Chromatics – Kill For Love

Voto: 7,5/10

Una stanza buia. Poche luci led intermittenti e una manciata di riflessi che illuminano timidamente, qui e là, piccole porzioni di spazio. È pressappoco così che si presenterebbe, volendo utilizzare una metaforica immagine spaziale, “Kill for love”, quarto lavoro in studio dei Chromatics.

Salita alla ribalta nel 2007, con il precedente “Night drive”, e dopo una pausa piuttosto lunga di cinque anni, che ha alimentato le attese intorno a quella che dovrebbe essere la loro definitiva consacrazione, la band di Portland ritorna in pista con un album di ben diciassette tracce, dominate da atmosfere synth-pop sospese tra sensualità e un’enigmatica oscurità.

L’apertura è affidata a “Into the black”, rivisitazione in chiave electro-pop minimalista della storica “Hey hey, my my” di Neil Young, in cui la voce calda e vellutata di Ruth Radelet mostra tutte le sue potenzialità, flirtando con l’arcinoto giro di chitarra dell’artista canadese e preparando il terreno per l’ingresso in quella “camera oscura” prima descritta.

Se uccidono, i Chromatics lo fanno per amore, come recita il titolo dell’album e della seconda traccia. Ma l’idea che emerge, tra le pieghe di sintetizzatori e drum-machine è quella di un amore carnale, sospinto dalla passione più che dalla mielosità: la citata “Kill for love”, “The page”, “Lady”, l’intensa “A matter of time”, sono pezzi che ispirano contatto e sudore, trasmettendo dalle casse odori e sapori voluttuosi oltre che semplici suoni.

I punti di contatto con gli anni ’80 sono innumerevoli. Arrangiamenti e melodie attingono spesso alla musica pop-dance di quel decennio, così come gli effetti che talvolta investono le sezioni vocali (“These streets will never be the same”), ma i Chromatics dimostrano una buona capacità di personalizzare il proprio lavoro senza farlo scadere, rischio questo molto forte, nel semplice scimmiottamento, sfruttando l’impatto emozionale della voce di Ruth e una buona ricercatezza sonora. Così, oltre a quelli già citati, pezzi come “Back from the grave” e “At your door” si lasciano apprezzare per l’immediatezza e per una freschezza che coinvolge al primo colpo orecchie, muscoli e articolazioni.

Qualche prevedibile calo di tensione, data la lunghezza (circa un’ora e mezza) dell’album, emerge nella seconda parte del disco: qualche intermezzo (“Broken mirrors”, “The eleventh hour”, “There’s a light out on the horizon”) a mantenere viva l’atmosfera creata, senza aggiungere elementi di particolare rilievo, e un paio di episodi che sanno più che altro di riempitivo (“Running from the sun” o la lunghissima traccia di chiusura “No escape”, dai toni prossimi all’ambient), ma che non tolgono valore al lavoro nel suo complesso.

“Kill for love” rimane senza dubbio un album godibile, un ottimo sottofondo tanto per un incontro al buio quanto per un solitario viaggio notturno. Da assaporare fino in fondo, purché continui a dominare quella tenue oscurità che rende più piacevole abbandonarsi ai sensi.

Tracklist:

  1. Into The Black
  2. Kill For Love
  3. Back From The Grave
  4. The Page
  5. Lady
  6. These Streets Will Never Look The Same
  7. Broken Mirrors
  8. Candy
  9. The Eleventh Hour
  10. Running From The Sun
  11. Dust To Dust
  12. Birds Of Paradise
  13. A Matter Of Time
  14. At Your Door
  15. There’s A Light Out On The Horizon
  16. The River
  17. No Escape
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