fa) ero riuscita a trovare il Vol. 1 e il Vol. 2 di Brunori finendo per imparare in poche ore i testi a memoria. Oggi che abbiamo la possibilità di avere tutto (o quasi) quello che desideriamo grazie a un click sulla tastiera l’euforia ha paradossalmente lasciato il suo posto al realismo. Negli ultimi tre anni dall’uscita di Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi sono cambiate tante cose anche per Brunori che ricomincia da qui un nuovo capitolo. Non più un Vol. 4 come ci saremmo aspettati, ma semplicemente A casa tutto bene proprio per sottolineare la rottura con il passato.

Questo disco racconta vecchie e nuove paure quotidiane, ma allo stesso tempo le esorcizza, alternando vuoti e pieni esistenziali. Basta aprire un giornale, guardare un notiziario televisivo o scorrere i social network per capire dove abbia tratto l’ispirazione Brunori. Il rapporto con il mondo è il filo conduttore che lega le dodici tracce che fanno parte di questa raccolta in cui l’accento è posto sulle emozioni, mettendo per la prima volta in secondo piano l’ironia e la delicatezza poetica che sono sempre stati tratti distintivi del cantautore cosentino. Le domande riempiono la testa fin da subito e non risparmiano neanche il primo ascolto.

 

Il linguaggio di Brunori è quello di chi non è mai stato in grado di cucirsi la bocca e che ora ha deciso di togliersi tutti i sassolini dalle scarpe. La dimostrazione arriva con La verità, la prima traccia che incontriamo seguendo l’ordine naturale del disco e che suona come un manifesto d’intenti, dove le paure si mescolano alle apparenze e all’idea della visibilità anche quando non ci sono ancore per restare a galla. Alla soglia dei quarant’anni Brunori si è scoperto più impegnato e meno scanzonato, ma sbaglieremmo ad accostarlo al cantautorato di Rino Gaetano, di Fabrizio De André o di Giorgio Gaber, perché canzoni come L’uomo nero e Don Abbondio sono lontane dalle battaglie politiche e sociali degli anni Settanta che raccontò la vecchia guardia di canzonieri, questi brani rappresentano l’attualità dei fatti, la nostra storia che silenziosamente ci passa accanto senza poterla fermare e imprimere. E ci sono anche dialoghi che assomigliano a monologhi come in Canzone contro la paura e storie che sembrano così favolose e irreali da sembrare leggende come in Diego e io, la storia del rapporto tra Frida Kahlo e Diego Rivera scritta da Antonio Dimartino.

La campana di vetro nella quale viviamo non è impermeabile agli agenti esterni, è fragile come l’amore che diventa paura in Colpo di pistola, ma anche asfissiante come in La vita pensata (“Stavo chiuso in casa a meditare, ad aspettare che il mondo intero smettesse di girare”). Guardiamo il mondo attraverso le vetrate dell’aeroporto che collega Lamezia-Milano, la tratta che Brunori percorre per raggiungere la città meneghina da San Fili, il suo paese, ed è forse questo il momento migliore per aprire gli occhi e accorgersi di quanto ci faccia bene viaggiare. Cosa vuol dire uscire di casa? Significa allontanare i luoghi comuni di cui ci bombardano i media come in Sabato bestiale e trovare la forza di cambiare il mondo come farebbe un bambino che veste i panni di un supereroe in Il costume da torero (“La realtà è una merda, ma non finisce qua, passami il mantello nero, il costume da torero. Oggi salvo il mondo intero con un pugno di poesie”).

Dal documentario “Brunori Sas – A casa tutto bene”, prodotto da Sky Arte HD

La potenza narrativa di A casa tutto bene è accompagnata da una produzione sonora più elaborata rispetto ai precedenti lavori, affidata a Taketo Gohara che unisce l’elettronica a una strumentazione di tipo classico, per esempio utilizzando le mandole. Cinquanta minuti di ascolto in equilibrio tra passato e futuro, sospesi tra ricordi appannati e trasformazioni recenti, influenzati allo stesso modo dai lavori di Sufjan Stevens e di Beck, ma anche da quelli dei suoi colleghi italiani, Colapesce e Iosonouncane. Il disco arriva dritto al cuore anche e soprattutto perché apre in modo semplice e spiazzante una numerosa serie di interrogativi, passando dalle ipocrisie della meravigliosa Secondo me fino ad arrivare alla crisi della società di cui parlava Bauman in parte sintetizzata in La vita liquida.

Non c’è più l’euforia degli esordi, ma la consapevolezza di doversi armare per andare avanti. Insieme a tutte le domande che ci siamo posti abbiamo trovato anche questa risposta. A casa tutto bene è un disco che esorta a uscire dalla quotidianità, come se si trattasse di un atto di coraggio, allontanandosi dalla propria comfort zone non per fuggire, ma per trovare la direzione giusta dove relegare le paure e continuare a vivere. Oggi il mondo si può guardare da una finestra, ma per essere felici è importante riuscire a rimanere in piedi sia fuori che dentro l’uscio di casa. E anche se la parola cantautorato ci ha un po’ stancato su Brunori Sas calza sempre a pennello nell’accezione più positiva del termine. In una parola, grazie.


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