Underground di Haruki Murakami è un libro su un Giappone sconvolto, su un senso di sicurezza violato, ma attraverso le interviste che raccoglie è un testo che supera sia il dramma sia i contenuti del culto Aum Shinrikyō e che parla di persone, individui, ma anche degli ingranaggi invisibili dentro i quali le vite umane sono incastrate.
Sono passati 30 anni da quando i seguaci di Asahara dispersero del Sarin nella metropolitana di Tokyo, uccidendo 13 persone ed intossicandone oltre seimila. Murakami raccoglie nel suo libro le testimonianze di sopravvissuti, cari dei defunti e di alcuni seguaci del culto Aum andando a scavare nelle vite e nelle giornate delle persone comuni, portando alla luce i piccoli snodi che fanno la differenza tra il soffocare tra sangue e schiuma e il cavarsela con un restringimento della pupilla.
Le persone coinvolte hanno incontrato il loro destino chi per abitudine chi per caso, chi per lavoro chi per appuntamenti estemporanei, chi per una meticolosità che diventa quasi facile stereotipare come “estremamente giapponese”.
Nel leggere le testimonianze raccolte da Murakami si entra in una spirale di risonanza dove il fato ha sfiorato le persone quasi “selezionandole” ad una ad una in un vortice rocambolesco capace di creare echi ripetuti:
Mi sono salvato perché salgo sempre dalla terza porta del vagone, salire dalla seconda mi avrebbe esposto al gas sottovento.
Quel giorno ero raffreddata, ho viaggiato con il fazzoletto premuto contro il naso e la bocca, forse per questo non sono morta.
Mia sorella non avrebbe dovuto prendere quel treno quel giorno, si era studiata un suo percorso, io invece le ho detto di prendere quella linea della metropolitana.
Ero di turno. Ero di turno. Sono rimasto ancora in servizio una volta finito il turno. Ho preso le sacche di Sarin con le mani. Ho fatto ripartire il treno perché non volevo accumulasse ritardo.
Per me era solo un liquido. Ho toccato i suoi vestiti. Sono uscito dalla stazione e sono andato a lavorare. A lavorare. A lavorare.

Il tema del lavoro diventa focale, il tema di un Giappone laborioso, il Giappone delle aziende solide, del futuro sicuro alla JR con un paese alle prede con la stagnazione dopo quella che sembrava essere una crescita inarrestabile, il Giappone di una Tokyo senza freni, formicaio brulicante. Il lavoro a costo della vita.
“Non sono molte le persone che hanno pensato di restare lì e attendere i soccorsi. Quasi tutti hanno preferito recarsi comunque al lavoro, a costo di trascinarsi.
È vero, molti hanno cercato di arrivare in ufficio nonostante si sentissero già male. A me è parso assurdo. C’era gente che non riusciva quasi a camminare, che quasi strisciava. Io mi ero resto conto che non era più questione di andare a lavorare o meno, e ci avevo rinunciato, stavamo rischiando la vita.”
Questa l’unica persona che ha visto la frattura della normalità dell’istante, l’unica che non ha atteso, l’unica attraversata dalla rottura. L’idea dell’attentato come evento possibile era ben lontana dalla mente del giapponese medio, nonostante la stessa Aum avesse già colpito nella città di Matsumoto. Tutti ritenevano il Giappone un paese troppo sicuro affinché accadesse una cosa di questa portata, una sicurezza che ha portato all’ingresso nel mondo dell’impossibile. Continuo a lavorare perché anche se sto tossendo, se sto diventando cieco, se la gente crolla intorno a me, non può in fondo essere successo qualcosa di così grave, non a me, non ha me che ho un dovere più grande, un dovere inciso nella pietra.

Underground si manifesta come un libro sulla realizzazione e sulla crescita del sentire, sulla rabbia, sul perdono. Vittime che si dicono non arrabbiate nei confronti di Aum ma che vorrebbero “solo” la loro condanna a morte, in un mondo in cui morte non è rabbia ma in qualche modo giustizia, con sfumature distorte percezioni astruse, come quando nelle parole di alcuni intervistati sembrano essere maggiormente colpevoli i dipendenti della Metropolitana o i medici ancora più che gli stessi seguaci di Asahara.
Murakami si muove tra vite devastate ed esistenze che sembrano essere state appena sfiorate, mostrando come sia labile il filo che separa una vittima dal trasformarsi in poco più che un vegetale all’essersela cavata con pochi giorni di prognosi.
E poi c’è l’elaborazione, l’impatto dentro la mente. C’è chi ha voltato pagina, chi non vuole più sentirne parlare, chi si porta dietro un PTSD. Una domanda che lo scrittore giapponese pone quasi sempre è “Ha paura oggi a prendere la metropolitana?”, per scoprire realtà sfumate, diverse, che spostano il piano di quello che ci può accadere.
È qui che Underground parla di noi perché parla di un molteplice individuale, di uno scorrimento di elementi sociali e psicologici, Murakami attraverso le sue interviste scava nell’animo di un paese, ma anche nell’animo di un essere umano quando accade qualcosa che lo spezza.
Rimane una lettura attuale e potente che non solo ci racconta un episodio storico e violento attraverso gli occhi di chi lo ha vissuto e chi lo ha subito, ma che ci permette di traslare questi significati negli accadimenti del contemporaneo, dove l’idea di attentato è ormai quasi connaturata ad un avvenimento che potrebbe succedere, ma anche in senso metaforico a quello che è un evento di distruzione totale in grado di spezzare la vita e di non darle più un senso lineare. Un libro su ciò che è un trauma e su tutto quello che può fare, sia che si tratti la sua cancellazione completa ed il totale assorbimento nella realtà sociale sia che sappia essere il nocciolo della possibile risignificazione. Un libro che prima di tutto ci pone il quesito fondamentale di quando ci mettiamo di fronte all’altro. Possiamo comprendere?