My Bloody Valentine – m b v

I My Bloody Valentine sono un quartetto britannico che nel corso degli anni 80 sono evoluti da band di romantico post-punk di estetica goth a protagonisti nel disegno degli stilemi C86, fino a band definitiva di un certo sound noise e sperimentale, sintetizzando un lavoro perfetto come l’EP You Made Me Realize e un album d’esordio di alternativo approccio al pop e rock guitar-based, sulla scia dell’avant/indie di matrice Sonic Youth-esca, Isn’t Anything. Colpito dal gigantismo chitarristico dei Dinosaur Jr nel loro primo tour inglese, Kevin Shields intraprende la decisiva e radicale svolta nel suo percorso di esplorazione delle possibilità di manipolazione sonora, documentando un notevole percorso evolutivo negli EP Glider e Tremolo, seminali opere di sperimentazione chitarristica che porteranno, alla fine del 1991, alla pubblicazione di Loveless, pressoché unanimemente riconosciuto non solo come capolavoro della band, ma come picco espressivo dell’estetica e della produzione shoegaze.

 

Loveless, data la pressoché incalcolabile influenza esercitata da sempre, è un capolavoro certificato e, come tale, si è spesso soliti considerarlo al di fuori della sua essenza, snaturandolo, contandolo come il 1°, 2° o 3° della nostra classifichina dei dischi anni 90, come se fosse un album possibile da paragonare a Crooked Rain o a In The Aeroplane Over The Sea, ma Loveless è un album unico, un monolite narcotico di brillante creatività, un sogno erotico drogato, un’esperienza il cui valore potrebbe anche prescindere il contesto e le circostanze, forse anche la sterminata mitologia sortagli attorno. Loveless non è un disco in grado di riscuotere fanatismi plebiscitari, di entrare nel cuore di tutti, è un disco privo di alcune delle qualità base che la maggior parte delle persone sottintende alla godibilità di un disco; in particolare, è privo di un avvincente songwriting o di soluzioni melodiche in grado di conquistare.

Loveless è un susseguirsi di minimali strutture pop oscurate e sommerse da una quantità di manipolazione sonica senza precedenti. La sua vischiosità, la cura nei dettagli, il suo inconfondibile suono di chitarra, al tempo stesso graffiante e nebulizzato, ne fanno un disco semplicemente unico. Loveless non ha avuto un seguito fino alla notte di Sabato scorso e vi risparmio, dopo questo superfluo sproloquio, le vicende da cronaca che portano alla realizzazione del terzo disco dei My Bloody Valentine. Non so in quale periodo di questa immobilità lunga due decadi sia stato concepito, quello che constatiamo è che, a quanto pare, in una stanza, da qualche parte nella mente di Kevin Shields, il setup è rimasto montato e tutto è ripartito da dove si era interrotto.

 

L’inizio del disco annulla istantaneamente le distanze, 21 anni e tre mesi di tentate emulazioni e massiccia influenza vengono spazzati via e la visione creativa di Kevin Shields proiettata in una dimensione atemporale in cui tra Loveless e mbv non è passato tempo, non è esistito altro. She Found Now si muove su una ritmica pulsante sepolta sotto tonnellate di effettistica, le struggenti progressioni d’accordi appena affiorano dall’oceano di torbide distorsioni e la continuità con il predecessore è automatica e naturale. La seguente Only Tomorrow inizia con le sensuali liriche della Butcher adagiate su un muro di fuzz, per lasciar spazio nella seconda metà ad uno dei riff più memorabili dell’intera produzione della band. Who Sees You è la riaffermazione di un’identica devozione al tremolo e al fuori tono stordente degli overdub che caratterizzano il suono MBV al di la di qualsiasi formula di shoegazing, le chitarre straripano l’una nell’altra e invadono le orecchie in un modo che cambia la vita.

È con le successive In This And Yes e If I Am che si mostrano i primi elementi di superamento del passato, i pezzi quieti del disco sono i più diversi rispetto ai loro corrispondenti del ’91, grazie all’introduzione di un tappeto d’organo e di un wah che pulsa nel muro di suono (mi riservo ogni tipo di inesattezza circa la formula di strumentazione, dato l’approccio maniacalmente radicale alla produzione sonora che contraddistingue il meticoloso processo creativo di Shields). La seconda parte dell’opera inizia reintroducendo un deciso ruolo del beat dancey di matrice post-madchesteriana, mai esplorato fino in fondo fondo nella carriera della formazione, che lo abbandonò dopo Glider, evolvendo poi in un uso inedito del loop percussivo in In Another Way, dove, nel contrappunto alle armonie del sintetizzatore, emergono le pieghe più dissonanti proposte fino a questo punto.

Ma è per il finale che viene tenuto il lato più sadico ed autistico della sperimentazione, oltre che la conferma di una progressione nell’impiego della ritmica; ancora un pattern aggressivo in Nothing Is accoppiato ad un crescendo avant-noise delle chitarre, per un assalto frustrato, senza catarsi e senza sbocco, che si ripiega in se stesso e lascia le orecchie doloranti per la conclusiva wonder 2, autentico culmine della tempesta sonica in mbv. Qui la stratificazione di wall of sound, dissonanze, effetti e voce si fa quanto mai complessa e schizoide e, incalzata dalla drum machine, va a dar vita all’episodio più ambizioso del disco, conclusione epica in una progressione sorprendente dopo oltre tre quarti d’ora di autentico verbo predicato, di inimitabile (ed inimitata) concezione dello strumento e della creazione, di un seguito a lungo atteso e da molti temuto, ma che non delude e che porta avanti un discorso evidentemente mai abbandonato per Kevin Shields e compagni, che aggiungono dinamica e momentum alla formula mantenendo una qualità ed una coerenza disarmanti. Escono intatti e disinvolti dal confronto con loro stessi 20 anni prima, lasciando tutti, spietatamente, a bocca aperta.

 

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