DRIVE – l’atipico noir che diventerà cult

 

Un noir truccato da film d’azione, “Drive” è un’opera pregevole per scelte narrative, per interpretazioni e per una regia di notevole livello. Ci sono almeno tre o quattro scene che fanno Cinema, che rimarranno nell’immaginario della storia della Settima Arte, da quella nell’ascensore a quella della rapina finita male, ma non da meno sono la sequenza d’apertura della pellicola con la famosa frase “dei 5 minuti” che il protagonista pronuncia a telefono e l’epilogo sorprendente fatto di ombre e sangue.

La storia è quella di Driver (nomen omen o molto probabilmente nome falso) che lavora come stuntman nelle produzioni di Hollywood di giorno mentre di notte fa l’autista durante le rapine guidando le automobili come un pilota provetto per le strade di un’atipica Los Angeles. Driver è taciturno e misterioso, non ha passato e il suo presente pare non poter essere scosso da alcuna emozione: la fisicità e lo sguardo sono di ghiaccio, i movimenti e le azioni precise e meticolose…lavora anche in un’officina che serve a lui e al suo agente-intermediario come copertura. La città degli angeli può anche essere squallida lontano dai boulevard e dagli studios e le esistenze di chi cerca di sopravvivere a dispetto dell’infame destino spesso si incrociano così come succede a Driver quando incontra la giovane Irene, madre di un bimbo con cui vive da sola perché il marito è momentaneamente in galera; lo stuntman con la ragazza e il figlioletto scopre, o riscopre, emozioni che aveva accantonato e l’istinto di protezione nei loro confronti lo porterà a cambiare il corso della propria vita.

Nei panni di Driver c’è Ryan Gosling, uno degli attori più promettenti della scena cinematografica contemporanea (“The Believer” ce lo fece scoprire qualche anno fa): la sua è una interpretazione egregia per un personaggio che parla poco, quasi nulla ed esprime tutto con lo sguardo che da gelido diventa familiare e rassicurante in un attimo, e gli stravolgimenti emotivi del protagonista paiono impercettibili in alcuni momenti mentre si palesano quando la macchina da presa si sofferma alcuni secondi sul volto di Driver sia che lo segua in una camminata lungo il corridoio sia che lo accompagni nelle scorribande automobilistiche notturne sia che rapisca la tenerezza sprigionata dai suoi occhi mentre guarda il bimbo della vicina.

Il regista norvegese Nicolas Winding Refn ha creato un piccolo gioiello che non è giusto definire di genere perché i film d’azione non hanno quasi mai una tale profondità narrativa, nemmeno lo stesso tipo di ricerca esplorativa che l’occhio di Refn rende fondamentale per l’intera durata di “Drive”: la regia mette lo spettatore sul piano emotivo del protagonista, non permettendo di eliminare o dimenticare i dubbi sui motivi che lo hanno reso come è, e tanto meno tenta di semplificare la situazione imboccando con accenni didascalici al passato di Driver; la storia raccontata deve essere il pensiero principale di chi guarda il film ma dall’inizio alla fine e sicuramente anche oltre i titoli di coda il pubblico deve provare a ricercare risposte a quelle domande che la sceneggiatura (tratta dall’omonimo romanzo di James Sallis) impone con magnetica e geniale astuzia narrativa. La regia è stata giustamente premiata con la Palma d’Oro al Festival di Cannes ma non è escluso che la stagione dei riconoscimenti sia appena cominciata per Drive”. 

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