L’alterità violenta

Spunti per un pensiero critico e lento tra social, relativismo e fondamentalismo

Fear is a powerful thing” cantava ieri Bruce Springsteen dallo stereo dell’auto mentre guidavo verso Ferrara per ritrovare una vecchia amica. Beatrice – così si chiama – ed io ci siamo conosciuti a Parigi nel 2011, dove abbiamo entrambi vissuto per l’anno successivo.

Non un anno qualsiasi. Le elezioni presidenziali. Mohamed Merah. L’intervento francese in Mali e in Libia. Gli allarmi bomba veri o presunti, come quello in cui mi sono imbattuto mentre da Orly aspettavo un aereo verso Sevilla proprio – guarda caso – per andarmelo a vedere dal vivo, Bruce Springsteen.

Lei abitava sulla rive gauche, io nell’XI arrondissement; quello stesso quartiere in cui, tra gli atelier di artisti concettuali e saloni di massaggi cinesi, tra macellerie hallal e centri culturali islamici, si trova anche la redazione di Charlie Hebdo.

La reazione solidale alle vittime dell’attacco terroristico di ieri è stata rapida, univoca e diffusa. Il fondamentalismo islamico ha colpito un organo (satirico) d’informazione, e proprio da ciò che più oggi incarna lo spirito di informazione libera e satirica, se non sorniona – mi sto riferendo a tutto l’universo social – è arrivata la replica più immediata. Nella civiltà dell’informazione, ad un attacco alla carta stampata, appendice “lenta” e antidiluviana del sistema, si replica ricorrendo alle armi più rapide e affilate della Rete.

Una totale condanna dell’azione violenta e un sincero cordoglio verso le vittime di questo massacro sono imprescindibili.

Tuttavia, la rapidità con cui i social ci arrogano quel diritto inalienabile ad una presa di posizione potrebbe non giocare a nostro favore. Il click del mouse è più veloce di un pensiero critico e articolato. L’ashtag, appena manciata di lettere, non può sobbarcarsi la responsabilità di una riflessione feconda. Le immagini e gli slogan saziano i nostri istinti manichei evitandone accuratamente i rischi, le criticità, le zone d’ombra.

È troppo facile trincerarsi dietro a questi morti. Farne una linea di demarcazione tra Noi e Loro. Tra chi porta paura e chi si fa vessillo di libertà, sollevando tra l’altro quei fantasmi che furono i bastioni dell’epoca Bush-Cheney. Il solidarismo aprioristico nuoce in primis a chi ne fa uso: uccide il pensiero critico e spiana la strada a chi fa della paura un’arma elettorale per ottenere consensi, rimpolpando quel 25% di francesi che alle ultime elezioni si sono affidati all’estrema destra nazionalista e xenofoba del Front National di Marine LePen.

A noi si richiede ora una Teoria dell’Altro.

Per quanto radicale e persino violenta possa essere quest’alterità, non possiamo esimerci dal conoscerla, analizzarla, capirla e se necessario decostruirla, essendo le armi dell’Occidente non limitate al semplice fuoco.

Da cinquant’anni a questa parte, l’uomo occidentale non è più solo sulla scena mondiale. Quella dominazione prima militare ed economica – poi finanziaria ed amministrativa – di un manipolo di uomini bianchi sul pianeta ha cominciato a scricchiolare, assieme alla pretesa validità universale dei suoi valori: sul pianeta ci troviamo in compagnia di alterità sconosciute, con cui non sappiamo come rapportarci perché nel nostro profondo crediamo che gli assiomi con cui ridisegniamo il nostro mondo bianco, capitalista, occidentale, siano il mondo stesso, e non un suo riflesso, o una sua costruzione parziale.

I valori di cui Charlie Hebdo è da ieri diventato simbolo e martire, e che io per primo condivido pienamente (o altrimenti non mi ritroverei qui a scrivere) non sono i valori di tutti: il relativismo culturale, il concetto di satira, la ridicolizzazione del religioso sono conquiste – se proprio vogliamo metterne in luce il valore non assoluto – della nostra civilità. Fanno parte di un percorso che rimonda all’individualità cartesiana e che culminano nel pensiero di Voltaire e nella progressiva laicizzazione degli stati-nazione nel secolo successivo.

Quello che dimentichiamo è che mentre percorrevamo questo percorso, c’era chi ne percorreva un altro: un sistema che compie un cammino verso il relativismo non può non tenere a mente di avere a sua volta un valore relativo, e che non necessariamente quello che è legittimo per noi può esserlo per l’Altro – a prescindere dall’incondivisibilità reciproca dei valori che costituiscono i due sistemi.

Ciò che nel mondo Occidentale può apparire di più giusto e inalienabile, parte di libertà individuali a cui nessuno sarebbe disposto a rinunciare, in una scorretta traduzione culturale rischia di divenire affronto intollerabile, fonte di rabbia cieca e mostruosamente, violenza. Non possiamo condannare questi atti come se costituissero una rottura di valori condivisi, storicamente non-determinati, ma solo per la violazione brutale della sacralità della vita umana. Al di fuori di questo, nessun’altra accusa che non sia una costruzione culturale parziale. Si gioca sul medesimo campo – il mondo globalizzato – ma ciascuno con regole proprie; un massacro al buio, dove l’Altro rimane sempre inconoscibile, senza volto.

Lo stesso concetto di jihad post-9/11 non è altro che il catalizzatore di odi lontani, radicati profondamente nella storia dei popoli. Una prospettiva identitaria e collettiva per identità allo sbando, disintegrate prima da duecento anni di colonialismo selvaggio e violento, e poi da politiche integrative insufficienti o repressive quando ormai una dominazione militare d’outre mer non era più possibile e l’emigrazione verso l’antica metropoli sembrava più allettante che rimanere tra le macerie dell’indipendenza.

Mentre l’Occidente offre beni di consumo difficilmente perseguibili, individualismo e segregazione (come testimoniano le rivolte delle banlieux del 2007), la prospettiva jihadista unifica oltre i confini nazionali tracciati dall’esperienza coloniale, colma un vuoto identitario con la rabbia, incendia gli odi sopiti, riempie le ferite lasciate dalla violenza occidentale con odio fresco.

Comprendere l’Alterità – senza rispondere all’odio con altro odio, onde evitare ulteriori ed irreversibili escalation di violenza – è ora per noi un imperativo categorico, specie in una ri-analisi delle colpe storiche che esca dalle aule universitarie per entrare nell’immaginario collettivo, concretizzandosi in politiche più rispettose dell’Altro dentro e fuori i confini d’Europa. Un imperativo categorico necessario, ma non sufficiente: senza un Mondo Arabo attento e disposto, non importa per quali strade, all’ostracizzazione di ogni estremismo (ironia, neppure in Europa si sembra tanto disposti), nessuna riconciliazione sarà possibile. Sfiancato dal flagello del fondamentalismo (non dimentichiamo che, dal Marocco all’Indonesia, la maggior parte delle vittime del terrorismo islamico sono a loro volta musulmani), a questo Mondo con cui condividiamo, assieme ad altri, il pianeta, si chiede ora le stessa inversione di rotta che ci pretendiamo all’Occidente, con qualsiasi mezzo questa cultura sarà in grado di generare atto allo scopo.

Quello che è certo è che l’incontro non potrà che avvenire al grado zero delle rispettive civiltà, una volta che ci saremo entrambi spogliati di tutti quei (dis)valori a cui oggi sembriamo così carnalmente attaccati, retrocedendo di un passo alla ricerca di un terreno comune, e umano.

Paradossalmente, quello stesso relativismo culturale per cui oggi si sparge stupidamente sangue, e a cui ci si avvinghia come a una croce, potrebbe presentare lo stretto pertugio attraverso il quale presentarci a questo appuntamento tra civiltà.

 

Foto di copertina: FREDERICK FLORIN—AFP/GETTY IMAGES

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