La lezione di Gianmaria Testa

Quando se ne va un artista, l’ansia da commiato, l’ossessione di non bucare la notizia apre le porte a un continuo turbinio di frasi fatte e coccodrilli da tirar fuori dall’archivio. Chissà se ce n’era già uno pronto anche per Gianmaria Testa, morto a soli cinquantasette anni dopo aver raccontato nel maggio scorso di essere ammalato di tumore. Non mi viene proprio da usare la retorica della lotta, della battaglia persa e non solo perché rifuggo questa continua personificazione della malattia che trascende il dato terribile, fisico, ma perché è difficile associare un’idea di combattimento, come lo intendiamo tutti, con la personalità di Gianmaria Testa.

Quando muore un artista, un musicista, la sola cosa che avrebbe senso, l’unica per riempire il silenzio dovrebbe essere ascoltare la sua musica, la sola eredità che ci lascia. Aprire youtube e cercare la propria canzone preferita, andare su Spotify, prendere un cd da uno scaffale cui ci si rivolge sempre meno, magari c’è sopra un suo autografo o il ricordo di un paio di chiacchiere scambiate alla fine di un concerto.

Molte cose succedono con l’età che avanza, con gli anni che passano. Una delle cose che succede più frequentemente è che capita di dover salutare sempre più spesso degli amici che se ne vanno. Siamo lì a dare l’ultimo saluto e non sappiamo bene cosa fare, dove mettere le mani, chi guardare, chi salutare.

Ho pensato che gli ultimi addii, forse, sono inutili. Conta soltanto il tempo passato insieme.

(dalla presentazione di “Lasciami andare” nel tour tedesco)

Poi passa il tempo e tra le note, tra le tracce dei dischi o i solchi di un vinile pian piano ricostruisci l’idea dell’uomo e dell’artista ora che non c’è più e, ora che tutto è finito, provi a dare il senso di un’esperienza umana e artistica.

Ecco allora che Gianmaria Testa ci lascia oltre la sua musica, una grande lezione, fatta di umiltà, di sincerità, di un’estrema e coraggiosa fedeltà ai propri ideali, di una capacità politica di essere lì dove sentiva di dover essere senza interpretare mai ruoli diversi da quello che gli apparteneva: l’artista, il musicista, il cantautore, il poeta. Il cantautorato, questa specie di poesia monca che non basta a se stessa e ha bisogno di altro, di una chitarra, di un pianoforte per dare forza alle parole, aveva trovato in Testa un interprete genuino che scriveva per se stesso e non per gli altri, che aveva l’umiltà, ma anche e soprattutto l’onestà intellettuale, di dichiarare: “Non è così importante che le canzoni mie o di altri vengano ascoltate. L’importante è scriverle. Se si toglie una buona parte della musica, compresa la mia, che si scrive di questi tempi, nella storia della musica non succede niente.”

Il giorno della scomparsa, telegiornali che magari mai gli avevano dedicato un servizio, si sono affrettati a dichiararlo “cantore degli ultimi”, guardando probabilmente solo a Dalla parte del mare, il disco del 2006 che raccontava la tragedia dei migranti. Ma non servono etichette per ricordare un cantautore. Testa ci lascia sei dischi, una raccolta atipica in cui rileggeva i primi lavori mescolandoli alla poesia, due album dal vivo (l’ultimo, doppio, Men at Work, risalente a tre anni fa, che fotografa una tournée in Germania) che hanno tracciato un percorso musicale ampio e variegato dalla canzone d’autore che guardava a Conte (anche per contiguità territoriale) ma anche al primo Capossela (come riflesso di Tom Waits) e a Fossati per poi attraversare i territori del jazz d’autore con collaborazioni importanti (Rava, Marcotulli, Bollani, Mirabassi, Fresu, Pietropaoli) fino all’elettrificazione degli ultimi lavori senza mai snaturarsi, tenendo sempre la barra dritta in un universo fatto di toni sommessi, caldi e rochi, di sfumature per accarezzare parole secche e asciutte, di una poesia popolare che sa di campagna e racconti intorno a una tavola, di uomini che cercano, che amano, che soffrono e che scappano, che approdano da qualche parte con un bagaglio di delusioni e speranze.

Il racconto, la letteratura, l’impegno che passano attraverso la testimonianza, questa anche la cifra degli spettacoli portati in giro con la sua chitarra, con Paolo Rossi, con Giuseppe Battiston, con Erri De Luca soprattutto, suo grande amico, che abitava il suo stesso mondo, quello in cui la parola non è solo un suono che esce da una bocca, o qualche sbaffo d’inchiostro sulla pagina bianca ma piuttosto elemento vivo, fatto di terra e sudore, di fatica e passione.

Gianmaria Testa era nato a Cuneo e portava addosso un nord che sembra non esistere più, ultimo baluardo di una cultura contadina prima che fosse strappata via dalla Milano da bere e dall’oscenità del falso progresso e dell’ancora più illusorio benessere. Testa era senza alcuna forzatura l’immagine stessa di un’Italia perduta, con quei capelli ricci, i baffoni e gli occhiali d’altri tempi, con quel suo modo di essere sempre un po’ fuori luogo che amava tanto, a differenza, come diceva, “delle persone che ti fanno sentire fuori luogo”. Ricordava l’Italia perbene che avrebbe dovuto e potuto essere e non è stata.

La forza di ogni sua canzone, di là dalla bellezza, dalla musica, è tutta nelle radici che sembrano legarlo alla terra, al segreto che contiene, a quell’oscurità di una notte in campagna quando nell’uomo nasceva il cantautore.

E non sapremo mai da che segrete stanze scaturisca il canto

e da quali lontananze, paure, rabbia, tenerezza o rimpianto

e da quale nostalgia prenda voce e parta questa lunga scia

che ancora adesso e imprevedibilmente ci porta via.

(Canto, da Extra-Muros, 1996)

 

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