“io non volevo essere bella, io volevo essere amata”
Molti anni fa sono salito su un treno che mi portava in un’altra città a firmare un contratto, il primo, di lavoro. Mi sembrava il primo giorno della mia nuova vita, lungo il tragitto ho letto un libro di Sandro Veronesi che sarebbe poi diventato un film con Nanni Moretti, sul retro della copertina era citata una frase che diceva più o meno: la gente pensa a noi infinitamente meno di quello che crediamo. Ho ripensato a questa frase quando il libro di Silvia Pelizzari volgeva alle battute finali. Quello dell’autrice, è stato un viaggio a ritroso nei luoghi e nella memoria, che non le ha risparmiato dolori e sorprese. L’ultima volta che sono stata lei, edito da Fandango, segna l’esordio narrativo di Silvia Pelizzari. Il suo libro è una sorta di memoir che ripercorre la storia personale segnata da alcune sliding doors che nell’adolescenza hanno modificato (quasi) per sempre il suo modo di rapportarsi al mondo esterno, alle relazioni amicali e a quelle amorose.
“Ero l’archeologa di me stessa, toglievo la polvere che il tempo e qualcun altro mi avevano gettato addosso svelando cosa c’era sotto…”
Ho pensato all’effetto valanga, quando un piccolo pezzo di neve si stacca da tutto il resto e comincia a rotolare e nel suo rotolare diventa sempre più grande fino a generare effetti irreparabili. Così è per l’autrice durante le scuole superiori, un malinteso, una coincidenza, sedersi su una sedia invece che sull’altra, cercare riparo dal sole in una piscina vicino a una persona anziché da sola. Tutte situazioni che in un ambiente piccolo come può essere un qualsiasi paese di provincia come quello da cui proviene l’autrice, possono diventare una gabbia e una condanna, quantomeno dal punto di vista ridotto sul mondo che può avere un’adolescente negli anni della pubertà. Questo viaggio nei luoghi e nella memoria consente all’autrice di portarci anche dentro una vasta bibliografia fatta di saggi e di narrativa che hanno segnato la formazione di Silvia. Ho scoperto l’autrice che all’epoca aveva un nome diverso (ma questa è un’altra storia) col suo podcast Tiresia, e leggendo questo libro ho intravisto probabilmente alcune scintille che ne hanno generato la nascita.
“continuavo a muovermi pensando che niente era definitivo perché fermarmi significava ammettere di essere pronta a vivere davvero…”
Ne cantava Guccini, in Piccola Città, di quanto possa essere spietato un posto da cui cerchi di fuggire per tutta la vita salvo poi inevitabilmente ritornarci, così Salò, città natale della nostra protagonista diviene alfa e omega di questo racconto. Uno spaccato di quello che tutti hanno provato durante l’adolescenza, specialmente chi con Silvia ha condiviso la formazione negli anni 90, l’epoca che ha preceduto la rivoluzione dell’iperconnessione social, quella in cui i telefoni cellulari esistevano ma erano talmente grandi e primitivi che la comunicazione avveniva ancora per la quasi totalità in presenza. Al contempo però la vita era fatta per l’altra metà di assenza, e in questa assenza la mente rimestava negli eventi che ci accadevano. Proprio questo rimuginare nella nostra testa generava, come nel caso della storia di Silvia, mostri sempre più grandi, zone d’ombra sempre più profonde.

L’ultima volta che sono stata lei, in un ulteriore livello di lettura, è un piccolo saggio sulla potenza della scrittura. La stessa autrice ha scritto che non crede nel potere catartico dello scrivere, bensì nella sua capacità di porre domande scomode. Si scrive per illuminare quelle zone d’ombra, per provare a colpire quei mostri che sembrano granitici e che spesso poi si rivelano statue di sale. Il percorso però non è mai lineare, né corrisponde a quello che ci eravamo programmati noi che ci poniamo di fronte a una pagina bianca in una libreria di Parigi o in un bar di New York, la storia si attorciglia mille volte per dipanarsi quando meno ce lo aspettiamo, tipo nel giorno di un funerale subito dopo aver fatto la piega dal parrucchiere.
“…esiste mai nella vita di qualcuno un punto, slegato dal tempo, privo di memoria, un punto in cui la scelta è più della somma di tutte le scelte compiute prima?”
Si scrive per restare vivi, per trovare tracce di noi all’interno di eventi che pensavamo lontanissimi dalla nostra esperienza, allo stesso modo si trovano parti di noi nei libri degli altri (ogni dolore è solo nostro e ogni dolore è già stato vissuto), e Silvia Pelizzari trova molti pezzi di sé stessa nelle voci di Joan Didion, Annie Ernaux, James Baldwin e altri che la guidano nello scandagliare la sua memoria aiutandola a decodificare i suoi meccanismi misteriosi. In latino il verbo ricordare significava “riportare al cuore” come leggiamo in questo libro, e allora l’autrice si chiede quando abbiamo smesso di tenere insieme la memoria coi sentimenti, un modo diverso di porsi in ascolto dei propri ricordi, quelli che teniamo presenti e quelli che abbiamo (in)volontariamente cancellato. Il centro del libro è proprio in questo percorso che cambia il punto di vista, basta un passo di lato per vedere (anche) la propria vita in modo completamente diverso.