Il calzolaio è morto

Si rese conto di essere arrivato in ritardo con la tabella di marcia alla metropolitana della Piazza della Libertà e della Cortina di Ferro: tirò fuori dalla tasca una coca cola ancora gelida e decise di sedersi su una panca di pietra a rubare altro ritardo al tempo, a fissare intere generazioni di immigrati che portavano i figli nella piazza a passeggio, o i figli degli altri e dei residenti, o i vecchietti che si reggevano solo col bastone e l’ironia, ultimo rifugio dell’invecchiamento. Faceva caldo, e un caldo così non lo ricordava da tempo, come da quell’estate furiosa e infingarda: era proprio da quell’estate che non tornava in città, e per questo si lasciava andare alla malinconia di osservare la piazza con una speciale nostalgia, e come fossero passati decenni decise di addentrarsi verso la vecchia bottega del calzolaio, quello che lo salutava sempre al mattino. Con un colpo d’occhio si rese conto sin da subito che era morto, e la bottega era diventata una rosticceria, piena di affamati del secondo mattino. Lo distrasse il suono del cellulare, pensò immediatamente fosse Francesco per sapere dove si fosse cacciato, in fondo era più di un’ora che lo aspettavano a Piazza del Martirio Occasionale, e invece era solo Carlotta: voleva sapere dove avesse buttato le sue calze scure preferite.

”Non lo so, Carlotta! Sono appena tornato qui, dammi tregua!”, bofonchiò. Lei insinuò che fosse di fondamentale importanza per una serie di scatti che aveva da fare al pomeriggio con un fotografo di Pesaro.

”Il calzolaio è morto!”, aggiunse appena Andrea.

”Chi?!”, quasi gli urlò lei per tutta risposta.

”Il calzolaio! Mi salutava sempre tutte le mattine, e ora è morto! O almeno credo…”

”Andrea!!! Le calze!!!”

”Già, le fottute calze! Devo raggiungere Francesco, ci sentiamo dopo.”

”Sei uno stronzo!”, staccò il telefono.

Andrea sbuffò e guardò una turista che doveva avere l’aria di un’austriaca: pensò che passare la vita in compagnia di una ragazza dall’aria così disincantata non sarebbe stato poi così male. Le sorrise d’istinto, come a cercare una complicità, e lei ricambiò poco prima di rifugiarsi dalla madre, cosa che fece immediatamente cambiare idea ad Andrea. Scese in metro, fece il biglietto, vide un vecchio pazzo pelato che ricordava e che gli chiedeva sempre una sigaretta: ”ce l’hai una sigaretta?!”, ma non lo aveva riconosciuto stavolta, era passato del tempo, e così passò oltre, verso il treno che arrivava. Era tardi, e c’era sempre quella faccenda del matrimonio di Francesco in ballo. Dell’addio al celibato di Francesco la sera stessa. Una ragazza leggeva Le affinità elettive in metro, reggendo una matita che appoggiava morbidamente sulla bocca; tre ragazzini urlavano frenetici, e un signore si grattava le palle splendidamente alla luce del sole. Andrea gettò un occhio alle fermate: per ognuna conservava un ricordo, e ad ognuna sorrideva da solo. Per un attimo fu tentato dall’idea balorda di scendere a tutte le fermate per rivederle, di nuovo, come se fosse la prima occasione: poi si rese conto di essere in ritardo, e infine non riusciva a togliersi dalla testa quell’immagine del funerale del vecchio calzolaio, o almeno quello che lui si era figurato nella testa.

A Piazza del Martirio Occasionale l’umidità era forte, telefonò a Francesco.

”Scusa il ritardo, sono qui, vicino al bar dei battelli!”, disse.

”Lo avevo messo in conto, il ritardo”, rispose Francesco. ”Almeno ci sei.”

”Non potevo mica mancare!”

”Resta lì, passo a prenderti!”

Dopo poco erano seduti al bar dei battelli a bere un Negroni.

”Quando ho aperto la partecipazione ero per le scale, ho visto il postino con questa busta pompata e bianchissima in mano e gliel’ho strappata quasi di mano: pensavo fosse qualcosa di importante.”, sorrise Andrea. ”Eri solo tu che ti sposavi! Devo ammetterlo: lì per lì ci si sente un po’ vecchi, poi dopo un’ora ero a casa di Carlotta ad organizzare una settimana in Messico e ho realizzato una grande verità: ci vuole coraggio a fare certi passi. Dovevo venire a complimentarmi! Ma lei è incinta?”

”Certo che no!”

”Allora ne siete proprio consapevoli?”

”Sì…”, abbozzò un sorriso e cambiò discorso. ”Allora, questa Carlotta?”

”È abbastanza cretina! Cioè di quel tipo che diresti bionda e scema, solo che è mora.”

”Promettente! E cosa fate assieme?”

”Niente. O quasi. Una volta siamo stati a un concerto, è stato tremendo. Andiamo in Messico perché l’ho convinta che bisogna vedere le piramidi Maya, credo immagini sia fico da fotografare per metterle su Facebook.”

Francesco rise: ”Potevi portarla con te!”

”Non hai sentito? Non facciamo niente assieme! E poi riparto domani, dopo il pranzo.”

”Non ti fermi qualche giorno?”

”Questa città mi lacera.”

”Questo posto non smetterà mai di lacerare nessuno.”

”Piuttosto, dimmi della cerimonia. Devo indossare qualcosa di particolare?”

”Mettiti quello che vuoi!”

”Non voglio essere l’unico stronzo a mettere quello che vuole. In realtà mi intriga di più la faccenda di stasera: che si fa?”

”Mi hanno organizzato tutto gli altri! Non lo so ancora…”

”Sai che è morto il calzolaio?”, disse a un tratto.

”Chi?!”

”Niente, un calzolaio come un altro. Solo che lui mi salutava sempre, ogni mattina. Prima ero lì nella sua piazza, e la bottega è diventata una rosticceria.”

”Si mangia bene?”

”Boh! Non ammazzare la poesia della storia come Carlotta anche tu. Le racconto tutto e continua a parlarmi delle sue stramaledette calze!”

”Sempre di calze si tratta!”

”Già… forse dovrei portargliene un paio.”

I due bicchieri di Negroni erano ormai vuoti, prima dell’arrivo della notte e della sua trama da puttana c’era ancora il pomeriggio.

**

Andrea continuava a figurarsi nella testa le trame del matrimonio, di quello che lui si era immaginato. La cerimonia dell’indomani mattina sarebbe stata al vecchio Duomo, la più antica chiesa della città, quella che esibiva con orgoglio i quadri di Girolamo X-X, pittore dal cognome anonimo pre-rinascimentale che non aveva altra fortuna fuori dal vecchio Duomo. ”Era un vecchio frate che amava la pittura”, gli aveva confidato una volta Jean, il mezzo francese della panetteria a cento metri dal Duomo. Un frate col vizio della pittura, che aveva lasciato tutte le sue nove tele sul tema della Resurrezione dell’Anima e sulla Carestia da Perdita di Fede al vecchio Duomo. Era quella la fortuna di quella chiesa del centro, era per quello che arrivavano pellegrini da tutta Europa: tutti volevano sapere la storia del frate Girolamo X-X, e del perché fosse rimasto senza cognome. Secondo Jean era perfettamente coerente: tutti dovevano chiamarlo frate Girolamo, a nessuno importava del suo cognome. Per questo, nel gergo cittadino, era diventato una ics.

L’incontro con Francesco gli aveva messo voglia di andare a prendere il pane da Jean in fretta e furia: ”mangio qualcosa lì e torno in tempo per la serata”, aveva detto. Solo che alla panetteria al posto di Jean trovò un tizio indiano, e anche se il pane ero lo stesso di sempre, e quello infarcito alle olive era addirittura migliorato, ci restò un po’ male e tirò dritto verso il vecchio Duomo. C’era una gita, una banda infuriata di professori che guidavano gli studenti all’entrata, Andrea si fece largo mangiando il pane alle olive sottovalutando il fatto che potesse essere blasfemo mangiare dentro una chiesa: proprio non ci aveva mai pensato a questa idea, prima di sentire il commento di una delle professoresse che meno che sottovoce lo definiva maleducato. Scrollò le spalle e andò sulla sinistra, camminando in avanti per fissare tutti i quadri. Per quanto si sforzasse di trovare nel vecchio frate del genio continuava ad aggirarsi indifferente, in fondo forse era una questione concettuale se non gli riusciva di emozionarsi: solo Caravaggio poteva esercitare questo miracolo di arte con temi clericali su di lui, ma era tutta una fottuta questione di luce, il frate Girolamo sembrava invece superfluo, quasi naif. Aveva superato l’altare, ed era arrivato a destra, scendendo verso l’uscita in modo veloce e col pane alle olive ormai divorato, cercando ancora una pennellata che lo emozionasse, ma neanche l’idea della giornata che sarebbe arrivata l’indomani riusciva a provocargli qualcosa, se non un vago senso di estraneità. Allora, arrivato al settimo dipinto, il primo del trittico della Carestia da Perdita di Fede, che esibiva una Madonna rivolta con gli occhi al cielo, e due uomini che probabilmente erano due santi dal volto consunto e irriconoscibile quasi a invocare un pezzo di pane, e un vecchio burbero sullo sfondo con una simbologia spietata dell’avvenire, mentre si era quasi arreso alla perdita dell’emozione, quasi arreso a riflettere sulla simbologia del passaggio delle buste di carta e della nausea, che ne sarebbe venuta una volta fuori dalla chiesa, direttamente in strada dentro l’esistenzialismo e il ventunesimo secolo, ecco che qualcosa intervenne dall’alto a salvarlo dal disgusto: vide le scarpe di Lucrezia mentre fissava il pavimento.

Le scarpe di Lucrezia non erano scarpe come le altre. Bisogna sapere che in città ci sono tanti tipi di scarpe quante sono le donne che le indossano, e che ognuna le porta a suo modo. Le scarpe di Lucrezia però avevano una vera storia sotterranea che ad Andrea non poteva fuggire nella dimenticanza delle cose. Non si distinguevano perché fossero particolarmente aperte o chiuse, strette alla caviglia o stivali che costeggiavano i calzoni, rotte o perfettamente integre, di un particolare colore o a strisce. Si distinguevano solo perché una volta, dentro l’estate più rovente che si ricordasse in città, Lucrezia e Andrea sopra avevano inciso la scritta Imbecillitas docet. Lucrezia era stata trascinata nel vecchio Duomo come in preda a una forza mistica che poi si poteva tradurre come un senso di colpa materno e antico, che probabilmente era già vivo nella prima adolescenza, ma che si rifaceva vivo a tratti e forse in modo più doloroso negli ultimi mesi. Le mancava il serio coraggio di affrontare un discorso con se stessa, e tutto quel senso di colpa a volta pasticciava con l’idea del cattolicesimo: era entrata in chiesa per chiedere scusa a qualche forza superiore, forse dimenticando di indossare quel vecchio paio di scarpe marcato da una scritta ormai dispersa nel tempo. In fondo le scarpe da ginnastica non le metteva più da tempo, era passata quella che chiamava fase, e allora perché le aveva scelte proprio quella mattina, e perché era finita in chiesa proprio quel pomeriggio d’afa torrida?

Dentro annebbiava l’olfatto un vago odore di incenso forte che scavava le narici e che in un certo senso aveva sempre conquistato Lucrezia, sin dal funerale della nonna a nove anni. Si sedette, e fissò il soffitto: per un attimo solo le venne voglia di recitare una di quelle preghiere che si intonano a memoria come una vecchia ballata che si tramanda di bocca in bocca, ma pensò che sarebbe stato ipocrita, e che ultimamente era lacerata da troppi sentimenti per mettere in ballo anche l’ipocrisia. Allora lo vide: Andrea, che si aggirava stranito a fissare i quadri di Girolamo X-X, come un cane che non ha meta e casa. Rise per la terribile coincidenza di trovarsi in una chiesa insieme all’ultima persona che avrebbe mai immaginato di trovare in una chiesa. Poi si consegnò al destino che di lì a poco li avrebbe ricongiunti.

”Tu!”, lo sentì esclamare quando anche lui si accorse di lei. Saltò in piedi e lo abbracciò per salutarlo.

”Che ci fai qui?”, sorrise Lucrezia, guardando le sue profetiche scarpe.

”Il matrimonio di Francesco!”

”Io non ci sarò.”, precisò lei.

”Sai, mentre camminavo qui senza un perché e osservavo tutti questi studenti che sono qui senza un perché, mi sono chiesto perché mai l’uomo abbia deciso di sposarsi proprio in un posto del genere… Sembra così triste…”

”Ti ho visto da lontano che fissavi quei quadri! Quelli sono tristissimi sì.”, e mentre lo diceva Lucrezia si aprì in un sorriso inesauribile, poi indicò le scarpe ai piedi ed esclamò: ”guarda, guarda! una tremenda coincidenza, non le metto mai.”

”Ho visto prima le scarpe e poi te: è meraviglioso che abbiano resistito al tempo.”, sorrise anche Andrea.

”Ma sai, forse se lasci le cose come sono, al tempo riescono a resistere: è l’usura che le rovina. Se le avessi messe tutti i giorni si sarebbero distrutte.”

”Ma tu te lo ricordi il calzolaio di Piazza Libertà?!”, prese a domandare Andrea, sentendosi un po’ ridicolo, uno di quei vecchi che tendono a ripetere una litania.

”Certo! Ha chiuso, ora lì c’è una rosticceria!”

”Porca puttana!”

”Sarebbe meglio uscire di qui se vogliamo iniziare con le bestemmie Andrea.”, rise, trascinando dietro anche le risate di lui.

”Lo so, lo so. Ma stamattina quando ho visto la rosticceria sono rimasto un po’ sconvolto… Che vuoi farci, alla fine tendo al sentimentale.”

Uscirono in fretta, accaldati dalla novità. Passeggiarono fino a un vecchio bar dove potersi sedere a bere al tavolo.

***

L’espressione degli occhi di Lucrezia l’aveva immaginata trecentoventi volte da lì a quel giorno, e l’aveva incontrata in tante donne per la strada: ricordava chiaramente la signora con la bambina che costeggiava la via del mare in attesa del marito, travolta da uno sbuffare che le inondava il volto, così somigliante per certi versi, eppure così diversa in quella scelta di essere madre. Ricordava Eloise D’Avois a Nizza, una ragazzina ordinaria con gli occhi intelligenti che blaterava le stesse parole di Lucrezia con accento francese. Mille volte l’aveva vista camminare sul ponte grande che costeggia il fiume in città, e nelle metropolitane, e nei titoli dei giornali. Ma l’incanto durava appena cinque secondi, il tempo di accorgersi di quanto fosse una svista quell’incontro, e di quanto quei tratti somatici in realtà differissero dal resto: Eloise D’Avois per esempio, per una strana conformazione del caso, aveva quattro dita alla mano sinistra.

”E tu, niente matrimonio quest’anno?”, chiese Lucrezia, con una curiosità dilatata dal tempo.

”No, e tu?”

”L’anno prossimo, tra un mese, chi lo sa.”

”E perché non vieni domani?”

”Ho fatto un voto, non voglio partecipare a nessun matrimonio che non sia il mio.”

”Io sono dell’idea opposta…”

”I matrimoni sono così tristi, Andrea. E noiosi. Domani ti annoierai a morte.”

”Sì, mi rendo conto che più andiamo avanti e più cresce la quantità di cose noiose da fare.”

”Le cose ufficiali, le cose noiose…”

”Ma perché?!”

”Le chiese.”

”Andiamo, non è tutta colpa delle chiese. Anche uscendo dalle chiese abbiamo bisogno di tutti quei rituali ufficiali di cui non ho mai capito il senso…”

”Le chiese.”

”Che ci facevi in chiesa?”

”Non ci entravo da anni, in una chiesa.”

”Io ogni tanto ci entro sai? Mi incuriosiscono, ma un po’ come fanno gli americani. Vado appresso a loro, e guardo le chiese.”

”Che noia.”

”Sì. Ma là dentro sento che non può raggiungermi nessuno che io voglia evitare.”

”A parte me.”, rise lei.

Si resero conto entrambi che le parole che avrebbero pronunciato da quel momento in poi sarebbero state quelle definitive.

”Il calzolaio era un tipo profondamente antipatico, scortese.”, disse Andrea. ”Aveva un sopracciglio più altro dell’altro, e a volte per strada neanche ti salutava. Dipendeva dalle giornate, se gli eri simpatico per una particolare combinazione astrale ti faceva anche delle domande: come stai oggi, a lavoro tutto bene, la ragazza?, domande ordinarie sai, senza neanche sapere se io ne avessi una, di ragazza. Però era una specie di punto fermo nel deserto. Sai, è come non avere radici, e trovarne una in mezzo al caso. Forse è per questo che la gente si sposa, vuole avere un calzolaio di riferimento. Capisci cosa intendo?”

”Non fino in fondo… O forse sì, ma non voglio capirlo.”

”Le tue scarpe, per esempio, per me sono un punto di riferimento nella memoria. Non ricordo neanche quando, ma so che ci sono state in un certo momento della mia vita. E ritrovarle… cazzo, mi ha fatto l’effetto di un’epifania.”

”Vuoi dirmi questo: i tuoi punti di riferimento sono il calzolaio antipatico – che è morto -, e le mie scarpe.”

Andrea rise. ”Preferisco sapere i tuoi.”

”E io preferisco non dirteli.”

Andrea sorrise, e la fissò. Cos’era quella terribile sensazione di casa che gli si faceva largo dentro, mentre beveva a sorsi, quasi centellinando per non svuotare subito il bicchiere. Lucrezia fissava il fondo dei bicchieri degli altri, ai tavoli di fianco, cercando di indovinare cosa avessero preso: quello lì che ha una fetta d’arancia è qualcosa col martini. Canticchiava nella testa una melodia lontana: chissà da dove veniva, chissà perché era tornata nelle pareti del cervello in quel preciso istante. Ci aveva sempre creduto, alle conseguenze della fatalità che si incrociano con le melodie: niente, o quasi, è per caso. Si arrese però a non capire e decifrare.

”Tra poco devo andare, Andrea.”, disse.

Lui si chiese se fosse il caso di fermarla. Fissò di nuovo le sue scarpe, ricordò quell’estate, che nei ricordi era diventata migliore di quanto non fosse stata viverla. ”In realtà anche io dovrò tornare da Francesco prima o dopo.”

Lei pensò se fosse il caso di presentarsi a sorpresa al matrimonio vestita come una dea, ma non ne aveva voglia in fondo. ”Però sarebbe stato divertente.”, lo disse come proseguendo il corso dei suoi pensieri ad alta voce.

”Ma vieni. Io domani di punti di riferimento, per esempio, non ne avrò.”

”Mi aspetta il mio punto di riferimento a casa.”, non lo disse che il punto di riferimento a casa era Manuel, il figlio di un anno. Non lo disse volontariamente. Non lo disse che Manuel era il figlio di Francesco. Non avrebbe neanche detto che Francesco non ne sapeva niente. Non avrebbe potuto dire tutto questo ad Andrea, che non vedeva da troppo tempo.

Andrea sorrise. ”Okay. Mi arrendo. Come facciamo a non accorgerci mai di tutti i cambiamenti che toccano le persone a una certa distanza di tempo?”

”Dici che non ce ne accorgiamo?”

”Dico che li sottovalutiamo. E pretendiamo di fare come se nulla fosse. E invece, è sempre tutto veloce quando esiste la curiosità.”

”Oggi sei particolarmente in vena.”

”Già. Chi lo sa poi perché.”

”Troppi stimoli, troppi incontri.”

Lei ignorava che Andrea sapesse già di Manuel.

”Dai”, disse Andrea. ”Ti lascio al tuo punto di riferimento, e gironzolo un altro po’ alla ricerca dei miei.”

Lucrezia sapeva che avrebbe potuto fermare Andrea, ma lo lasciò andare, perché il tempo, quello non si può fermare. E sarà sempre cadenzato di matrimoni, chiese, riti, bestemmie.

 

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