“Eccoci di nuovo qui, dentro la guerra”: con queste parole comincia Ogni altro tempo è pace di Vittorio Giacopini, sballato viaggio nell’oscuro vizio di tirarsi d’armi addosso del corso umano. Tornano alla mente certe frasi di Céline, di Cendrars, di chi ci ha perso la testa – ma quello di Giacopini non è un racconto di guerra, il suo libro è uno strano aggeggio letterario, racconto fantastico che saltella tra passati e futuri per simulare un presente ottuso. Il titolo del romanzo è una citazione presa in prestito dal Leviatiano di Thomas Hobbes, sottolineatura della ciclicità del tempo e della guerra – che sempre torna a infettare il mondo con il suo impulso di devastazione.
Giacopini sembra volerci dire che persino al tempo della pace, o della sua illusione, teniamo addosso il sospetto che prima o poi verrà la guerra, inestirpabile tara dell’umanità: e adesso che abitiamo decisamente un tempo di guerra, di distruzione, stermini, coi droni e i bombardieri e le macerie quotidiane di città – l’incipit di questo romanzo non può che risuonare con forza nelle orecchie di uomini e donne della contemporaneità: perché eccoci di nuovo qui, dentro la guerra, come sonnambuli, incapaci di frenare quanto accade, di rivoltarci, succubi dell’impotenza di fronte all’incubo da cui cerchiamo di risvegliarci prendendo a testate il muro.

Vittorio Giacopini ha raccontato di aver cominciato a scrivere il romanzo prima ancora che avessimo il sentore di un’accelerazione dei venti di guerra: è come se la penna avesse guidato la mano a scrivere. Nonostante il clima distopico del romanzo si rischia di avere momenti déjà-vu, come l’indefinita “age of pandemic” o la lotta per la conquista dell’Artico a cui si fa cenno tra i capitoli, che saltellano tra il 2032 e la prima metà del Seicento. In effetti Giacopini non è nuovo a romanzare mescolando la storia e l’immaginazione, così ne La Mappa aveva giocato con la cartografia, Napoleone e le campagne d’Italia. Nel nuovo romanzo l’azzardo è più sconsiderato.
In Ogni altro tempo è pace Giacopini sovrappone due linee temporali, una futura e una passata, sfrenando il senso del fantastico da puro avventuriero anarchico. Ci sono luoghi ipotetici e di fantasia come la Togliattenstrasse, misteriose locande, una Roma che sprofonda nell’underground, nuove guerre dei trent’anni e pestilenze che si ripetono da un tempo all’altro: perché in verità le due linee temporali comunicano tra loro, si scambiano occhiatacce e farneticazioni. E così pure i personaggi, una collezione di gente mai scontata. Sergei Block, il tagiko fantasma, mercante d’armi che sembra rubare il nome a un poeta russo, appassionato di cinema; la vecchia hippie Liza o Lucie o Cometa, descritta come “un relitto vivente di Controcultura”; il soldato di ventura e reclutatore Iacopo Iacopi; gli incisori Jacques Callot e Matthaus Merian, con le loro lettere e pagine di diario; e ancora suore, collettivi di hacker, raccattacadaveri.
Con questa tecnica da incisore di fantasie e stravaganze Giacopini si diverte a scrivere, inventando e rievocando personaggi reali come Callot, artista di acqueforti sulle miserie della guerra, che annota così sul suo diario scrivendo delle grandi vittime, gli ultimi: «zingari, disertori, donne libere e per questo bellissime, avventurieri: una disperata adunata di refrattari, uno stranissimo, indisciplinato mucchio selvaggio di ostinati Picari nel Gran Teatro del mondo dei Quattrini e delle Nazioni».
Ma forse la cosa più bella del romanzo è la sua lingua, soprattutto nella parte ambientata nel mille-seicento. Una certa attenzione alle parole, un italiano che va a ripescare nell’anticaglia senza paura di rinnovare, e che pure si spoglia di pose e accademismi per proseguire con ritmo e frenesia (“E c’ero inciampato proprio come un somaro, dentro la guerra”) – con momenti musicali (“E in sogno lo rivedo, e in sogno rivedo anche gli altri, i valenti, gli intrepidi, gli inetti e gli incapaci, e i mediocri che, come i diavoli dell’inferno, sono legione, e i pavidi e gli sconsiderati, e tutti quanti”) – e fantasticherie iperrealiste. Un incedere sghembo, un po’ Céline, un po’ Battiato, un po’ italiano in process – postmodernismo e poeti italiani d’altro secolo. Quello di Giacopini non è un romanzo per intrattenersi. Ogni altro tempo è pace è un carnaio ambulante di pensieri, sogni, racconti, invenzioni. All’occorrenza metterlo in tasca e portarlo dietro, per far risuonare il canto multilingua degli Impagliatori: guerra alla guerra.