La vostra nuova band indie preferita viene dall’Islanda

Ogni volta in cui vado a vivere in un nuovo paese, cerco di ascoltare la musica del posto perché è il modo con cui di solito imparo di più sulla cultura e sulle persone che ci abitano. Prima di andare in Islanda quest’anno, avevo già un’infarinatura generale che è quella che hanno più o meno tutti gli appassionati di musica: sono ovviamente una fan di Sigur Rós e Björk e conosco le altre band come Múm e Of Monsters and Men.

Prima di partire, sapevo che c’era una bella scena musicale underground ma non nel dettaglio ed ero certamente curiosa di saperne di più e magari di avere qualche sorpresa. Quando sono arrivata ad aprile ho realizzato che sarei finalmente andata a qualche concerto dato che il virus in Islanda era poco diffuso e addirittura nessuno indossava le mascherine (un vero e proprio shock!).

Una volta a Reykjavík, non è passato molto tempo per individuare i locali e i posti dove è possibile ascoltare musica live. Tra questi, il Gaukurinn domina la scena perché è in centro e offre sempre un buon palcoscenico per diversi generi, dall’indie rock al metal passando per dubstep e folk. Da qui passano una miriade di musicisti che vogliono presentare quello che producono al di fuori della sala prove. Sono molte le persone che suonano in Islanda “perché non c’è nient’altro da fare in inverno” e spesso collaborano insieme in più di un progetto musicale.

Foto di Leonardo Andrea Valderrama Pereira

È maggio, il sole tramonta alle 2 del mattino e sorge alle 5, e c’è una canzone che sento ovunque tra i miei colleghi e coinquilini, alle feste e in casa: Vesturbæjar Beach. È pop, resta in testa e sa di estate. È di un gruppo di Reykjavík, un duo che si chiama BSÍ, proprio come la stazione dei bus a cui si arriva dopo essere atterrati sull’isola. Il mio amico Leo li conosce e mi invita ad un loro concerto in casa, una sorta di live acustico per presentare una parte del loro nuovo album “Sometimes Depressed But Always Antifascist”.

L’atmosfera nel soggiorno dove si terrà il concerto è molto “cozy”, come direbbero i nordici: luci soffuse, cuscini ovunque e c’è chi ha portato da bere e da mangiare come ad una festa tra amici. Quello che suoneranno questa volta è il lato lento del disco, ovvero “Sometimes Depressed”: cinque canzoni che spezzano il cuore perché parlano di cuori spezzati. Ne resto subito fulminata: c’è lei – voce del gruppo, che si alterna tra la chitarra e le percussioni – e lui, di fronte a lei, che la segue col basso e le tastiere. Impossibile non pensare ai Mazzy Star su queste note lente e questa voce da sirena.

Foto di Leonardo Andrea Valderrama Pereira

È così che ho conosciuto i BSÍ – in arte Sigurlaug “Silla” Thorarensen e Julius Pollux Rothlaender – e che ho deciso di seguirli per sentire la seconda parte del disco “…But Always Antifascist” la sera seguente.

La location è decisamente differente, adatta ad ospitare l’anima più politica e punk del duo: si chiama “post-húsið”, una sorta di centro sociale gestito da “post-dreifing”, un collettivo di artisti che promuove artisti della scena indipendente islandese. Si trova non molto distante dall’aeroporto domestico di Reykjavik e abbastanza lontano dal centro per organizzare eventi e concerti senza disturbare nessuno.

Prima dei BSÍ c’è un altro gruppo di giovanissimi ad aprire la serata: sono i Supersport! e anche loro hanno pubblicato di recente un album che promette molto bene. Sembrano dei ragazzini ma trasudano grinta e tecnica da tutti i pori. Anche loro, come i BSÍ, mostrano una doppia anima: le melodie sono solari e allegre ma i testi parlano di depressione.

Foto di Leonardo Andrea Valderrama Pereira

E poi è il turno dei BSÍ che presentano la seconda parte del disco in una veste decisamente più punk a tutto volume. L’anima politica esce fuori ed è una boccata d’aria fresca vedere una band che non ha paura di schierarsi apertamente contro ogni forma di oppressione e attenta a temi attuali come le condizioni dei migranti. Sulle casse c’è la bandiera “Refugees welcome”, un ricordo delle proteste di due anni fa a Reykjavik – durante le quali lo stesso Julius è stato arrestato – per chiedere un trattamento più umano da parte delle autorità islandesi verso i migranti.

Anche qui ci sono canzoni con qualcosa da insegnare: come lottare contro la kyriarchia (My knee against kyriarchy) e non solo il patriarcato, come rivendicare il diritto di essere troia (Feela það) e come evitare i “donakallar” (Dónakallalagið), quei maschi tossici che tutti incontriamo prima o poi nella vita.

“Sometimes depressed but always antifascist” sembra essere un po’ lo slogan della mia/nostra generazione: quella che si è trovata per la prima volta ad affrontare e a parlare apertamente di ansia e depressione mantenendo però posizioni politiche molto nette. Insomma, depressi sì ma fessi no.

Foto di Leonardo Andrea Valderrama Pereira

Con i BSÍ parliamo anche di questo, quando li intervisto proprio sulla famosa spiaggia di Vesturbæjar, di fronte al vulcano in eruzione; Vesturbæjar è un quartiere residenziale di Reykjavík dove hanno la sala prove nel garage della casa di Silla.

«Come musicisti, non vogliamo offrire soluzioni o proclami, ma aprire una porta e iniziare una conversazione su questi temi», dice Julius, che dalla Germania si è trasferito qui in Islanda circa sette anni fa. È qui che ha “scoperto” che poteva dire di essere femminista e dare il proprio supporto alla causa e al movimento, senza sentirsi fuori luogo. Da questo punto di vista l’Islanda è sempre stata un ambiente favorevole: primo paese ad avere un partito formato e guidato solo da donne, tra i primi nelle liste di indici di parità di genere e tra i primi a legalizzare i matrimoni gay.

Ma anche qui esistono i bigotti omofobi e i BSÍ non mancano di prenderli in giro: in Alltaf Alltaf Stundum Alltaf, Silla interpreta il ruolo della classica signora conservatrice che chiama in diretta una nota radio di destra per lamentarsi di questi giovani vegani femministi antifascisti ambientalisti (come i BSÍ).

Foto di Leonardo Andrea Valderrama Pereira

«In realtà mi sono ispirata ad una cosa vera» racconta Silla «qualche tempo fa su questa radio di destra è uscita la notizia che nelle scuole si sarebbe introdotta una educazione sessuale queer e c’era questa signora che ha chiamato in radio per dire: Lesbica? Io non sono una lesbica, ho 9 figli!
Da ridere!»

Silla, nata e cresciuta a Reykjavík, sembra una ninfa islandese: ha un viso giovane e vissuto allo stesso tempo, come se avesse avuto decine di vite prima di questa. Il suo talento è evidente e di famiglia: cresciuta in una casa di musicisti, ha studiato pianoforte diversi anni prima di imparare a suonare la batteria: «Sapere che non bisogna essere perfetti per essere musicisti è liberatorio.»

Foto di Leonardo Andrea Valderrama Pereira

È con questa considerazione che lei e Julius hanno iniziato i BSÍ, cioè con l’idea di suonare strumenti che non sapevano come suonare e giocare con la musica per il puro piacere di farlo. Hanno convinto il proprietario di R6013 – noto locale di musica DIY a Reykjavík – ad usare il posto come sala prove e proprio lì hanno suonato il loro primo concerto. La pandemia poi ha dato loro il tempo necessario per realizzare un vero e proprio album, prodotto dagli amici del duo: Tomatenplatten & Why Not? Plötur & post-dreifing. Le canzoni lente sono state registrate a Reykjavík, mentre quelle più punk in uno studio a Berlino est.

Chi sono oggi i BSÍ? Sono una delle band più interessanti del panorama indie islandese e internazionale e si preparano a conquistare i cuori del continente: hanno già aperto per i Vaccines in UK e il prossimo gennaio si esibiranno al famoso festival olandese ESNS. BSÍ sta per Brussels Sprouts International ma se trovate un’interpretazione migliore per questo acronimo potete inviarla qui. Se chiedete a Julius e Silla, loro risponderanno sempre: «BSÍ è la personificazione musicale della nostra amicizia


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