Rough and Rowdy Ways | Il Cuore di Tenebra di Bob Dylan

Today, tomorrow, and yesterday, too / The flowers are dyin’ like all things do

Era il 25 agosto del 1997, Time Out Of Mind, prodotto da Daniel Lanois, avrebbe visto la luce il 30 settembre dello stesso anno. In quel giorno di fine estate, il capolavoro del Dylan degli anni novanta veniva anticipato dalla pubblicazione del primo singolo, Not Dark Yet. Dylan, classe 1941, aveva appena cinquantasei anni, eppure consegnava al mondo una delle canzoni più struggenti, delicate e autentiche sul passare degli anni e sull’inesorabile avvicinamento alla fine della propria vita. It’s not dark yet / But it’s getting there resta uno dei versi più belli mai scritti sul momento del crepuscolo. A distanza di ventitré anni, e sulla soglia degli ottanta, Bob Dylan regala al mondo intero un disco di una profondità per certi aspetti inconcepibile in questi anni frettolosi e superficiali.

Twas a dark day in Dallas, November ’63 / A day that will live on in infamy

È cominciato tutto nella notte tra il 27 e il 28 marzo di quest’anno, quando – come in una favola – allo scoccare della mezzanotte, Dylan ha pubblicato sul suo canale youtube, Murder Most Foul, lunga ben 16 minuti e 56 secondi e un fermo immagine con il volto di John Fitzgerald Kennedy. Al risveglio quella mattina, Murder Most Foul – quasi uno spoken word sorretto da un arrangiamento intimo e mai invadente che qui e lì lascia salire le note del piano, come quelle di un violino distratto – sembrò essere un lungo abbraccio nei giorni terribili della pandemia, chiusi in casa, con la paura del futuro, di una vita trasformata, della solitudine, aggrediti come si era – non dovremo mai dimenticarlo – tanto da una violenza di notizie come dall’assenza fragorosissima di voci che sapessero alzarsi a consolare, a indicare una strada, una via, un modo di guardarsi dentro.

Murder Most Foul faceva tutto questo con un’eleganza, un ingresso in punta di piedi, un calore necessario fatto di parole, di ricordi, di infinite citazioni e riferimenti, di una voce rilassata e calda come non si ascoltava da anni.

Greetings to my fans and followers with gratitude for all your support and loyalty across the years. This is an unreleased song we recorded a while back that you might find interesting. Stay safe, stay observant and may God be with you.

A un passo dal dover annullare per la prima volta il suo Neverending Tour, quella canzone lunghissima – registrata chissà quando – sembrava solo un regalo nell’ora più buia della paura. Si sarebbe presto trasformata non solo nella prima canzone di Mr. Zimmerman a raggiungere la posizione numero uno su Billboard ma, soprattutto, nel primo singolo del suo 39° album di studio. Un brano dal valore così importante da occupare – da solo e in maniera evidentemente simbolica – il secondo disco.

Rough and Rowdy Days, primo album d’inediti dal 2012 di Tempest, raccoglie dieci canzoni per un totale di settanta minuti. Il titolo richiama con buone probabilità una canzone di Jimmie Rodgers, cantante afroamericano a cavallo tra blues, country e folk dei primi anni del novecento. Nello spazio di questi otto anni Dylan ha pubblicato due album – il secondo addirittura triplo – di standard americani, di quel movimento legato a Tin Pan Alley che avrebbe trovato in Frank Sinatra il suo esponente di maggior spicco e talento. Quei dischi avevano fatto storcere il naso a molti, soprattutto a quelli incapaci di intravedere la filigrana che si nasconde da decenni dietro uno dei percorsi artistici più straordinari e ineffabili della musica del novecento. Filigrana che molto deve a una ricerca personale e profonda nelle pieghe della musica e della cultura americana. Ad ascoltare oggi Rough and Rowdy Days sembra che il lavoro sui grandi standard della musica pop americana rappresentasse quasi uno studio preparatorio che dovesse condurre a questo disco, all’approdo – che in molti immaginano testamentario, almeno per quanto riguarda un disco di inediti – di una voce che, almeno negli ultimi trent’anni, non è mai stata così bella, misurata, calda e ruvida a un tempo. Che l’immersione in quell’universo sonoro fosse come un vestito solo imbastito prima del taglio sartoriale di un disco per molti aspetti semplicemente perfetto.

Ad ascoltare Rough and Rowdy Days si deve stare molto attenti a non cadere nella trappola che verso Dylan scatta frequentemente con ingenua facilità, quella dell’ossessione per i testi, naturalmente resa ancora più forte dal conferimento nel 2016 del Premio Nobel per la letteratura. E sia detto di un lavoro dove i testi sono davvero bellissimi ed estremamente curati, ricchi come sono di citazioni, d’immagini, di riflessioni sulla vita e sulla morte e sul filo sottilissimo che le unisce: il tempo.

Ma allo stesso modo preme sottolineare che la grandezza di Dylan, quel suo essere più che un poeta, un artista del trapezio, sta nella sua voce nel preciso istante in cui canta. Nel rischio costante che prende, di affidare la potenza delle liriche a quel modo di cantare, di spostare metrica e accenti, nelle coloriture, nelle sfumature che rendono la scrittura una materia viva capace di veicolare, di trasferire sensazioni, intenzioni, emozioni.

Rough and Rowdy Days è un disco che suona fin dal primo ascolto come un istant classic, che guarda e fa proprio un universo sonoro tanto intramontabile quanto attuale e che punta, sì, tre brani sui tempi tipici del blues – False Prophet, Goodbye Jimmy Reed e Crossing the Rubicon – ma che in tutte le altre ampie zone della sua tavolozza musicale si affida a ben altre tinte.

Can see the history of the whole human race / It’s all right there, it’s carved into your face / Should I break it all down? Should I fall on my knees? / Is there light at the end of the tunnel, can you tell me please?

Dal passo più lento e riflessivo – che cita apertamente la Barcarolle di Offenbach – della romanticissima I’ve Made Up My Mind to Give Myself to You, al jazz quasi manouche, qui e là sporcato da inquietudini lynchane di My own version of you, arricchita da un’ironia caustica che, partendo dal romanzo più famoso di Mary Shelley, dà il la a un tempo in tre quarti che è difficile dimenticare.

I’m falling in love with Calliope / She don’t belong to anyone, why not give her to me? / She’s speaking to me, speaking with her eyes / I’ve grown so tired of chasing lies / Mother of Muses, wherever you are / I’ve already outlived my life by far

Dalla carezza dolcissima di Mother of Muses, invocazione di un vecchio aedo alla fine dei suoi giorni che riflette sui destini del mondo e sul proprio percorso prima di affidarsi all’ultimo abbraccio – Wake me, shake me, free me from sin / Make me invisible, like the wind / Got a mind that ramble, got a mind that roam / I’m travelin’ light and I’m a-slow coming home – a quella di I Contain Moltitudes che appare quasi come una dichiarazione d’intenti sospesa tra i ricordi, capace di tenere insieme nello stesso verso Anna Frank, Indiana Jones e i Rolling Stones e che, sul finale, ricuce il discorso interrotto con Not Dark Yet con un altro verso che si fa memorabile: I sleep with life and death in the same bed.

Ma, più degli altri, sono due i brani – oltre naturalmente all’epica intimista di Murder Most Foul – che marcano la cifra di questo lavoro così vespertino: Black Rider e Key West.

Black rider, black rider, tell me when, tell me how / If there ever was a time, then let it be now / Let me go through, open the door / My soul is distressed, my mind is at war

Posta idealmente al centro del primo disco con i suoi arpeggi di chitarra e una voce dal timbro smokey che sembra venir fuori da un vecchio jazz club, Black Rider è uno dei brani più belli e oscuri del disco. Un mistero – a tratti angosciante per la cupezza del testo, l’arrangiamento scarno e l’atmosfera che qui porta a compimento la tristezza malinconica che in modi diversi attraversa tutti i brani – che la mette in una linea ereditaria che parte da All Along the Watchtower passando per Man in the Long Black Coat (contenuta in quell’Oh Mercy che fu il grande disco di anni ottanta altrimenti complicati). In quell’impresa spesso priva di conferme che è l’esegesi dei testi dylaniani, non appare però difficile avvertire il senso di minaccia che emerge dal brano, quel sentore di morte, di sconfitta, di resa dei conti, di estrema stanchezza.

C’è il dato anagrafico, certo, come il periodo storico – anche se non sappiamo quando le canzoni sono state composte – c’è, ancora di più, l’intervista al New York Times; da tutto sembra quasi emergere un quadro di quieta apocalisse in cui Dylan insiste ancora con convinzione su alcuni temi a lui cari, come il peccato originale della schiavitù americana – non a caso il disco è stato pubblicato il 19 giugno, giorno di Juneteenth, la celebrazione della fine della schiavitù in America – e una visione fortemente ancorata ai testi biblici come quel verso che mette i brividi da Murder Most FoulThe day that they killed him, someone said to me, “Son, The age of the Antichrist has just only begun” – in cui l’ombra dell’omicidio Kennedy e la storia dei conflitti sociali, politici e, soprattutto, culturali degli Stati Uniti si allunga fino al preoccupante e complesso presente quotidiano.

Altrove ci sono strade che tengono in piedi una ridda di riferimenti, ricordi, curve della memoria. Ci sono i poeti della beat generation – I was born on the wrong side of the railroad track / Like Ginnsberg, Corso and Kerouac – gli amati Shakespeare, William Blake, Walt Whitman ed Edgar Allan Poe. I Beatles e gli Stones, gli Who e Bowie, l’Aquarian Age di Hair e Don Henley degli Eagles. Al Pacino, Marlon Brando e Les Infants du Paradis.

In quest’amarcord, lo sguardo di Dylan non è distaccato, affatto – si pensi all’energia di False Prophet in cui la voce si fa rochissima e abrasiva – ma sembra partire dal particolare per alzarsi in volo rispetto alle miserie delle questioni umane, con un cambio di prospettiva che lo tiene lontano dalla minuzia delle cose terrene perché completamente immerso dentro a un proprio inaccessibile tempo.

È proprio questo che fa di Rough and Rowdy Days un disco davvero importante, in grado – com’è – di dire qualcosa in più a ogni ascolto: Dylan sembra parlarci coi suoi testi certo ma, come dicevamo, ancora di più con certe intonazioni della voce; quell’incredibile mappa scritta con inchiostro simpatico che da sessant’anni racconta la sua verità dentro a un’incredibile varietà di maschere. Ecco allora che Murder Most Foul non appare più come uno sguardo sul passato che prova a ricucire lo strappo di una presunta perdita dell’innocenza americana – Dylan sa fin troppo bene che l’America nasce colpevole – ma una riflessione che, scavando non nel passato, si badi bene, ma nella costruzione della sua memoria, ci dice molto più su noi stessi oggi e sulle ragioni di un fallimento umano ormai sotto gli occhi di tutti.

Ecco che oggi, l’ottantenne che da ragazzo si vide quasi costretto a strapparsi di dosso l’etichetta di menestrello, di voce, di profeta di una generazione, si mostra nelle sue vesti probabilmente più originali e autentiche, quelle non di profeta ma di oracolo. Dylan ha disseminato lungo il corso della sua carriera – e in maniera ancora più evidente in questo disco indizi, segni, parole scritte sui fogli (lo fa davvero, le centinaia di pizzini che raccoglie nella sua “the box” e che rilegge solo quando ha pronta una melodia) che da sempre è abile a mescolare come un travelling medicine man, offrendo a se stesso e al suo pubblico una verità che certamente esiste ed è reale nel momento in cui è pronunciata e pure ci è resa impenetrabile dalla nostra incapacità di uomini di saperne ricavare un senso.

Uno scorcio dell’isola di Key West

L’altro momento bello e importante dell’intero lavoro e che si colloca alla fine del primo disco, in fondo vera conclusione di questo album con Murder Most Foul in qualche modo esiliata – sola, a parte come a segnalarne l’eccezionalità, certo, ma anche l’unicità che la rende lontana dalle altre canzoni – è rappresentato da Key West (Philospher Pirate), che richiama nell’andatura il languore di una Most of the Time – qui arricchita dalla presenza dell’accordion – dove l’isola della Florida, amata da Ernest Hemingway, appare quasi come un sogno di armonia malickiano, più che un luogo reale una speranza tangibile e onirica al medesimo tempo, un sogno ad occhi aperti nel tempo e nei ricordi, la proiezione di un desiderio di tranquillità, una sosta del tempo, un pausilypon, un riposo dal dolore, un navigare lento lungo il fiume del tempo, lungo momenti di calma, dentro una calma di vento.

Di tutte le cose bisogna guardare come andranno a finire: ché molti il dio, dopo aver lasciato loro intravedere la felicità, li ha poi abbattuti fin dalle fondamenta.

Erodoto, Storie, I, 32

Dylan sembra dirci con Erodoto che ogni vita non è davvero felice fino a che non è finita e come, ancora una volta, tutto ciò che ci è dato comprendere è nella dimensione del viaggio e del tempo. Ed è così che ci piace chiudere gli occhi sulle ultime note del disco. Come un viaggio a ritroso nel tempo che tiene unite tutte le tappe, i percorsi, i momenti: il cantastorie del Greenwich Village e il divertito crooner che gioca a fare Sinatra, il cristiano rinato sull’entusiasmo del Gospel e l’iconoclasta elettrico degli anni sessanta, il cowboy col viso dipinto di biacca degli anni settanta e l’oscuro cantore di Oh Mercy. Tutte le sue moltitudini.

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