Godspeed You! Black Emperor – Allelujah! Don’t bend! Ascend!

Voto: 8/10

Dieci anni sono lunghi, tanto lunghi che in molti disperavano l’arrivo di un nuovo lavoro targato Godspeed You! Black Emperor. Finalmente dopo una tale attesa, a tratti stemperata da progetti collaterali quali Thee Silver Mt. Zion, Set Fire To Flames o Molasses, è nato il quarto disco di una delle band post-rock più controverse della storia. Allelujah! Don’t bend! Ascend! é un album complesso, come i suoi predecessori del resto, formato da quattro brani di cui due, Mladic e We Drift Like Worried Fire, non sono altro se non la rielaborazione di pezzi già precedentemente eseguiti nel 2003 in formato live, Albanian e Gamelan. Alla sua realizzazione hanno partecipato ben nove elementi, ciascuno impegnano nell’utilizzo di strumenti vari e peculiari. Le atmosfere sono cupe ed acide, il post rock si intreccia inevitabilmente con l’ambient e la musica si fa atmosfera in modo palpabile e sensoriale. Non c’è nulla, nei GY!BE della pomposità dei Sigur Ròs, e neppure della rapida incisività dei Mogwai; la band canadese si muove su altri piani, più intensi e difficilmente inquadrabili; ascoltare un loro disco è una sorta di trip musicale all’interno del quale i suoni sono scelti e legati con minuzia certosina.

Ma analizziamo a fondo i brani di questa loro ultima fatica. Mladic, la rielaborazione di quella che per i fan più sfegatati era Albanian, inizia con il medievaleggiante suono di una ghironda, che subito si spegne in un rincorrersi di atmosfere intime e ripetitive, mai rassicuranti. Il brano è un moto di rabbia nei confronti del criminale di guerra serbo Ratko Mladić, e tale sentimento è splendidamente reso dal climax di chitarre di intensità crescente. Proponendo sempre lo stesso riff circolare l’effetto è quello di far quasi mancare il fiato all’ascoltatore, precipitandolo in un furibondo ciclo di risentimento; il tutto stemperato infine lentamente dalla coda di chiusura.

In Their Helicopters’ Sing torna di nuovo prepote la ghironda con le sue sonorità simili a quelle di una cornamusa; e il brano è tutto giocato sulla contrapposizione su una linea melodica alta da campagna scozzese e una bassa assai più inquietante basata su accordi lenti e su effetti strascicati. In sostanza si tratta più che altro di un piacevole brano di transizione che ci porta dritti dritti ai venti minuti di We drift like worried fire. Un pizzicato insistente fa partire il brano su un’aurea di attesa nervosa, cui subito seguono una serie di arpeggi inquieti. Una linea d’archi si fa strada e introduce una nota positiva nell’insieme; al settimo minuti l’aria si nobilita in un crescendo maestoso ed epicheggiante che procede per vari minuti raggiungendo uno dei picchi più alti del disco. La seconda parte del brano è più malinconica della prima e si snoda su una base strumentale insistente ed angosciante, che pian piano aumenta di velocità e di potenza, come un inseguimento che al diciassettesimo minuto si blocca di colpo per lasciar spazio ad una coda classicheggiante dal sapore prog che ci accompagna fino alla fine di questa terza traccia.

Chiude il disco Strung like lights at thee printemps erable, riferita ad una recente protesta degli studenti universitari del Quebec per il costo dell’istruzione nel loro paese. Si tratta di otto minuti di suoni eterei e persistenti all’insegna di un ambient dark ed inquietante, che si concludono con malcelata dolcezza in una eco distante, quasi fosse il momento del risveglio da una seduta di ipnosi.

L’ultimo decennio deve aver inquietato molto il collettivo di Montreal, e da ciò è nata un’opera cupa, incapace di portare, metafisicamente, a salvezza e redenzione. Un affresco musicale toccante del mondo in cui ci troviamo a vivere, ma anche un disco difficile da sedimentare che si colloca su un piano completamente diverso rispetto a quello dell’attuale background musicale imperante. Allelujah! Don’t Bend! Ascend! è la dimostrazione di come ogni volta i GY!BE riescano a dare nuove prospettive alla musica sfruttando a fondo il modo in cui essa agisce sulla sfera sensoriale degli individui. Alla domanda se sia valsa la pena aspettare tanti anni per l’arrivo di questo disco la risposta è senza dubbio sì; ora non ci resta che sperare di non dover aspettare altri due lustri per poter sentire ancora qualcosa di loro.

Tracklist:

  1. Mladic
  2. Their helicopters’ aing
  3. We drift like worried fire
  4. Strung like lights at thee printemps erable
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