Una poesia che evoca un paesaggio estivo, un paesaggio d’estate che porta alla mente un verso. Una selezione poetica a cura della redazione.
Alfonso Gatto: dell’estate e dell’esilio
selezione di Ilaria Matteoni

Delle estati di fanciullezza torna sovente un segno di scandalo o ciò che insidia le immagini presenti – personalmente, è l’immenso vaso sardo ricolmo di coccinelle arlecchino che vidi a Capo Coda Cavallo. Del vespro infantile d’Alfonso Gatto, nel tempo d’esilio che adesca con l’impeto delle distanze incolmabili, restano «i gradini, il muro d’erba, il mare». Dedicata allo scrittore Enrico Falqui e pubblicata nella raccolta Morto ai paesi (Guanda 1937), Sera d’estate congiunge il simbolo alla cosa rafforzata e individuata: così il succo dolcissimo del frutto canicolare, dapprima indefinito, s’assorbe e folgora ne «i cocomeri rossi». Non nostri né attuali, ma antica scaturigine che, com’è il caso del vociare domestico, del sentore acre del fieno e d’una patina polverosa che non può che risalire dalla memoria, permea tuttavia il solleone d’una sinestesia partecipata, d’un torpore che, anticipatorio della sorella eterna e prossima, s’avverte nel peso di quel che non è più, prosciugato nel candore e nel silenzio.
Alfonso Gatto, Sera d’estate, in Morto ai paesi: poesie (1933-1937)
Ai miei giorni
la sera stanca e trafelata
con i gradini, il muro d’erba, il mare
e il braccio mesto alla fronte
nel giro degli occhi non accadrà:
presagio di madre, il letto bianco d’estate
nella stanza aperta.
Moriva lungo il braccio
la testa avviata sul tavolo
e, lontani, il mare, la notte fresca di voci,
i cocomeri rossi,
le logge aperte alle famiglie,
sembravano cantati sulle ceste
fin sotto i balconi.
E m’era sonno, a rampe dei suoi lumi,
il villaggio più alto
dietro i carri innalzati del fieno,
come la luna risalita ai monti
dava quiete alle stanze, alla memoria.
Alfonso Gatto, Sera d’estate, in Alfonso Gatto: tutte le poesie, a cura di Silvio Ramat, Mondadori, Milano 2017, pp. 53-54.
Fernanda Pivano: la fine dell’estate
selezione di Federica Guglietta

Dell’estate mi piace quando finisce. Credo fortemente che questa breve poesia di Fernanda Nanda Pivano – indimenticata traduttrice, è e sarà per sempre la donna che ci portò l’America, allieva di Cesare Pavese al liceo d’Azeglio di Torino, nella stessa scuola compagna di classe di Primo Levi, poi scrittrice, giornalista e critica musicale – rappresenti bene questo sentimento. In Morte di una stagione, l’atmosfera è quella tipica del temporale di fine estate, momenti che si aspettavano un po’ con gioia un po’ con dispiacere nelle estati passate, quelle ancora lontane dal cambiamento climatico. Una pioggia incessante: questo momento segna proprio la fine, la morte di una stagione appunto, e come tale Pivano lo accoglie in un canto di sicuro per lei funereo (Al buio uscimmo / Entro un tuonare lugubre di pietre / Fermi sull’argine reggemmo lanterne / A esplorare il pericolo dei ponti). Forse non è la poesia adatta ad animi summer lover, ma possiamo pensare che in un spazio dedicato all’estate, anche un componimento del genere abbia di diritto il suo posto.
Fernanda Pivano, Morte di una stagione
Piovve tutta la notte
Sulle memorie dell’estate.
Al buio uscimmo
Entro un tuonare lugubre di pietre
Fermi sull’argine reggemmo lanterne
A esplorare il pericolo dei ponti.
All’alba pallidi vedemmo le rondini
Sui fili fradice immote
Spiare cenni arcani di partenza
E le specchiavamo sulla terra
Le fontane dai volti disfatti.
Barbara Korun: l’assenza nelle nere notti
selezione di Raffaele Calvanese

Barbara Korun è una delle maggiori poetesse in lingua slovena, laureata in slavistica e letterature comparate, docente di lettere in diversi ginnasi della capitale slovena, saggista, critico letterario e teatrale, ma soprattutto poeta, ha lavorato anche in alcuni teatri sloveni con l’incarico di curare il linguaggio e l’interpretazione degli attori. È presente in numerose antologie nazionali e internazionali ed è tradotta in ventiquattro lingue. È stata invitata a Cork in Irlanda e ad Essen in Germania, capitali europee della cultura rispettivamente nel 2005 e nel 2010, quale rappresentante poetica della Slovenia. Organizza letture di poetesse slovene ed è attiva nella promozione di poesia nelle scuole. Negli ultimi anni ha lavorato come volontaria nei campi profughi in Slovenia. La poesia che ho scelto è tratta dalla sua raccolta del 2014 Voglio parlare di te notte – Monologhi pubblicata da Multimedia edizioni, la casa editrice che fa riferimento alla Casa della Poesia di Baronissi, un luogo speciale, dove la poesia e i poeti trovano rifugio dal 1996. Negli anni la Casa della poesia ha ospitato alcuni tra i maggiori poeti del Novecento. In questa poesia Barbara Korun mette a nudo la fragilità di un’assenza che rende ancora più nera anche una notte estiva, un momento che nell’immaginario di tutti dovrebbe essere tra i più dolci in assoluto. Amo le poesie di Barbara Korun perché attraversano l’umanità che pervade tutti ma di cui spesso non riusciamo ad accorgerci.
Barbara Korun, In una nera notte d’estate
in una nera notte d’estate
sono andata nel giardino
a cogliere una rosa per te
ha lottato a lungo
con tutte le sue spine
frusciando con le foglie
adesso attendo
a un angolo della casa
il tuo arrivo
sento
come freme
nelle mie mani
come nell’oscurità
scorre il suo caldo sangue
Voglio parlare di te notte – Monologhi / Multimedia edizioni 2014. Traduzione Jolka Milič
Cesare Pavese: uno spazio privato ed essenziale
selezione di Ilaria Carpentieri

Lo spazio in cui ci trasporta Pavese è uno spazio privato ed essenziale, un giardino in cui la luce “che sa di mare” è la principale occupante. Il mare evocato dalla luce è un elemento che indica una vastità che ben s’inserisce in questo giardino simbolico. Nella seconda strofa la simbolicità del giardino è ancora più evidente come si evince dalle parole “ho veduto cadere molti frutti dolci, su un’erba che so”: il poeta accosta il giardino a un luogo dell’anima, è collegato sensorialmente al corpo. Il frutto che cade, maturo, è un segno del passaggio del tempo che riverbera nelle vene. Nella terza strofa la protagonista è la donna già presentata nelle strofe precedenti: il silenzio della donna è ciò che rievoca un ricordo, non le sue parole, anzi le parole non fanno parte del mondo di questa donna. La “pena antica” derivata dai frutti caduti in precedenza è ciò che denota al meglio il passaggio del tempo: l’estate, stagione nostalgica per eccellenza, è il periodo dell’anno in cui si “fanno i conti” con il proprio io, è il tempo della maturazione.
Cesare Pavese, Estate
C’è un giardino chiaro, fra mura basse,
di erba secca e di luce, che cuoce adagio
la sua terra. È una luce che sa di mare.
Tu respiri quell’erba. Tocchi i capelli
e ne scuoti il ricordo.
Ho veduto cadere
molti frutti, dolci, su un’erba che so,
con un tonfo. Così trasalisci tu pure
al sussulto del sangue. Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d’aria
e il prodigio sei tu. C’è un sapore uguale
nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.
Ascolti.
Le parole che ascolti ti toccano appena.
Hai nel viso calmo un pensiero chiaro
che ti finge alle spalle la luce del mare.
Hai nel viso un silenzio che preme il cuore
con un tonfo, e ne stilla una pena antica
come il succo dei frutti caduti allora
Ada Negri: una canicola sonnolenta
selezione di Nicole Erbetti

Il prolungarsi del sole e i suoi raggi abbaglianti, tipici della bella stagione, immobilizzano tutti: la canicola estiva non lascia scampo e a noi non resta che abbandonarci a un dolce far niente. È il cuore di Estate, della poetessa lodigiana Ada Negri, che ben fotografa l’essenza di questa stagione, da molti la più amata: da una parte il sole abbacinante, fonte di vita e di energia, dall’altra la spossatezza che infonde in chi da esso non cerca riparo. Il solleone, ovvero il periodo dell’estate tra metà luglio e metà agosto, entra a dirimpetto nella poesia e si prende la scena con prepotenza grazie all’utilizzo dell’enjambement. Lo stile è cadenzato e la calura ridondante; le allitterazioni ne esprimono al meglio la forza e il dominio su ogni elemento della natura. Il solleone domina la scena e chiunque – dalla natura alla città, uomini inclusi – si arrende alla sua presenza, cercando di proteggersi come può. Non si può far altro che cristallizzarsi in un eterno dolce far niente, come solo alcune giornate estive sanno essere: eterne ma, allo stesso tempo, fugaci.
Ada Negri, Estate
Nei mesi estivi il solleone
rende i muri così abbaglianti
che a fissarli vien sonno:
tende gialle e rosse
si abbassano sui negozi;
il nastro di cielo
che s’allunga fra due strisce
parallele di tetti
è una lamina di metallo rovente.
Dolce è non far niente,
accucciati sulle pietre roventi,
respirando il caldo.
Alessandra Carnaroli: soffocante estate
selezione di Antonio Gatto

L’estate di Carnaroli si concentra in un’immagine chiara e distinta, comune. Un po’ di frutta, magari da mangiare ancora nel tragitto tra negozio e casa, negozio e spiaggia. La frutta incorpora il tempo eterno ed il tempo particolare, la mela sempre disponibile, la mela buona per tutte le stagioni e la susina così puramente estiva. E l’estate nella sua caratteristica del soffocante si fa oscurità, si fa morte, nel sacchetto premuto sul volto, l’urlo silenzioso del corpo che si ribella alla scelta della sua stessa eliminazione. Soffocare come nel caldo estivo, si boccheggia, una poesia fortemente orale, il picciolo che si pianta in gola, cadere strozzati, le susine, l’estate vera e propria, che rotolano via. La morte soleggiata.
Alessandra Carnaroli, Una busta di plastica del fruttivendolo
una busta di plastica del fruttivendolo
di quelle che si tagliano col vento
o picciolo di mela
morire
tra le susine
di stagione
Da 50 suicidi più 50 oggetti contundenti, Einaudi
Georg Trakl: l’estate e la guerra
selezione di Fabio Mastroserio

«Io anticipo le catastrofe mondiali» così scriveva Georg Trakl all’amico Johannes Klein. E in pochi, come il poeta austriaco nato a Salisburgo nel 1887, seppero interpretare i segni dell’esilio del vivere e della tragedia europea agli albori della Prima Guerra Mondiale con il medesimo sguardo, a un tempo, rigoroso e allucinato. Sopraffatto fin dall’infanzia dal desiderio incestuoso per la sorella Gretl, da una brama – consumata – che lo accompagnerà come una febbre per la sua breve vita, è nell’esperienza della Grande Guerra che Trakl verrà definitivamente spezzato. Sconvolto dagli orrori della battaglia di Grodek, sarà prima ricoverato in un ospedale psichiatrico militare, quindi, morirà suicida a soli ventisette anni per un’overdose di cocaina di cui faceva ormai costante uso. In Sommer, Trakl tratteggia – come su tela – i frammenti di normale quotidianità di una sera d’estate. Eppure, ogni verso pare attraversato da un’inquietudine sottile e impalpabile che getta una luce sinistra su paesaggi, oggetti ed azioni. Quasi che la realtà fosse ontologicamente avvolta da un sudario cupo e doloroso. Oggi come allora, in questa estate attraversata da una cieca sete di guerra, Trakl ci offre la sola vista possibile sull’orrore, quella di un uomo travolto dalla consapevolezza del male: quello violento della tempesta intorno a sé e quello più subdolo che coagula dentro il proprio animo.
Georg Trakl, Sommer
A sera tace il lamento
del cuculo nel bosco.
Più profondo si china il frumento,
il papavero rosso.
Nero temporale minaccia
sopra la collina.
L’antico canto del grillo
si spegne nel campo.
Non più si muove il fogliame
dell’albero castagno.
Sulla scala a chiocciola
fruscìo della tua veste.
Quiete la candela risplende
nella stanza oscura.
Una argentea mano
la spense;
silenzio del vento, notte priva di stelle.
Georg Trakl, da Gesang des Abgeschiedenen, in Le Poesie. Traduzione di Vera Degli Alberi e Eduard Innerkofler. Garzanti, 1995
Patrizia Cavalli: l’estate e l’amore
selezione di Valeria Gargiullo
L’inizio dell’estate è l’inizio dell’amore: il sole scalda la pelle tiepida dei mesi invernali appena trascorsi, i frutti si fanno maturi e dolci, le piante rifioriscono rigogliose, tornano alla bellezza, allo stupore. L’innamoramento è luce, anche se talvolta, se troppo intenso, può accecare. Può essere talmente incantevole da rivelarsi un abbaglio, e svanire nell’oscurità crudele. Patrizia Cavalli, con coraggio, sceglie di raccontarci ciò che non vorremmo discutere o comunque sentirci dire, quello che si trova al di là della bellezza, del canto delle allodole e del ronzio delle api, delle margherite bianche che si aprono timidamente all’alba, e che hanno ispirato i poeti per secoli. Vuole mostrarci il vuoto, farcelo sperimentare. Cosa significa perdere l’incognite di un amore, che alla fine si esaurisce in una sorta di piccola morte. Il susseguirsi ritmico degli anni, il corpo che ingenuo reagisce agli stimoli e agli odori di un’altra estate, il cuore smarrito che non riconosce il demone dell’abbandono. Cavalli restituisce immagini precise, le “ciliegie enormi” figurano la passione, forse spontanea, dell’energia amorosa. Tuttavia sono “quasi troppo dolci”, come se l’unica fonte di nutrimento si rivelasse eccessiva, a tratti deleteria. È il troppo amore che uccide sé stesso o l’idea che ne facciamo?
Patrizia Cavalli, Pigre divinità e pigra sorte
Sì sì, come l’altr’anno, tra il ventitré
e il ventiquattro giugno, quando sentivo il cuore crescermi e irradiarsi, cuore in solstizio,
in espansione massima di luce.
Tutti quei raggi allora – ricordo che mangiavo ciliegie enormi e quasi troppo dolci – avevano un approdo, anche se lontanissimo
e insicuro. Ma adesso cosa mi invento per questo cuore che si ripete
così ubbidiente alla stagione,
dove lo mando adesso, in quale vuoto?
Biagia Marniti: sempre sola, intimamente libera
selezione di Valentina Carlucci

Biagia Marniti, pseudonimo scelto da Biagia Masulli, per evocare la sua terra d’origine, Ruvo di Puglia, torna alla “marna” la roccia calcarea. È stata una voce poetica, lucida e intensa del Novecento. Cresciuta tra i ricordi di un Sud arcaico e carnale, lasciò Bari per studiare Lettere a Roma, città in cui si muoveva con schiva determinazione tra intellettuali e artisti. Sedeva a ai tavoli del Babingtons di Piazza di Spagna, dove incontrava Bruno Barilli e Vincenzo Caldarelli che la chiamavano “la principessa sveva”. Ungaretti la soprannominò “la scura”, non per l’aspetto ma per la natura fiera e malinconica che abitava i suoi versi. Fumava in un periodo in cui poche donne avevano l’abitudine di farlo, scelse di non sposarsi e di non avere figli, in controtendenza rispetto alle consuetudini dell’epoca. Fu un’anticonformista, moderata e composta. Nella sua poesia la Puglia si frantuma in immagini, suoni, sentimenti, diventando materia viva, ancestrale e nostalgica. L’infanzia, i braccianti, le feste religiose, la sensualità del paesaggio tornano come eco di un’identità profonda, femminile e resistente. Sempre “sola”, ma “intimamente libera”, Biagia ha saputo trasformare la memoria in canto, l’appartenenza in coscienza.
Biagia Marniti
Sola cammino alla fine del mio giorno.
I baci ov’era terra spiga mare forse in me cresceranno
in tanta terra spiga mare.
Amore, pazza attesa, fissa luna tu sei, ma inutile è sperare
se il cuore non risponde
e l’eco di un bacio non ha suono.
(Tratto da da Più forte è la vita, Mondadori, 1957)
Alexis Bernaut: ladro marino
selezione di Rocío Bolaños
J’ai volé le ressac di Alexis Bernaut ha tra i suoi versi un ritmo che risuona nell’immaginario di un paesaggio estivo del tutto simbolico. Il mare evocato in questo testo non è solo un luogo geografico ma diventa la soglia interiore tra il dolore e l’accettazione, tra le cadute e la possibilità di risollevarsi. La risacca è l’eco dei fallimenti ripetuti che tornano come onde. Non è possibile evitare la forza della stessa: bisogna incarnarla, esserci nel andirivieni, farsi travolgere. Questa oscillazione può risignificare l’esperienza e trasformarla in poesia. L’estate si presta come un tempo di pausa, un invito all’ascolto. E poi, il mare, nella sua grandiosità, accoglie e non chiede nulla, rigenera con la sua ripetizione ritmica a chiunque voglia azzardare a fermarsi davanti e prepararsi a cavalcar le proprie onde.
Alexis Bernaut, Ho rubato la risacca
Ho lasciato ai mari e agli oceani tutto
il sale, la schiuma e l’acqua
ho rubato la risacca
e l’ho cucita al mio polso
e l’ho cucita al mio respiro
Ho rubato la risacca
dai mari e dagli oceani
senza che nessuno si accorgesse
e il tempo si è fermato
e la luna era sulla soglia
come madre
che guarda i suoi figli partire
Ho rubato la risacca
per trasformarla in allegoria
del fallimento ripetuto
della caduta e poi
la risacca mi ha rivolto parola
e mi ha detto
fai dei tuoi cosiddetti fallimenti
una poesia
se questo può aiutarti
ad accettarli e amarli
scrivi questa poesia e col mio nome
e ora restituiscimi
per favore
all’eternità delle onde
Traduzione Rocío Bolaños
Federico García Lorca: cantore andaluso
selezione di Gio Taverni

D’estate possono tornare all’orecchio certi canti di Federico García Lorca, i versi del Romancero Gitano e del cante jondo, le corde di una chitarra che s’arrampicano su un albero di ulivo, la terra secca e il fiume Guadalquivir. In questo agosto freddissimo le ossa di García Lorca ancora ci parlano da una fossa comune di un luogo ignoto in Andalusia. Lorca morì ammazzato dai franchisti in un giorno d’estate del millenovecento trentasei. Messo a tacere il poeta, non poterono far niente coi versi. Lorca è l’andaluso assoluto, il cantore dei gitani, degli oppressi, di coloro che vagano la notte sotto la luna fuggitiva per scappare dalla guardia civile o andare incontro all’amore. A proposito del Poema del cante jondo García Lorca ci ha lasciato l’immagine dei poeti granadini che comunicano con gli antichi autori dell’Oriente mediante la telegrafia senza fili – nella poesia di Lorca il canto del poeta è un telegrafo senza fili che scavalca tutto il disturbante violento potere che prova a spezzare le corde di una chitarra. E Lorca canta ancora per chi è di passaggio.
Federico García Lorca, Paese
Sul monte nudo
un calvario.
Acqua limpida
Acqua limpida
e ulivi centenari.
Per le stradine
uomini intabarrati,
e sulle torri
un girare di banderuole.
Un girare
eterno.
Oh, paese perduto
nell’Andalusia del pianto!