Isaac e Gabriel sono due uomini palestinesi, s’incontrano a Gerusalemme, nell’hotel in cui il primo lavora di notte, e non possono fare a meno di innamorarsi. È questa l’essenza di L’Eden all’alba, il romanzo di Karim Kattan tradotto da Cettina Caliò per La Nave di Teseo. A raccontare la loro storia d’amore inevitabile sarà il cielo, un narratore che vede tanto ma non è onnisciente, e che per le possibilità che avrà di osservarli mostra un’umana partecipazione e un’empatia sofferta, ma senza soccombere al destino perché la sua resistenza al male saprà farsi poesia. Un narratore non umano, come racconta Kattan in un’intervista, che gli ha consentito una maggior libertà, nonché un distacco che non dimentica il contesto in cui la storia nasce. Kattan definisce “L’Eden all’alba” un romanzo politico, completato prima del genocidio in atto del popolo palestinese, ma che ha ancora ragione d’essere per offrire un punto di vista diverso sul territorio che il cielo, eterno e senza confini, vede come unico, sebbene martoriato da posti di blocco, muri e violenza nel presente della narrazione. La questione è, allora, complessa: può la narrativa palestinese occuparsi di altro che non sia il documentare la storia passata e presente? Kattan crede di sì, c’è spazio per la fiction senza che questa tradisca la terra in cui è ambientata. La fiction che sperimenta, allora, è libera e allarga gli orizzonti, come il cielo che la narra, e si serve della prosa e della poesia senza porre confini tra i due registri; si fa sensuale nei dettagli, ma anche nostalgica e pregna di dolore, fino a quando un finale oscuro occupa tutto l’orizzonte degli eventi, ma sarà ancora il cielo, rapido, a riconquistarlo.

Su tutto il romanzo soffia il khamsin, «vento venefico» che porta sabbia e confusione, in un’estate, quella narrata, che dura da febbraio a ottobre. Isaac è il primo a comparire, «somiglia un po’ a un superstite, un po’ a un principe» e attraversa una città svilita da muri di cemento che dividono corpi e anime. È il cielo a salutarlo per primo.
Tu non mi senti, ma io sono qui, intorno a te, sopra di te, carico di tutti i miei astri celati dietro il mio azzurro, di tutte le mie nuvole trascorse e a venire, carico di tutto il mio blu.
Gabriel appare più avanti, biondo e assopito, il cielo lo chiama «il Bello che mette voglia di fare del Bene». Entrambi condividono lo stesso destino: «Sono nati in queste terre ostacolate dal cemento e dalla storia, dai carri armati e dal sangue, dalla paura della notte».
Ci vogliono anni affinché Isaac e Gabriel si incontrino e succederà nella complessa Gerusalemme, città in cui Isaac arriva dopo una serie di compromessi, necessari per sopravvivere.
Sia l’uno che l’altro vivono in un paese che non è davvero il loro paese. Vivono incatenati a dei sistemi concepiti per ostacolarli, elaborati per mantenere la loro esistenza a una soglia minima, precludere la crescita e così stroncare sul nascere la possibilità di vivere liberi o innamorati.
Isaac e Gabriel, nel territorio narrativo che Kattan concede alla sua terra d’origine, sfidano le insensate leggi vigenti e non solo si innamorano, cosa che s’è già detta inevitabile, ma tessono fra loro fili di connessione invisibili; insieme, come un unico organismo, prendono la decisione di viaggiare fino a raggiungere un villaggio misterioso, ai confini di Betlemme, nelle Piscine di Salomone. Fa capolino nella vicenda anche un diplomatico britannico, Sebastian Wargrave, personaggio volutamente opaco e ambiguo che attraversa, come una cometa, il cielo che narra e lo abbandona senza lasciare segno significativo se non tracce della sua stessa ignavia.

Il viaggio di Isaac e Gabriel inizia alla fine dell’estate, attraversa la prima fase dell’amore, quando appare eterno e necessario, ed è quando il khamsin si placa che viene consegnato, a loro e a chi legge, un finale inevitabile perché è a questo che la contemporaneità ci abitua, ad annusare il male anche nelle storie d’amore. Ma nonostante tutto Kattan riesce ancora a dare un terreno fertile alla sua narrativa ed è per questo che certe storie sulla Palestina si devono leggere ancora: per la poesia, la storia e l’umanità che contengono, anche quando quest’ultima è violentata dalle azioni degli uomini.