“Alcuni artisti vogliono dire tutto. Ma io credo che sia più profondo dire poco.”
Mark Rothko è tornato a Firenze: sui muri dei palazzi, sui bus, per le strade. È la terza volta che arriva in città, e adesso lo fa sotto forma di spirito e attraverso le sue opere. La mostra fiorentina di Rothko si è aperta il 14 marzo a Palazzo Strozzi, e continuerà fino al 23 agosto, curata da Elena Geuna e con la collaborazione di Christopher Rothko, figlio dell’artista. Una settantina di opere, venute da Londra, Parigi, Washington, Bilbao, e alcuni dipinti dalle collezioni private di Christopher e della sorella Kate, entrambi presenti a Firenze nei giorni dell’inaugurazione, per ricordare che questa mostra italiana è un sogno che si realizza, inseguito per anni.

L’idea dei curatori è quella di aprire gli spazi per moltiplicare Rothko dentro la città: non solo Palazzo Strozzi, ma pure il vestibolo della Biblioteca Laurenziana e il convento di San Marco, dove le tele di Rothko dialogano con l’arte del passato. La mostra vuole ricreare le suggestioni dei viaggi in Italia di Rothko, l’ispirazione dei colori delle ville pompeiane, dei templi di Paestum, e naturalmente Firenze, certe impressioni che l’artista ricavò ammirando gli affreschi di Beato Angelico a San Marco, o ritrovandosi davanti alle finestre murate della Biblioteca, con la scala di Michelangelo e “l’impressione di essere imprigionati dentro una stanza”. Il dialogo che si crea dal vivo è d’effetto e l’esperienza della mostra diventa un colpo al cuore. Meglio andarci un po’ persi, senza pensarci sopra, senza leggere, spaesandosi. Avvicinare gli occhi alla tela per scoprire sfumature di rosso sovrastate da blu e certe linee esuli.

Fuori dalle sue tele ritroviamo Rothko un po’ dappertutto. È nel sole che va col mare in certi tramonti, soprattutto d’estate, quando l’orizzonte somiglia a una gigantesca tela di Rothko. L’esperienza del colore dentro cui ci si perde, l’occhio che cade in trascendenza, catturato dal vuoto di un blu profondo, di un rosso fuoco: spazio e colore sono due dimensioni intime nella pittura di Mark Rothko. Una sua pittura si riconosce subito, non è possibile confondersi. Per questo accogliamo con entusiasmo una mostra dedicata solamente a lui: possiamo moltiplicare più volte la sensazione di immersione, ritrascinarla con noi nel quotidiano dei giorni, quando nella natura o nelle forme del mondo riconosciamo i campi di colore di Rothko.

La mostra di Firenze è anche l’occasione per attraversare le tappe che hanno portato l’artista a trovare la forza immersiva che vediamo oggi. Nato nel 1903 a Daugavpils (oggi Lettonia, al tempo Russia), migrato negli Stati Uniti da bambino, Markus Rothkowitz – alias Mark Rothko – si porta dietro un pezzo d’Europa, si carica di visioni da fare a pezzi, smonta poco alla volta prospettive e figure per smarrirsi nell’assolutamente-colore, nel vuoto universale, nell’astratto che scorre come nuova corrente di visione nelle vene dei giovani artisti della sua generazione. Se Jackson Pollock è il caldo pittore d’azione, Rothko è il meditativo, ma nel ’50 saranno insieme tra gli Irascibili che protesteranno contro il Met per aver escluso l’astrattismo da una rassegna sull’arte statunitense, come se smembrare le forme in nuove visioni fosse un atto di sovversione inaccettabile per la linea ufficiale.
Il cammino di Rothko però è solitario, non si considera nemmeno un astrattista, il suo processo è interiore e in un certo senso tardivo. Dagli acquarelli ai Multiformi fino ai Seagram murals, c’è un percorso artigiano e spirituale dell’artista, come se si fosse incamminato verso una strada e non l’avesse più mollata, afferrato il colore, strizzato il tubetto, e composto tele sempre più enormi, perché – come diceva lui – più grande è il quadro più intimo diventa uno spazio, ci si sta dentro (una sensazione che può capitare davanti a un quadro di Rothko). La tensione spirituale verso lo spazio porterà Rothko a immaginare la sua cappella (l’aconfessionale cappella di Houston), come per ritrovare una dimensione perduta dell’arte, quella che a Firenze si respira per strada.

In una intervista il figlio Christopher ha raccontato che Rothko quasi considerava colleghi i vecchi artisti italiani, che il contemporaneo che più si avvicina al padre è Anselm Kiefer, per la sua capacità di vedere insieme l’estasi e la rovina. Perché in Rothko gli opposti si tengono: violenza e contemplazione, distruzione e creazione, terra bruciata e vuoto. Come nella fase tarda, bianco e nera delle sue tele, dove i colori si smarriscono nello schizzo nichilista di uno che non trovava più speranze.
«Un dieci per cento di speranza… solo se ne avete bisogno»: è uno degli ingredienti di lavoro annotati da Rothko, che metterà fine alla sua vita nel 1970 con un’overdose di barbiturici. Più che di speranza Rothko andava a caccia di rivelazioni, nuove ipotesi di silenzio. Negli anni Cinquanta aveva detto: «Sarebbe bello se in tutto il Paese fossero disseminati piccoli luoghi dove il turista o il viandante potessero sostare per un’ora a meditare, in solitudine, su un unico quadro appeso». Per certi versi era quello che voleva capitasse guardando un untitled, olio su carta, verde oliva grigiastro, rosso su granata, campi di rosso e nero. A Firenze troviamo lavori raramente esposti insieme.

La visione che scateneranno i dipinti di Rothko è personale, qualcuno potrebbe scandalizzarsi per l’accostamento rinascimento / contemporaneo, ma si perderebbe il gusto di fantasticare sulle bellissime connessioni di cui è capace l’arte quando mette in comunicazione i morti, i tempi, il mistero. Dopotutto Rothko è tornato a Firenze alle porte della primavera, quando le impressioni si scatenano. Quanto all’artista, una volta aveva detto così: «rimango sempre sorpreso nel sentire che i miei dipinti comunicano un’impressione di pace; in realtà sono una lacerazione». Lacerazione e sommossa: in un tempo rotto dentro, non c’è niente di meglio.
parole Gio Taverni
tutte le fotografie sono di Anna Chasovskikh














