Interviste

“Trasformare la lotta in opera d’arte”, intervista a George Saunders

George Saunders è uno scrittore statunitense, autore della celebre raccolta di racconti Pastoralia (Minimum Fax, traduzione di Cristiana Mennella). Da sempre attento ai temi che riguardano da vicino l’essere umano, non perde mai occasione nel mostrare il suo punto di vista sulla situazione in cui versano gli Stati Uniti. Il suo stile, intriso di aspetti grotteschi e al limite dell’assurdo, dà voce al disagio quotidiano delle vite dimenticate dal successo. Nei suoi racconti tutto è messo a soqquadro dalla sua lente d’ingrandimento: la televisione, i rapporti di coppia e il popolo americano. Il suo ultimo libro comparso in libreria è la raccolta di racconti Dieci Dicembre (Minimum Fax, traduzione di Cristiana Mennella). Gli abbiamo fatto qualche domanda per farci raccontare in che direzione stanno andando narrativa e società americana. Lui ci suggerisce come possiamo evadere da una sensazione di smarrimento trasformando la lotta in un’opera d’arte. Godetevi l’intervista.

1. In gran parte dei tuoi racconti emerge l’intensità attraverso cui lottano le componenti umane e disumane che affollano le nostre esistenze. Per esempio nei cavernicoli di Pastoralia, e nella spettacolarizzazione del grottesco a cui sono destinati. Possiamo, in questo caso, elogiare l’assurdità dell’egocentrismo umano?

Penso che gli esseri umani siano sempre stati in lotta tra loro: per mantenere una sorta di dignità e gentilezza di fronte alle pressioni a cui siamo sottoposti: pochezza e competizione nel breve periodo, mortalità sul lungo periodo. Così il lavoro per uno scrittore è trasformare il modello in scala di quella lotta in un’opera d’arte.

2. Molti sentono nella tua scrittura gli echi di David Foster Wallace, e probabilmente la cosa che vi unisce di più è che al centro delle storie che raccontate c’è sempre l’uomo e tutta la sua dose di umanità. C’è chi ti ha definito un umanista postmoderno. Come riesci a preservare questa umanità nei tuoi racconti?

Penso che possiamo riuscirci ricordando – o prestando più attenzione – al fatto che, nella vita reale, esiste un’abbondanza di umanità ed energia positiva. Alle persone le cose piacciono, si mettono in contatto con loro, sperando in una vita migliore, e tutto il resto. Ma, di contro, esistono forze negative: l’avidità, la violenza, l’ansia e così via. Entrambe queste forze esistono nella realtà, in ogni momento dell’uomo. Penso che quando siamo dei giovani artisti sia più facile rappresentare l’aspetto negativo (anche se siamo circondati da bellezza e divertimento, ecc ecc). Diventando più vecchio, credo che ciò che è accaduto è che il mio occhio si sia adattato per vedere meglio l’umanità, e le mie abilità tecniche nel cercare di rappresentare quell’umanità sono migliorate. Sto ancora cercando di trovare il giusto equilibrio nella narrativa, e lo trovo molto eccitante, dal momento che è – in realtà – un altro modo per porsi la vecchia domanda: Siamo fortunati o sfortunati ad essere qui? E la risposta a questa domanda è: sì.

3. In Italia il racconto inteso come forma narrativa ha trovato, e trova tuttora, una lunga serie di impedimenti. Alcuni lettori snobbano la forma breve quasi come se fosse un segnale di incompletezza dell’opera, altri invece ne elogiano la forza comunicativa impressa nel giro di poche pagine. La nostra tradizione del racconto si è andata perdendo nel corso degli anni, privilegiando così contaminazioni provenienti soprattutto dagli USA, in particolar modo negli anni ’90. Come reputi queste commistioni di stili differenti? Non trovi che queste influenze smorzino la portata e l’originalità del luogo in cui nascono le storie?

Il racconto è una forma più rarefatta rispetto al romanzo – una persona deve aver letto un sacco di racconti prima che i valori estetici della forma decollino. Si tratta di un gusto acquisito. Ma una volta acquisito quel gusto, il racconto può essere la forma più bella ed evocativa. Parlano a quei momenti transitori in cui vediamo la vita nel modo più chiaro, ma senza dare facili risposte. Mentre i romanzi sembrano portarsi addosso il peso dell’interpretazione, i racconti sono come quell’amico che prima ti dice la verità, e poi fa una scrollata di spalle.

4. I social network, e tutto quello che attorno ad essi gravita, hanno radicalmente cambiato il modo attraverso cui le persone instaurano i rapporti fra loro. Di solito a questo dato viene affiancato il ruolo ricoperto dalla velocità che assume la volontà di comunicare con l’altro, tutto a discapito della lentezza intesa come massima espressione della complessità, della riflessione. È giusto allora parlare di una scrittura, di un modo di fare letteratura, che si discosta dalle grandi narrazioni come i romanzi preferendo l’immediatezza comunicativa del racconto?

Credo che i racconti e i romanzi funzionino allo stesso modo, in sostanza sono il risultato di un lungo processo di vita, pensiero, revisione, ecc. Questo è in netto contrasto con il modo in cui i social media entrano nella nostra esistenza: qualcuno pensa una cosa, qualsiasi cosa, la scrive, attende la risposta, e la risposta è abbastanza semplice: può trattarsi di un like, o qualcuno che scrive qualcosa di arrogante o iperbolicamente positivo in risposta. Per me c’è qualcosa di essenziale nella lunga fase di fermentazione di un’opera di finzione che esprime maggiore complessità, e quelle forme richiedono anche una maggiore specificità. L’unione tra la complessità e la specificità crea (misteriosamente) più simpatia, compassione, e genuina ambiguità nella narrazione: di conseguenza, più umanità.

Qualche volta ricordo a me stesso che dopo un’ora o più di lettura di blog e quella roba lì – la mia mente è agitata, spesso arrabbiata, sento una specie di tintinnio d’infelicità. Dopo un’ora di lettura di romanzi e racconti invece la mia mente è più tranquilla, precisa, curiosa, riesco a riconoscere le cose che potrebbero essere vere all’istante. Inoltre mi sento più affezionato al mondo esterno.

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5. Alcuni dei critici che si sono cimentati nei tuoi lavori hanno sottolineato il dato sempre presente della fantascienza, azzardando probabili influenze provenienti da nomi quale quello di Philip K. Dick. Quanto di vero c’è in queste ipotesi?

In realtà non ho letto moltissimo del lavoro di Dick, ma probabilmente mi è venuto fuori spontaneamente, attraverso film e serie TV. Per me utilizzare elementi sci-fi è un modo per aprire una storia – un modo per liberarsi da alcune convenzioni realistiche che possono diventare ostacoli alla freschezza narrativa. Se mettete dei robot parlanti come surrogati sessuali nella vostra storia, difficilmente riuscirete a essere un semplice imitatore di Hemingway. Mi piace anche questa idea: dal momento che il mondo è vasto e sconosciuto, dovremmo cercare di imitare quella qualità nella nostra narrativa, introducendo aspetti selvatici ed elementi irrazionali (proprio come quando nella “vita reale” interviene l’inimmaginabile).

6. Sei da sempre considerato uno dei maestri del racconto del XXI secolo. Tra i tuoi impegni attuali figura quello dell’insegnamento al corso di scrittura creativa alla Syracuse University, luogo che rappresenta una vera e propria istituzione per la storia della racconto americano, basti pensare a Raymond Carver, Jay McInerney e Richard Ford (tutti legati alla Syracuse). In relazione a questo, quanto è realmente viva la scena americana legata al racconto? Davvero scalpita come sembra?

È molto ricca e attiva, credo. Tende a concentrarsi all’interno degli ambienti accademici (i programmi MFA), che supportano i giovani scrittori finanziandoli per qualche anno. Ma sono in realtà piuttosto ottimista – mi capita di incontrare grandi e voraci lettori ovunque io vada. D’altra parte, in un paese così grande, è difficile sapere che cosa sta realmente accadendo, e il discorso pubblico raramente suscita interesse, o riferimenti, per la cultura letteraria. A volte sembra che la finzione letteraria stia seguendo lo stile del jazz: riconosciuta come importante, ma sempre più rarefatta. E il pericolo è che, come la cultura si allontana dalla letteratura, la letteratura può allontanarsi dalla cultura, e diventare più auto-referenziale: storie scritte per altri scrittori, piccole riviste lette solo dai loro collaboratori, ecc.

7. Qualcuno continua ad evidenziare lo scarso impatto che ha la fiction sui lettori, a loro volta sempre più affamati di storie improntate sulla nonfiction. Come valuti questo dato? Attualmente è questa la miglior strada da percorrere?

Bene, un modo di vedere le cose è che viviamo in un tempo sempre più materialistico, in cui siamo arrivati a credere che solo il “vero” (lineare, scientifico, dimostrabile, utilitaristico) ha valore. Non è una cosa saggia, e nega altri approcci alla conoscenza: spirituale, artistica, ecc. Ricollego questa tendenza alla crescita del corporativismo. Le grandi questioni della vita rimangono ancora senza risposta, e tutte le grandi sofferenze restano ancora lì – com’è che siamo la prima generazione a credere che se abbiamo abbastanza soldi tutti i problemi andranno via? Quello che fa l’arte, credo, è semplicemente fare le domande più vere e a volte terrificanti, ipotizzando alcuni esempi di bene e di male – questo approfondisce la nostra esperienza, confermando che i sentimenti di fondo che abbiamo (di paura, gioia, bellezza, orrore) sono reali e validi. Per la maggior parte di noi l’arte è mistero.

Quindi, sì, le persone sembrano desiderare storie “che riguardano i fatti”, o, come dici tu, storie “reali” – ma c’è qualcosa di più “reale” de Il cappotto di Gogol? La domanda potrebbe essere: che tipo di reale vogliamo ottenere? Quanto “reale” possiamo davvero affrontare? Potremmo avere a che fare con un articolo sulle statistiche dei teen romance – o Romeo e Giulietta. Potremmo soffermarci su una notizia, risalente al 1935, sulla migrazione dei rifugiati che si muovono in massa verso l’ovest degli USA – oppure su Furore che contiene più “realtà”?

8. Leggendo il tuo reportage a proposito dei sostenitori di Donald Trump sul New Yorker l’impressione è che in America ci sia una grande scollatura, due paesi separati che tu hai chiamato LeftLand e RightLand. Qual è stata secondo te la scintilla o il momento che ha dato inizio a questo processo?

Credo che, in realtà, sia stato l’avvento di Fox News – che ha rivendicato di voler contrastare la prevalenza del pregiudizio liberale nei media esistenti. Poi è arrivata MSNBC per contrastare quello che Fox stava facendo – e così ora liberali e conservatori possono bere da due stagni separati, per così dire. Trump ha fatto un mossa molto abile in questo divario. Una delle cose più complicate è che i due laghetti non sono uguali – lo stagno a destra tende a mobilitare attraverso la rabbia e una relazione con la verità abbastanza traballante. (Okay, a dirlo sono io che sono un liberale, ma …)

A un livello più profondo, credo che questo processo si sia esasperato per l’incredibile movimento di denaro verso quelli che sono già ricchi. Ho visto come tutto questo ha decimato la classe media. La base di produzione che consentiva a un americano senza istruzione al college di avere una vita dignitosa, ormai è perduta. E soprattutto, i dati demografici stanno cambiando – stiamo diventando un paese più nero. Questo minaccia un certo tipo di persona, che ha da sempre (ed erroneamente) equiparato l’essere americano con l’essere bianco.

La cosa triste è che i veri problemi in America e, direi, nel mondo, sono complessi e non semplicemente attribuibili, per esempio, al divario tra sinistra e destra. Sono più esistenziali, e, infine, hanno a che fare con la questione di come noi consideriamo l’altro – cioè, sono domande spirituali. Perché solo i ricchi diventano sempre più ricchi? Perché questi nuovi stati-nazione che chiamiamo “corporazioni” obbediscono al loro stesso regolamento interno, centrato su una esclusiva politica di auto-arricchimento? Quali sono le nostre responsabilità nei confronti degli “ultimi”? In questo caso, i continui litigi tra partiti ci fanno ignorare queste domande.

9. Parli anche di una parte di America arrabbiata, che ti causa una certa tristezza. Ma esiste un antidoto per uscir fuori da questa rabbia? Perché sembra che il mondo ultimamente abbia una propensione ad assecondarla, questa rabbia.

Proprio nelle ultime settimane qualcosa di buono sta accadendo qui – forse stiamo perdendo la pazienza nei confronti della rabbia e delle false paure. Lo spero, comunque. I media, nella fase iniziale, erano molto innamorati di Trump, soprattutto perché era perfetto per gli ascolti. Ma ora, si sa, “chi di spada ferisce, di spada perisce” – gli stessi mezzi di informazione stanno iniziando a guardarlo con una certa agitazione. (Ai vecchi tempi non si sarebbe mai spinto fino a questo punto, ma quel tipo di benevolo elitarismo dei media che potrebbe portare le telecamere alla larga da lui, ha lasciato il posto al profitto. Qui, per i primi mesi, le reti diffondevano intere conferenze stampa di Trump in diretta, ecc).

C’è uno zoccolo duro di persone che non sono state dissuase da Trump, ma sembra che i moderati e gli indipendenti finalmente stiano iniziando a prendere le misure per contrastarlo.

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10. L’impressione – anche qui dall’altro lato dell’oceano – è che la vittoria di Donald Trump potrebbe essere quel battito d’ali di farfalla che provoca un terremoto in Cina. Ma tu da americano avrai una visione più realistica della faccenda.

Penso che sarebbe un disastro, già. Alcune persone qui dicono che non è importante chi sarà il Presidente, che il sistema è progettato per contrastare qualsiasi instabilità ed estremismo del Presidente, ma non credo che sia vero, basta guardare indietro all’amministrazione Bush e alla sua reazione al 9/11 per capire quanto la questione sia importante.

Trump è davvero un nuovo tipo di uomo politico. Mi sembra che abbia la fantasia che si aspetterebbe da qualcuno che è stato molto ricco e molto famoso per la maggior parte della sua vita adulta. Quando parla di “immigrato messicano” o “musulmano” non mi sembra affatto che lui abbia avuto davvero a che fare con il mondo lì fuori tanto da avere un quadro abbastanza complesso e realistico di come potrebbero essere composti questi gruppi. La mia impressione è che lui sia stato oltre il confine messicano una manciata di volte, sempre con il suo entourage, e per poche ore. Tuttavia costruisce questo “programma” catastrofico e crudele nei loro confronti (che è, tra l’altro, del tutto senza dettagli, persino in questa fase avanzata della campagna. Come diavolo deporterà tutti quei milioni di uomini? Come farà a trovarli? Chi farà tutto questo “lavoro”, dato che la nostra polizia è già sovraccaricata di lavoro?)

11. Stiamo assistendo ad una grande diffusione mediatica inerente al razzismo presente negli USA. Sono eventi che sembrano riportarci indietro agli anni degli autobus per i bianchi e a quelli per i neri. In realtà scontri come questi sono sempre rimasti nascosti sotto l’epidermide sociale. In più c’è da aggiungere il peso delle votazioni presidenziali del prossimo 8 novembre. Alla luce di tutto questo, cosa rimane del sogno americano?

In realtà, è strano come di questi tempi le cose siano piuttosto positive qui. L’economia è in costante ripresa dopo il crash, e le questioni di razza, dei diritti dei gay e delle minoranze sono finalmente affrontate con onestà. E’ doloroso e difficile, ma almeno sta succedendo, sai? Ci stiamo finalmente accorgendo delle contraddizioni tra “tutti gli esseri sono creati uguali” e il modo in cui le cose sono sempre andate qui, e penso che ci stiamo muovendo nella giusta direzione.

I giovani sono molto consapevoli delle disparità di reddito e della corruzione nel sistema bancario e sembrano non essere più tanto pazienti a riguardo. Vedo una rivitalizzazione dei veri ideali americani, di uguaglianza e di giuste opportunità all’interno di una società daltonica. Se non cadiamo nel panico possiamo farcela, e anche presto. Questa giovane generazione sembra molto più libera dalle stupide idee dei più anziani. Potremmo vedere in Trump e in tutta questa roba razziale, gli ultimi spasimi di un vecchio modo di pensare.

12. Oggi siamo di fronte a un’accelerazione degli eventi e della storia pazzesca, ma questo cosa comporta sulla scrittura? Credi che quest’accelerazione entrerà anche in forma narrativa prima o dopo così come è successo con il capitalismo sul postmodernismo?

A volte mi chiedo se è vero che il nostro tempo sia così veloce – scommetto che il 1930 sembrava follemente veloce per le persone che vivevano in quel periodo. Avere maggiori informazioni, e più rapidamente, crea un effetto vertigine. La mia ipotesi è che, sì, tutto questo è scimmiottatto in forma narrativa, ed è un bene: la narrativa dovrebbe proprio essere il modo in cui sentire la vita ora, anche se (soprattutto se) la vita si percepisce folle e fuori controllo.

13. Questi sono anni da cui la televisione ne esce pesantemente martoriata. David Foster Wallace metteva in relazione ad essa la capacità del pubblico di essere facilmente accomunato da interessi volgari, al contrario di quanto accade con quelli raffinati. In relazione a questo, quanto è decisivo il ruolo che la televisione occupa ormai nelle nostre vite? Attraverso quale canale mediatico si insinuano volgarità e raffinatezze?

Credo che in fin dei conti la volgarità sia la presenza insistente di un approccio inesatto e facile alla realtà. Così, qui, per esempio, vediamo tanta violenza in tv ma non è come la violenza “reale”: è bella e drammatica e ha una sorta di poesia, con la musica in sottofondo ecc. Mentre quando un ragazzo viene colpito a Chicago è da solo, cade a terra goffamente assieme al colpo di pistola, sanguina e fine della storia. Niente musica, ora c’è la paura, e sua madre che porterà con sé la perdita per il resto della sua vita. Inoltre, la frequenza della violenza in tv contro la violenza nella vita reale è sproporzionata.

A guardare solo la televisione, si potrebbe pensare che ci sono decine di migliaia di omicidi al giorno, tutti rapidamente risolti con una dose di glamour. Ma cosa stiamo vedendo quando guardiamo uno show poliziesco in tv? Stiamo assistendo ad una proiezione: la fantasia di un qualche scrittore ambizioso, là fuori nell’iper-competitiva Hollywood, ha più a che fare con le convenzioni esistenti in TV che con la realtà: scritte a grandi lettere, filmati affascinanti, la magnifica macchina che crea i sogni che abbiamo fatto. È come se entrassero nelle nostre teste, cambiassero il modo in cui il mondo reale ci appare, e quello di starci dentro? Naturalmente sì. Ma se esiste un seme di falsità in quello che è stato scritto, diventa immenso nella fase di produzione – sembra più reale del reale quando lo vediamo in TV. Quindi c’è un sacco di responsabilità lì, e un sacco di opportunità – e questo forse si ricollega alla tua domanda più sopra: è difficile, tecnicamente parlando, ottenere l’equilibrio “giusto” tra il bene e il male in un’opera d’arte.

EXTRA

14. Sappiamo che ascolti i Wilco, ma cos’altro consiglieresti ai nostri lettori da ascoltare?

Amo Jason Isbell, le Sleater-Kinney, Elliot Smith. Ho anche ascoltato questa antologia di Duane Allman, “Skydog” – è davvero interessante ascoltare come si evolve il suo stile e vederlo diventare…se stesso. Amo il lavoro di Philip Glass e John Adams (in particolare il suo bellissimo pezzo sul 9/11, “On the Transmigration of Souls”)

15. In che direzione andranno i tuoi prossimi racconti? Soprattutto, quando avremo la tua prossima raccolta di short stories?

Beh, ho appena finito il mio primo romanzo, intitolato Lincoln in the Bardo e non sono sicuro di cosa verrà dopo. Tendo ad aspettare solo quando qualcosa di urgente mi colpisce – una voce, o una piccola vignetta. Ho appena iniziato a lavorare su queste due cose, vediamo dove mi porta…

Intervista a cura di Michele Nenna e Giovanna Taverni