Quando i personaggi saltano fuori dai libri

Cosa succederebbe se un giorno vi capitasse di incontrare il fantasma di Catherine Earnshaw, o il vecchio Santiago al mare, o Raskolnikov in persona alla cassa del supermercato? Naturalmente si fa per dire, non abbiamo incontrato nessuno dei tre. Ma è proprio da qui che nasce questo omaggio ai personaggi dei classici e dei libri. Facciamo un tuffo per esplorare alcuni indimenticabili tra i personaggi di cui abbiamo o avete letto, e raccogliamo una serie di incontri e scontri più o meno ravvicinati, derive inedite e blasfeme messe a soqquadro. In attesa del tempo in cui incontreremo qualcosa che somiglia a qualcuno di cui abbiamo letto – ma non proprio, auguriamo buona esplorazione.

Con Pereira a Lisbona

Dusty: Well some men don’t and some men do
Some men don’t and you know who
Doris: You can have Pereira
Dusty: What about Pereira?
T.S.Eliot

Sostiene Pereira di averla conosciuta solo un mese fa, ma potrebbe sbagliarsi. La città scintillava sotto la sua finestra quando nella redazione del Lisboa il telefono prese a squillare. La donna si scusò del ritardo, e propose a Pereira di incontrarsi in Praça da Alegria per le sette. Sulle cime degli alberi soffiava la brezza atlantica, c’era un azzurro, un azzurro mai visto sostiene Pereira. Lungo le strade deserte Pereira pensava alla morte e a una frase, letta chissà quanto tempo prima in una rivista di avanguardia cattolica. Quando arrivò in Praça da Alegria la riconobbe dall’accento italiano. Ordinava una limonata e una birra, incrociò il suo sguardo confuso e lo invitò a raggiungerla al tavolo del bar. Pereira sostiene che l’italiana conoscesse già la fibra stanca del suo cuore e il passo pesante, che sapesse tutto delle sue diete e dei suoi Io in continuo movimento e sostituzione. Ne lodò la direzione della pagina culturale, che definì rivoluzionaria. In particolare aveva apprezzato alcuni necrologi, a firma Monteiro Rossi. Sostiene Pereira che fu colpito dalle parole della donna, ma non ritiene di doverne spiegare il motivo. Era un ragazzo allegro, che amava la vita e che invece era stato chiamato a scrivere sulla morte, compito al quale non si era sottratto, disse Pereira. La donna aveva gli occhi lucidi. Monteiro Rossi ha scritto testi sui grandi scrittori del Novecento, come Majakowskji, Marinetti, D’Annunzio, Garcìa Lorca. I suoi articoli non sono stati ancora pubblicati, ma forse lo saranno un giorno, aggiunse, come recitando a memoria. Sostiene Pereira che l’italiana aspettava quel momento da un tempo non lontano né vicino, da un luogo che esiste come esistono i viali della sonnolenta Lisbona descritta in un romanzo bellissimo, o che allo stesso modo, non esiste. Lo abbracciò, e prima che la polizia la strappasse via dalla quiete di quella conversazione per aver violato le regole del distanziamento sociale, Pereira sostiene gli domandò di sua moglie.

Simona Ciniglio


Con Horacio Oliveira a Buenos Aires

Furono le grida ad attirarci. O, meglio ancora, a far frenare improvvisamente Florencio. Io gli sedevo accanto nella volante, ero nella capitale da pochissimo. Mi ero arruolato solo poche settimane prima. Non avevo nemmeno vent’anni, ma a quel tempo gli uomini non erano ancora tanti e quella sera ero per la prima volta in servizio a pattugliare le strade. «Jorge, vengono dal manicomio» – disse Florencio. «Be’, mi sembra normale, allora» – gli risposi. «Non a quest’ora, pacuso, di notte li sedano. Andiamo a dare un’occhiata». Quando scendemmo dall’auto, sentii pesante l’oppressione di tutta quell’aria densa, calda, gravida di umidità della mia prima estate porteña. Spingemmo il cancello, solo accostato e arrugginito; Florencio disse qualcosa sui nuovi proprietari e su un circo ma ci capii quasi nulla. Pensavo, invece, a come quello strano ingresso col soffitto basso che doveva portare di sicuro al cortile – ormai le grida erano terminate per lasciare spazio solo a un mormorio diffuso – fosse identico a quello in cui abitava Marta al paese, dove tante altre notti – così diverse da questa – mi ero avventurato per raggiungerla nella sua camera, lì dove passavamo le ore a stringerci e a immaginarci un futuro. A Buenos Aires ci ero arrivato scappando da lei, dai suoi occhi che mi seguivano come un assassino ogni notte che avrebbe seguito quella in cui mi aveva lasciato.

Non so cosa vidi per primo: se un gioco della campana disegnato sul selciato o, alzando lo sguardo come facevano tutti, quell’uomo bellissimo, magro che se ne stava seduto penzoloni sul davanzale di una finestra. Fissava un punto in basso, nel vuoto, mentre persone che nemmeno ascoltavo lo chiamavano per nome – Horacio. Fissavo anch’io solo quel punto, insieme a lui, e vedevo Marta, immaginando lei bambina, che provava a lanciare una pietra e a saltare. A tutto quello che non avevo saputo e mai avrei conosciuto. Alzai lo sguardo un solo istante, non riuscii a incrociare quello dell’uomo ma un pensiero si coagulò nella mente: che entrambi quella notte avevamo visto un fantasma. Mi girò la testa, mi appoggiai al muro e iniziai a vomitare.

Fabio Mastroserio


Con Seymour Glass al pianoforte

L’uomo indossava una tristezza disinvolta e un completo blu.
Vestiva la prima come una camicia di forza che ormai aveva preso le sue forme. Il secondo come un mare in cui fosse stato costretto a galleggiare. Suonava il piano al centro della sala belvedere dell’hotel. Io ero al bar, ubriaco e assonnato. Pensai fosse il caso di tornare in stanza, quando l’uomo prese a pigiare sui tasti una canzone che conoscevo ma che non ricordavo. Stetti a fissarlo, le lacrime spingevano, e quando ebbe finito mi ci parai davanti.
Mi complimentai. Lui rise. Io m’imbarazzai.
-Che fa nella vita?- chiesi -È un musicista?-
-Sono un veterano.- rispose.
-Intendevo qual è il suo impiego adesso. Voglio dire, le fa onore e via dicendo, ma mi chiedevo cosa fa ora che la guerra è finita.-
L’uomo esibì un’altra risata. Io mi vergognai molto.
-È finita davvero? Be’, è comunque quel che faccio ora.-
Annuii.
-S’interessa di musica?-
-Cerco un pianista per il mio ristorante, e lei è bravo.-
L’uomo rise ancora. Io fui assalito da un nuovo senso di disagio.
C’era qualcosa nel suo modo di ridere. Forse era il suono, gutturale e basso. Forse il modo di mostrare i denti, come in un ghigno. Mi faceva sentire scomodo, pareva che in realtà stesse piangendo.
-Le andrebbe?-
-Di suonare al suo ristorante?-
Feci sì con la testa.
L’uomo mi piazzò gli occhi al centro della fronte. Mi sembrò che con lo sguardo fosse capace di rovistarmi dentro, e d’istinto mi voltai.
-Potremmo parlarne meglio domani.- tentai; ero sbronzo, ecco perché.
-Andrò a pesca,- disse -sarà un giorno ideale per i pescibanana.-
Avrei voluto chiedergli cosa fossero, questi pescibanana, ma mi sentii dire altro -Mi scusi. Non volevo disturbarla. Nè pressarla. Io…- e mi fermai.
L’uomo aveva ripreso a suonare.

Mattia Insolia


A passeggio con Léa de Lonval

La collana di perle, il sarcasmo, gli oli profumati da frizionare sulla pelle ancora elastica, quel vizio di nascondere il dolore dietro una battuta. Forte, implacabile, organizzata: una specie di soldatessa che protegge la ragazzina che è nascosta in lei, la stessa che ha giocato fuori e dentro una camera da letto con Chéri, lo scapolo d’oro, il guappo dell’alta società promesso a nessuna, ma non per questo esentato da un matrimonio di convenienza. Doveva solo educarlo, insegnargli le buone maniere, il rispetto per le donne e invece ha stretto con lui una relazione amorosa chiacchieratissima. Se potessi, farei una passeggiata con Léonie Vallon, detta Léa de Lonval, la cortigiana spudorata immortalata da Colette in Chéri (Adelphi editore, traduzione di Giulia Arborio Mella). La conosciamo quando le sue frequentazioni con uomini ricchi e influenti sono già leggenda. Vive una stagione della sua esistenza che assomiglia all’estate. Il corpo cede appena, alla magnificenza seguirà la sufficienza e per quanto questo la faccia soffrire, prova a non darvi peso. Con Chéri vive un rapporto a termine ma è una consapevolezza taciuta, fino al giorno dell’annuncio delle nozze di lui. La separazione tra i due non è imminente, poi l’assenza di Chéri diventa una bestia insaziabile. Léa fa del suo meglio per riprendersi: parte e prova a sorridere ancora, anche se il lieto fine non è previsto. È un personaggio che fa discutere, in combutta con l’ambiente che ha scelto per vivere e alle prese con un sentimento nato per distrazione e che non rinnega. Leggera ma non banale, raffinata ma non frivola, profonda. Unica.

Marina Bisogno


A cena con Medea

Quando arrivai a casa di Medea erano le otto precise. Suonai il campanello e subito un messo venne ad aprirmi e mi fece entrare nella lussureggiante villa. Ricordai che dall’ultima volta in cui ci misi piede, quando suo padre era ancora vivo, non era cambiato molto, nonostante fossero passati tanti anni. A dire il vero erano passati parecchi anni anche dall’ultima volta in cui vidi Medea: io dal molo la salutavo agitando il caratteristico fazzoletto bianco, mentre lei prendeva il largo sulla famosa nave Argo. Da quel momento non ebbi più notizie sul suo conto, fino a quando la settimana prima non mi arrivò un sorprendente invito a cena.

Risalii il viale cinto da alti cipressi e d’un tratto eccola che appariva, bellissima e altera, da sotto il pergolato. Brillava dentro al peplo bianco fermato sulla spalla da una fibula d’oro. Dietro di lei si spandeva una tavola apparecchiata per due, su cui non mancavano formaggi pregiatissimi di capra e vino dolciastro del mar Nero. Lei sembrò felicissima di vedermi, anche se quando poi si mise a raccontare della sua vita a Corinto un’ombra le calò sul viso offuscandole il sorriso. Mi spiegò che il matrimonio non aveva avuto successo, e che dopo avergli regalato due splendidi figli Giasone l’aveva abbandonata per un’altra più giovane. Diceva che con gli uomini non era mai stata fortunata ma che nei due piccoli aveva trovato un grande sollievo al dolore.

Continuammo a parlare per un’ora abbondante senza che dei tanto decantati figli ci fosse l’ombra, intanto la fame iniziava a stringermi lo stomaco già provato dai copiosi calici di vino bevuti nell’attesa del pasto principale. Dalle cucine, intanto, proveniva un invitante profumo come di grigliata, e questo acuì ancora di più il mio appetito. Le chiesi dove fossero i figli, che ero curioso di conoscerli, d’altronde per loro sarei stato una sorta di zio. Mi disse che non erano ancora pronti, di avere pazienza un altro pochino perché mi sarebbero piaciuti senz’altro. Ormai eravamo entrambi alla soglia dell’ubriachezza quando la portata madre fece il suo suntuoso ingresso: quattro cosciotti ben pasciuti coricati su di un letto di fichi e uva fumavano invitanti sul vassoio argentato. Mangiai con una voracità inusuale per i miei standard, e mi complimentai varie volte per quanto incredibilmente fosse tenera e saporita la carne. Lei era felicissima che la cena mi fosse piaciuta così tanto, mi disse che ne era sicura, era la sua specialità. Proprio in quel momento dalla porta della cucina sbucarono fuori due piccoli frugoletti dai capelli ricci e biondi. Lei si alzò e con gioia mi presentò ai due piccolini, intimiditi dalla mia presenza, dicendo “Bambini, venite, presentatevi: questo è un vecchio amico della mamma”.

Paolo Bergamaschi


A San Pietroburgo con Voland

Capita a tutti di scambiare qualche parola con degli sconosciuti. Il più delle volte questi discorsi ci scivolano addosso e ce ne dimentichiamo presto. Di rado questi incontri risultano memorabili. L’ultima volta che si verificò un incontro simile, fu nel maggio del 2008. Mi trovavo nel Giardino d’Estate a San Pietroburgo e stavo lavorando al mio primo romanzo. Occupai una panchina all’ombra dei tigli e realizzai che nel parco non c’era anima viva, fatta eccezione per un uomo anziano che, chino sul bastone da passeggio, si era fatto strada fino a raggiungermi.
– Le dispiace? -, mi chiese con accento straniero.
– No, prego, si figuri. Anzi, forse potrebbe darmi una mano. Sto lavorando al mio primo romanzo. Si tratta di una riflessione sulla Russia contemporanea, sul passaggio da una società atea a una sempre più religiosamente ortodossa.
– Ah, come è interessante! Vede, l’ultima volta che mi sono recato in Russia fu molto tempo addietro, allora si pensava che l’uomo fosse il solo responsabile dell’ordine terrestre; questo dopo un periodo storico in cui si riteneva che il potere fosse elargito direttamente da Dio. Ora i preti si sono sostituiti ai politici, ma come determinino cosa sia bene e cosa sia male resta ancora una zona grigia. Dopo quasi ottant’anni, ho visto il bene e il male mutare più forme, troppe forme. Vede, non riesco più a starci dietro. Preti ortodossi, politici corrotti che ammazzano giornalisti dentro ai loro condomini, oligarchi fuori controllo. Se un tempo mi divertivo a irridere i vizi, ora non ci trovo più gusto. Il male è diventato liquido, è ovunque. E, sa, ormai sono stanco, e disilluso.
– Si fermi un attimo. Dopo ottant’anni? Mi scusi, ma lei chi è?
– Forse sono solo un uomo anziano, che dovrebbe finalmente andarsene in pensione.

L’uomo si rialzò facendo leva sul bastone e se ne andò senza salutare. Mentre lo seguivo con lo sguardo, pensando a quel che mi aveva detto poco prima, vidi che gli si avvicinavano tre figure: un uomo dinoccolato, uno basso e tozzo e, me lo ricordo come fosse ieri, un gatto nero, grande come un uomo, ritto su due zampe.

Sara Deon


Al duello con il Visconte dimezzato

La parte cattiva del Visconte dimezzato mi ha chiesto di fare da giudice al gran duello contro la parte buona del Visconte. Gli ho detto che non era nelle mie corde mettermi a fare il giudice, ma poi mi ha puntato una mezza pistola alla testa e ho accettato. C’eravamo tutti l’indomani all’alba a sbadigliare davanti al grosso albero dimezzato, e c’era pure tanta gente intera – padrini, medici, preti e io. Abbiamo fatto tutti i convenevoli e bevuto tazze di caffè, i duellanti hanno preso le mezze pistole e si sono messi spalla contro spalla – poi abbiamo contato i passi mentre si allontavano saltellando. Ma prima ancora che avessimo finito di contare il Visconte cattivo si è girato, e ha sparato la sua mezza pallottola che si è andata a conficcare sulla spalla del povero Visconte buono, che è caduto stecchito al suolo. « Ma così non è giusto » ho detto al Visconte cattivo in qualità di giudice, e lui ha riso e mi ha puntato ancora la pistola contro, e un medico è corso accanto al Visconte buono che si addolorava a terra ma era sopravvissuto, e un prete ha preso a benedirci tutti. Per cinque giorni siamo rimasti fermi lì, ci spostavamo solo per mangiare e i bisogni, poi un medico ha avuto la splendida idea di acchiappare i due visconti e incollarli, solo che tutti noi avremmo dovuto rinunciare a un pezzo di noi stessi per farne una nuova creatura, un Frankestein di bevitori di caffè, visconti, e anime benedette. Allora ho avuto paura di loro, ho lasciato il dito indice per terra e ho corso fino alla fine del bosco. Poi mi è venuto un sospetto: ma esisterà un dito buono e uno cattivo, e quale gli ho lasciato? E improvvisamente l’altro indice mi si è puntato addosso.

Giovanna Taverni

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