Fast Animals & Slow Kids @ Hiroshima Mon Amour, Torino

Forse le aspettative erano troppe, o forse ci siamo abituati a un certo tipo di concerti troppo presto e abbiamo abbandonato la mischia e i lividi qualche anno in anticipo e, mentre al centro dell’Hiroshima Mon Amour di Torino si prendevano a botte e facevano stage diving, siamo stati a ridosso, rasenti al muro, cercando di apprezzare la musica più che il sudore. Dopo l’uscita di Alaska e i ripetuti sold out, si era creata uno strano clima di tensione attorno ai Fast Animals & Slow Kids, in cui anche noi ci eravamo ritrovati a segnare quanti giorni sul calendario mancassero prima di poterli, finalmente, ascoltare. Così il sabato è arrivato, bagnato di pioggia e di freddo, la band perugina è salita sul palco e qualche perplessità ci è venuta, ma soltanto il lunedì, perché eravamo immersi anche noi in quel grande abbraccio, tutto sudore e lividi.

Piove, l’abbiamo già detto, non che sia una novità a Torino, fa anche abbastanza freddo quando arriviamo davanti all’ingresso dell’Hiroshima, tanto che anche il simpatico venditore di alcol ambulante delle grandi occasioni ancora non si vede (ma lo troveremo all’uscita). È ancora presto, è vero, ma un po’ ci sembra che, come altre volte, il grande evento sia più nella nostra testa che in quella della città o dei suoi circoletti più esclusivi che, ad esempio, per il C2C facevano la fila. Poco ci importa, chi non si vuole sporcare le mani non fa per noi e ci sediamo in attesa del concerto contro i muri della sala, insieme ai tanti altri che ci hanno preceduto. Si respira la voglia giovane di spaccare il mondo e di uscire da quell’Alaska che ci aspetta fuori dal locale. Bisognerà aspettare ancora tanto tempo prima di vedere la band di supporto salire sul palco a scaldare le anime che, intanto, si sono raddoppiate e strette sotto le transenne, pronte a esplodere al primo accenno di batteria. Sono tutti già carichi e si fanno trascinare da quell’idea pulita (e piuttosto pop) di punk che suonano i Window Shop for Love, che vale come stretching prima della bolgia. Deve passare un’altra mezz’oretta, forse per consentire alla sala di riempirsi (anche se non sarà mai davvero piena), prima di vedere i Fask salire sul palco a scatenarsi. Il lungo cambio di set, che non sappiamo se di natura tecnica o scenica, innervosisce un po’ tutti, e più che battiti di mani sentiamo dei fischi, ma durano solo quell’attimo in cui i muscoli dal rilassamento quotidiano iniziano a tendersi preparandosi all’immenso sforzo fisico che gli verrà richiesto.

Partire piano, per i Fask, non è un’opzione, ed eccoci catapultati, finalmente, in Overture. L’inizio lento è solo una preghiera poco prima del bombardamento. In rapida successione Il mare davanti e Combattere per l’incertezza, la carica di Romizi e il pubblico complice, il movimento, la gente che sale sul palco e si lancia, le urla. Sono aspetti che ci fanno ricordare perché i Fask non sono una band solitaria e quell’esilio dichiarato in Alaska è, in realtà, soltanto un modo per riunirsi sotto gli stessi lividi, fuori e dentro, anche se non si è in mezzo ma soltanto nelle retrovie. Ci sono, poi, le parole di Romizi su come è strano ritrovarsi da band di apertura a main stage, c’è una genuinità dal sapore più punk che favolistico, sul fatto che sono soltanto ragazzi che si divertono e che fanno divertire, e che chiedono tanto sudore quanto ne buttano loro sul palco. Il live continua e si fa sempre più movimentato, Romizi si lancia una prima e una seconda volta sul pubblico, Coperta e Troia sono monumentali, fino a quando si arriva a Copernico, di quell’album Cavalli da cui si sono evoluti così tanto e che li imbarazza un po’, tanto che devono introdurla più delle altre, come strascico di una vita che si è trasformata tanto. Dopo Maria Antonietta e Cosa ci serve è il turno di Calce che segna anche la fine del concerto, le luci si spengono, ma il corpo non fa in tempo a ricaricarsi che ripartono con Come reagire al presente e, l’ultima per davvero, Canzone per un abete, con Aimone in mezzo al pubblico ormai sfiancato. Il concerto si conclude con un’esplosione, troppo rapida e senza preavviso, tanto che molti rimangono al loro posto, anche dopo che la band si è congedata, nella speranza che non sia davvero finita.

Quello dei Fask è un live fisico e spettacolare, nel senso della teatralità e del continuo coinvolgimento che spinge sempre a dare di più. È uno spettacolo che costringe a dare il massimo e a bruciarsi prematuramente, ed è normale che duri poco (dettato anche dalla rottura della chitarra), forse troppo perché si possa godere delle sonorità e dei contenuti di Alaska. È questo aspetto che al lunedì ti lascia un po’ perplesso e rammaricato, perché le forze le hai recuperate con il sonno e ti rimangono solo i lividi. I Fast Animals forse pagano, in questi termini, l’evoluzione da band di rottura, del silenzio generazionale e dell’underground, a band con un seguito importante ormai proiettata verso spazi più ampi. È un vizio di forma di chi ha sempre avuto poco tempo per esprimersi e, per questo, ha sempre dato più del massimo che gli veniva richiesto. Si badi bene, non è un male, ma è un aspetto che bisogna limare per poter portare tutta la carica espressiva che esce dalla loro musica. Perché c’è una sottile differenza fra lo spaccare tutto e un live capace di trascinare oltre i lividi e la stanchezza. Ed è quella differenza che distingue una band qualsiasi, capace di pestare la batteria e le chitarre con il fine di rendere esausto il pubblico, e una capace di portare quel messaggio che hanno deciso di esprimere nell’uscita dall’Alaska delle nostre solitudini. I lividi, e la rabbia, dopo un po’ scompaiono, ma i segni dentro, quelli, rimangono indelebili. I Fask queste potenzialità ce le hanno eccome, e l’hanno dimostrato, ma il cammino è lungo, noi, però, abbiamo deciso di dargli fiducia.


Setlist:

Overture

Il mare davanti

Combattere per l’incertezza

Coperta

Troia

Odio suonare

Con chi pensi di parlare

Copertinico

Maria Antonietta

Cosa ci serve

Calce

Encore:

Come reagire al presente

Canzone per un abete


Exit mobile version