C’è un punto della Val d’Ossola in cui la montagna smette di essere solo paesaggio e diventa parte integrante dell’ascolto. È qui, tra le pareti di pietra del Tones Teatro Natura, che in una fresca serata di inizio agosto ha preso vita il Mountain Sound Festival: una gemma nascosta, lontana dal rumore dei grandi cartelloni estivi.
L’ex cava, oggi simbolo di rigenerazione culturale, al tramonto si è trasformata in una cassa armonica naturale. Le prime note sono arrivate dai Muschio, dirette e viscerali, con chitarre ruvide e ritmi incalzanti che hanno scosso il silenzio minerale delle pareti. Poi, dalle casse, il suono ipnotico dei britannici Yobs from Liverpool, un intreccio di post-punk e kraut-rock: bassi pulsanti come un battito cardiaco e chitarre dilatate che sembravano estendersi fino al cielo.
Quando i torinesi Movie Star Junkies sono saliti sul palco, l’anima della cava ha cambiato battito. La loro miscela selvatica di garage e punk, più che oscura, rivela un’essenza danzereccia e potente. Ritmi trascinanti e riff vibranti hanno fatto muovere chiunque, mentre le luci radenti tratteggiavano sulla roccia figure dinamiche che si contorcevano al ritmo della musica. I brani, graffianti e intensi, sembravano emergere dalle viscere della pietra con una carica adrenalinica che, tra polvere e sudore, ha trasformato ogni nota in un invito a ballare, sospeso tra tensione ed euforia.
Con i Throw Down Bones il tempo ha preso un’altra forma: synth, linee di basso e loop psichedelici hanno trasformato la cava in un dancefloor a cielo aperto, sospeso tra la gravità della roccia e la leggerezza di un cielo trapuntato di stelle.
E poi, come in un rito, sono arrivati i Clock DVA. I padroni di casa dell’elettronica industriale anni ’80 hanno portato con sé sonorità cupe e visionarie, ma in questa cornice si sono amplificate in un’esperienza quasi ipnotica. Il video mapping proiettato sulla parete rocciosa non si è limitato a fare da sfondo: volti, geometrie e paesaggi digitali si sono intrecciati con le vibrazioni del suono, creando un dialogo tra materia e immaginazione. La roccia stessa sembrava respirare al ritmo delle sequenze elettroniche, mentre le luci hanno trasformato la cava in un organismo vivo, un gigantesco strumento capace di amplificare e riflettere ogni colpo, ogni eco.
Quando le ultime luci si sono spente e la cava è tornata al suo silenzio millenario, nell’aria è rimasta la sensazione di aver preso parte a qualcosa di raro, quasi segreto. Il Mountain Sound Festival meriterebbe più spazio e più voci a testimoniarlo, ma forse è proprio questa sua dimensione raccolta a renderlo speciale: una piccola rivelazione incastonata tra le montagne, in grado di lasciare tracce profonde senza bisogno di clamore.