Napoli 8 luglio, la quintultima tappa del cerimoniale d’addio di Ferretti e Zamboni
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Il senso è tutto lì. Nel cartellone innalzato da Annarella sul finale del quintultimo concerto della storia dei CCCP Fedeli alla Linea. Ortodossia a portata di palco, il finale dello show alla Ex Base Nato di Bagnoli ha dichiarato esplicitamente che mancano ancora quattro serate affinchè l’Ultima Chiamata giunga a compimento.
Chi ha familiarità con il lessico e la concettualità dei CCCP sa che non sono un valore aggiunto alla musica, ma si tratta di elementi costitutivi di una esperienza complessa, unica nel suo genere, caratterizzante un’epoca. Come gli Area hanno segnato gli anni ’70, così i CCCP hanno marchiato il decennio successivo. Oggi però, agli sgoccioli della vicenda che li ha portati in poco più di un anno dalla clamorosa reunion alla celebrazione della fine, quella unicità va contestualizzata e letta. Tanto per fare un veloce esempio, nello stesso periodo di questi ultimi concerti di Ferretti e Zamboni abbiamo assistito allo spettacolone di addio di Ozzy Osbourne, ai festeggiamenti per i 50 anni degli Iron Maiden e per i 60 degli Scorpions. Nomi che nulla hanno a che vedere con i CCCP, ma che con loro condividono l’attenzione a una liturgia: quella dell’addio in grande stile, dell’ultimo saluto istituzionale – a tal proposito, è bastato vedere le strade di Birmingham per lo show dei Black Sabbath & Friends. Ma con una differenza sostanziale. CCCP è un diverso modo di fare le cose. È un rituale che va consapevolmente verso la sua fine. Meditata, organizzata con fedeltà alla linea, restituita con un concerto intelligente ma a due velocità: scattante, dinamica, sorprendente quella musicale, superata perché cristallizzata nel suo tempo quella teatrale.
Questa lunga introduzione conferma che i CCCP sono uno dei gruppi italiani, forse anche europei, sui quali si è scritto e ragionato di più, anche dal versante extra musicale, sin dai tempi di Tondelli. E pour cause, vista la natura composita e sui generis della loro proposta. Una proposta rappresentativa di un tempo, eccezionalmente fusa in un momento storico con la sensibilità e l’abilità di chi è nella Storia, la percepisce e al tempo stesso la interpreta grazie a quel lieve distacco – ironico, colto, sdrammatizzante – che gli consente di essere contemporaneo e intempestivo, per citare Agamben. Insomma i CCCP sono un documento storico degli anni ’80 e al tempo stesso un fattore che ha plasmato quel decennio. Ecco perché, da quando fu annunciato il ritorno dopo Kissing Gorbaciov con la mostra Felicitazioni! a cavallo tra 2023 e 2024 ho colpevolmente e scioccamente – si capirà in seguito l’uso di questi avverbi – snobbato i loro concerti, da Berlino a Mantova. Temevo un effetto nostalgia inappropriato per un gruppo che è sempre stato attivo nel Presente e nella Storia, con una natura performativa ricca di senso e motivazione proprio in quel felice corto circuito spaziotemporale, geografico e sonoro. La serata napoletana ha ampiamente smentito questo mio timore. Se addio deve essere, che sia celebrato nel modo più degno, fedele, ortodosso. E aggiungerei, per citare Massimo Zamboni, con relax.

Dicevo di un concerto a due velocità perché, pur confermate le peculiarità dei CCCP anche a quarant’anni dal primo Piano Quinquennale, il gruppo ha optato per arrangiamenti attuali, solidi, spesso e volentieri travolgenti e robusti, ma la parte “teatrale” ha sofferto un po’ per un mancato adeguamento a un nuovo e scintillante corso sonoro che ad esempio ha valorizzato il punk intelligente di Curami e rivitalizzato – anche con novità testuali – la litania di Radio Kabul. Al tempo stesso, in questo perenne paradosso che ha nutrito i CCCP e ha fatto innamorare e/o incazzare il pubblico, proprio Annarella è stata la protagonista regina, ever-changing showgirl, soubrette derviscia statuaria e altera. E lo stesso Fatur, pur replicando ad libitum certe modalità, si è ritagliato uno spazio allucinato in Vota Fatur.
Scaletta intensa e precisa, senza particolari cedimenti e rappresentativa della loro storia (da Punk Islam a And The Radio Plays, da Emilia Paranoica a Annarella passando per Trafitto e Madre), una band di cinque elementi ben piazzata con uno Zamboni attento e centrale. E Ferretti? Con la sua magnetica staticità, ha affrontato anche un calo di intonazione verso il finale. Ma anche questa è Ortodossia, sinonimo di Autenticità e Consapevolezza. Meno 4.
Donato Zoppo (Salerno, 1975) scrive per i magazine Audio Review e Jam, ha condotto per vent’anni il radio show Rock City Nights, dirige l’ufficio stampa Synpress44. Ha scritto su Beatles, Lucio Battisti, CSI, Litfiba e tanti altri, diventando uno dei saggisti musicali più stimati in Italia.