Matt Berninger versione solista

Staccare la voce di Matt Berninger dalla musica dei National non è una cosa semplice. Berninger è il bardo malinconico e generazionale di un disagio profondo e moderno che misteriosamente si è lasciato narrare a colpi di canzoni, la voce calda di una contemporaneità che per due decenni ha brancolato per le strade del post-punk e dell’indie-rock fino a sconfinare nel pop-rock più sofisticato, l’alambicco a cui ci siamo aggrappati a bere per ubriacarci nei ritmi ossessivi di reiterazioni di parole, e suoni fortemente riconoscibili che sono diventati marchi di stile. Mentre la mano da fabbri dei gemelli Dessner sta andando sempre più a contaminare una gran parte della nuova musica contemporanea – con il rischio di appiattire le nuove uscite verso un’unica grande soundtrack di suoni – Matt Berninger ha provato la via di una solitaria emancipazione, un po’ più complicata perché si è portato dietro solamente la voce lasciando gli strumenti nell’immaginaria casa abbandonata in Ohio da dove vengono i National; ma anche una strada tutto sommato poco impervia se è vero che Berninger rappresenta un po’ il centro-palco dei National, l’anima cupa che dà il tempo cupo al gruppo, cantore di una moderna crisi esistenziale che cerca le sue tracce nella vita di tutti i giorni – insomma, Berninger in solo ha una bella base di ascoltatori da cui partire già a prescindere dal disco, e in fondo non è la prima volta che prova nuove strade. Eppure la domanda resta: troveremo qualcosa di veramente originale in un album in solo di Matt Berninger, o tutto sommato verrà fuori semplicemente un continuum indistinto dalle ballate scure dei National.

Berninger probabilmente immaginava che una parte del suo pubblico si sarebbe portato dietro un po’ di diffidenza, perciò ha sparigliato le carte e ha lavorato al disco insieme a Booker T. Jones – e la mano sulla produzione della leggenda di Memphis dirotta il suono su derive soul e blues, così che Serpentine Prison arriva alle orecchie come un disco abbastanza originale nella produzione del cantante dei National. Nelle intenzioni iniziali sarebbe dovuto essere un disco di cover (e un piccolo indizio di come sarebbe potuto essere ce lo aveva dato questa versione spezza-ossa di Holes), un po’ come quando Cat Power se ne è uscita fuori con Jukebox, come se arrivasse sempre il momento per una voce americana bella e perduta di gettarsi anima e viscere nelle ballate più country e soul: il richiamo della vecchia America sembra irresistibile. Booker T. Jones e i musicisti che hanno collaborato a Serpentine Prison hanno avuto un compito difficile: farci dimenticare i panorami sonori dipinti dai Dessner, estrapolare una voce e rendercela fuori originale, con il rischio sempre dietro l’angolo di finire per scopiazzare Leonard Cohen e Nick Cave, perché la voce calda di Berninger va verso quelle direzioni e ha quella vocazione confessionale, e in effetti in qualche passaggio pare di sentire un Nick Cave meno eroico avvolto dal suono di un piano minimalista. Ma Serpentine Prison non è solamente un disco dalla vecchia anima americana dagli arrangiamenti scarni che prova a fare il verso ai grandi cantautori, perché Berninger finisce per metterci del suo e oltre a portarsi dietro la voce si porta dietro certe aperture del suono che sono tipiche di un’atmosfera à la National, certi rintocchi di pianoforte e fiati, i cori sovversivi che fanno eco all’ultimo album I Am Easy To Find.

 

Così una canzone come One More Second finisce per sembrare sovrapporsi a una tipica ballata di Matt Berninger, e per qualcuno potrebbe essere disturbante come tutto quello che tocca la voce di Berninger finisca per diventare semplicemente una canzone di Berninger. Ma naturalmente neanche questo è vero all’eccesso, perché subito dopo parte il western-blues di Loved So Little che se ne va avanti tra chitarre scarnificate e un’armonica, e sembra di essere planati dentro un altro album. E soprattutto ancora dopo parte quella meraviglia che è Silver Spring, dove il duetto con Gail Ann Dorsey è irresistibile e letale, e siamo dirottati dentro la magia di una primordiale purezza folk, purezza che si ripete in una Oh Dearie visionaria abbastanza da evocare delicate ballate americane da inizio settanta, Randy Newman con la voce grossa. È come se Berninger avesse gettato la testa nel retrobottega dove nascondeva vecchi vinili e si fosse mescolato alla polvere che ci stava sopra. Persino le ballate che canta, i testi, sembrano poderosamente antichi e essenziali: niente più storie disperate di matrimonio o disagio medio-americano, niente più sogni infranti e appartamenti tappati in cui chiudersi, ma canti d’amore minimali che per tratti aspettano e per altri richiamano. Come succede nel canto ubriaco di Distant Axis.

Un ritorno alla fonte, agli occhi e ai dandelions. Ritorno che potrebbe far pensare che Berninger stia cercando una via di fuga, un paradiso artificiale che somiglia a un vecchio soffocato blues dove si implora wake-me per farsi portare fuori città, e siamo come avvolti dentro un’atmosfera da disco di mezza sera quando le luci della strada cominciano ad accendersi e parte Take Me Out of Town come la catastrofe di una strada bloccata. Così è facile arrivare alla crepa, All For Nothing, che si apre spettrale sulle note di un piano, e va avanti come un sorriso circolare che potrebbe durare in eterno. La malinconia di Berninger sopravvive per tutto il corso dell’album, eppure la via di fuga stavolta somiglia a una resa: non c’è lotta in Serpentine Prison, è come se tutto il collasso sistemico si mescolasse alla pelle, come non ci fosse rivolta ma solo un lungo abbandono al canto. Serpentine Prison è una locanda dove bere è dimenticare, e il fumo di sigaretta – già, siamo bloccati nei settanta with the Memphis Blues Again – finisce per coprirci lo sguardo tanto che non vediamo più i fantasmi. Un notturno dove non c’è più la traccia forte dell’epica rock e infettiva di una Mr. November che all’epoca sballò la traiettoria dei sogni di un’intera generazione. È il disco di una ritirata, quando pure quei sogni si sono ritirati in maniera demenziale nel frattempo, e non resta che la musica.

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