L’anno che ci ha accompagnato, e che credo, o mi auguro, sia sembrato lunghissimo non solo al sottoscritto, si approssima alla fine portando con sé un numero straordinario di anniversari da celebrare, al di là dell’essersi presentato come anno giubilare e dunque legato da principio alle importanti celebrazioni di questa ricorrenza religiosa a Roma. Limitandoci a quelli più eclatanti in ambito culturale, in primavera abbiamo cominciato festeggiato il centenario della pubblicazione di The Great Gatsby di F. S. Fitzgerald, un romanzo che ha saputo rappresentare un momento di cambiamento importantissimo, che ha segnato il primo quarto del secolo scorso interrogando in più modi anche le esistenze di chi vive cent’anni più tardi. In autunno abbiamo commemorato i cinquant’anni trascorsi dalla sciagurata ricorrenza dell’assassinio di Pier Paolo Pasolini, che ha prodotto un dibattito che si è trascinato fino alle ultime settimane, coinvolgendo personalità di vario schieramento politico e culturale, inclusa una rappresentanza della destra italiana, tutti uniti dal tentativo di appropriarsi di un autore che, di suo, in vita ha sempre cercato di respingere ogni etichetta e affiliazione – ma giusto per chiarire, se c’è un titolo che Pasolini non potrebbe mai e poi ricevere, è quello di fascista.
Al di là di questi due anniversari che mi hanno coinvolto più personalmente, in Italia questo dicembre ricorrono i 650 anni dalla morte di Giovanni Boccaccio, e a proposito di italiani celebri, si è ricordato il trecentesimo compleanno del più famoso donnaiolo della storia, Giacomo Casanova, nato a Venezia il 2 aprile, che ha affidato alle sue memorie il profilo di un personaggio piuttosto singolare. Rimanendo nell’ambito degli scrittori, abbiamo accolto altrettanto degnamente il duecentocinquantesimo anniversario della nascita di Jane Austen, scrittrice inglese che si è rapidamente imposta come punto di riferimento per l’evoluzione della letteratura femminile a livello globale. Al di fuori del contesto strettamente letterario, avrebbe compiuto i cent’anni nel 2025 lo storico Angelo Del Boca, voce fondamentale per la revisione degli studi del colonialismo nel nostro paese. A proposito di centenari, va ricordato quello della fondazione dell’Istituto Giovanni Treccani, che avrebbe portato alla pubblicazione della celeberrima enciclopedia, e a livello globale, non bisogna dimenticare che il 1925 è anche l’anno dell’inizio delle trasmissioni televisive: i primi esperimenti di trasmissione di immagini attraverso onde radio furono completati con successo proprio cento anni fa, in Scozia.
Potrei andare avanti per pagine, forse anche perché il quarto di secolo per sua natura è un momento in cui si identificano svolte epocali e ci si guarda indietro, prima di dirigere lo sguardo verso nuove direzioni, come mi auguro molti si apprestano a fare alla conclusione di questo primo quarto del nuovo secolo. Mi dispiacerebbe tuttavia che passasse inosservato un altro cinquantesimo anniversario di grande spessore – anche direttamente collegato alle celebrazioni per l’introduzione della televisione – che riguarda non una persona, bensì un personaggio, e in qualche modo, la figura che vi è associata nel contesto di un’Italia coinvolta in pieno cambiamento storico-sociale nell’ultimo quarto del Novecento, introdotta appena cinquant’anni dopo l’apparizione del modello del self-made man incarnato dal fascinoso Jay Gatsby negli Stati Uniti: quello presentato nei cinema italiani a marzo 1975, quando è apparso il primo lungometraggio dedicato al ragioner Ugo Fantozzi, intitolato, semplicemente, Fantozzi, adattamento per la regia di Luciano Salce dei due volumi editi nel 1971 e nel 1974 da Paolo Villaggio, che è stato anche autore di soggetto e sceneggiatura, oltre a interpretarne, in qualità di attore, il personaggio principale, diventato rapidamente un’icona della cultura italiana (seppure in modo quasi indipendente dal volere dei più). Proiettandoci dal sogno americano di Gatsby a quello italiano di Fantozzi, simbolo dell’Italietta che si stava borghesizzando tanto criticata da Pasolini – la coincidenza tra la sua morte e l’uscita nei cinema di Fantozzi, pochi mesi prima, appare simbolica – Villaggio ha vestito i panni del pavido impiegato succube dei colleghi e del Megadirettore, schiavizzato e bullizzato nella fantomatica Megaditta, introducendo nella scostumata commedia italiana degli anni Settanta una nuova tipologia di comicità, certamente non più sofisticata, ma più sobria e vicina all’umorismo pirandelliano, che al tempo stesso richiama una risata un po’ indecisa ma anche una certa perplessità nello spettatore, in special modo a chi si è riconosciuto nella medesima categoria di impiegato rappresentata dal ragioniere. Altrettanto indubbia è stata l’apparizione di una figura maschile originale nel contesto della cultura italiana, decisamente agli antipodi rispetto all’estroso stereotipo del donnaiolo consacrato per esempio da Casanova, e che ha descritto il cambiamento di un paese che seguiva a fatica la modernità e la terziarizzazione, uscito giusto da un paio di decenni dalla sua dimensione prevalentemente rurale. Un’Italia, peraltro, di cui assistiamo oggi alla progressiva scomparsa, rappresentata da una categoria ridotta di decennio in decennio attraverso la precarizzazione di questa figura professionale, fino ad annunciarsi come fantasmatica col progredire delle intelligenze artificiali e delle possibili riduzioni nella burocrazia che annuncia. L’impiegato sottomesso e bullizzato Fantozzi, di cui si conserva per puro rispetto di forma il titolo di ragioniere, oggi anche quello svuotato di significato, è rappresentante di un paese che ha concepito il lavoro come un privilegio piuttosto che un diritto, e che oggi è diventato più o meno un mito, certamente non un percorso lavorativo a cui aspirare.

Per chi non avesse familiarità col personaggio (uno non può che augurarsi sempre di agganciare lettori giovani), il ragionier Ugo Fantozzi nasce praticamente come una figura descritta sempre da eccessi, un impiegato tipico animato da un’inesauribile umanità e costantemente sopraffatta dalle immani disgrazie da cui viene investito, a cui reagisce, se vogliamo, con l’aplomb del Bartleby di Herman Melville, senza opporre alcuna resistenza se non in episodi circoscritti che acquisiscono toni epici – come quando brucia la pellicola del celebre film La corazzata Potëmkin del maestro del formalismo russo Sergej M. Ėjzenštejn (1925), amatissimo dal Megadirettore e che viene proiettato ogni anno alla festa aziendale – e che sono seguiti da pene spropositate, quali la crocefissione in sala mensa, al cospetto dei colleghi che mangiano. La mediocrità con la quale è descritto il personaggio si esprime spesso in una rappresentazione dei suoi atteggiamenti più volgari, rappresentate dagli istinti più bassi – rutti, peti, turpiloquio, atteggiamenti osceni – che lo rendono comico e allo stesso tempo tragico, un po’ come lo Stracci che interpreta Cristo e che muore per indigestione in La ricotta di Pasolini. Il critico Riccardo Esposito ha definito il personaggio come l’archetipo dell’italiano medio degli anni settanta, medio-borghese dallo stile di vita semplice, espressione delle ansie e le “perversioni” di un’intera classe lavoratrice, circondato da un gruppo di personaggi-tipo che è stato possibile riscontrare in tutti gli uffici del paese: la collega sfilacciata e seduttrice Silvani, il collega arrivista e presuntuoso Calboni, l’amico Filini che lo coinvolge in imprese strampalate e dall’esito grottesco. Nel film appaiono una serie di elementi tipici di quel contesto, come la Bianchina con cui andare in vacanza, il bus da prendere al volo, e la nuvola che segue l’impiegato quando si allontana dall’ufficio, in una comune persecuzione da parte della sfortuna che ci sembra accomunarci un po’ tutti. Infine, c’è il nucleo familiare che piuttosto che rappresentare il rifugio dalle angherie lavorative è un’ulteriore luogo di supplizi, animato da una moglie compassionevole che tuttavia non lo ama, al massimo “lo stima tantissimo”, e che è spesso maltrattata, e una figlia descritta in termini decisamente poco incoraggianti, residui di un’epoca in cui anche la figura più gretta aveva diritto alle sue rivendicazioni patriarcali, ma che attraverso questa deformazione, pure ne denuncia l’inconsistenza e l’esaurimento.
Non hanno dimenticato Fantozzi Luca Bochicchio e Guido Andrea Pautasso, rispettivamente, docente di Storia dell’arte contemporanea all’Università di Verona e studioso delle avanguardie artistiche e culturali del ’900, che hanno curato per EARTH Foundation FANTOZZI!!! Una mostra pazzesca, visitabile gratuitamente negli spazi espositivi di Grand Tour Italia a Bologna fino al 29 marzo 2026 e interamente dedicata al celebre personaggio letterario e cinematografico. Dedicato prevalentemente al confronto tra cinema e società, l’esposizione presenta una vasta selezione di locandine e manifesti cinematografici d’epoca, riviste, fumetti, libri, brochure, dischi e audiocassette, chiamate a fornire testimonianza di come il personaggio abbia attraversato ridefinito il nostro discorso e l’immaginario di una nazione, restituendo al visitatore la sua forza satirica e la sua attualità. A corredo della mostra, il volume FANTOZZI!!! Un mito italiano si inserisce con una vasta selezione di saggi nel processo di riscoperta di queste pellicole a lungo confinate tra le commedie all’italiana di scarso interesse e spessore del nostro cinema, risvegliando l’interesse di critici di spessore quali Emiliano Morreale e Giacomo Manzoli, che ne evidenziano la capacità di attirare gruppi sociali affamati di nuove forme di intrattenimento e di consumo. Ha scritto in proposito Pasquale Palmieri, commentando la mostra su Doppiozero: “Sono dunque molteplici gli elementi costitutivi che hanno aiutato Fantozzi a diventare un dispositivo simbolico che prova a esprimere le contraddizioni emerse dall’incontro del paese con la modernità. Di fronte agli atteggiamenti signorili delle classi dominanti – ancora aggrappate ad anacronistici titoli nobiliari – i lavoratori prendono coscienza della loro diversità. Siedono a tavola con abiti tanto stretti da causare collassi cardiorespiratori. Non riescono a scegliere le posate giuste per mangiare le prelibatezze che gli vengono servite nelle cene aziendali. Distorcono la lingua usando in maniera errata il congiuntivo. Reclamano il diritto al benessere, rimanendo sempre inchiodati alle posizioni di partenza.”
A dimostrazione del forte impatto del personaggio sull’immaginario italiano, anche quello appartenente alle nuove tipologie di italiani, i contributi dedicati al personaggio – e all’attore che gli ha dato vita – provengono da contesti a volte inattesi. In ambito anglofono, mi piace ricordare l’articolo dedicato a Fantozzi dall’autrice di origine malese Masturah Alatas sul blog Counterpunch nell’anno della morte di Villaggio, “Becoming Italian”: Alatas ha sottolineato la capacità di Fantozzi di incarnare elementi cruciali della cultura nazionale anche dal punto di vista di chi cerca di integrarvisi da una prospettiva culturale totalmente estranea. L’autrice infatti esordisce affermando di essersi sentita pienamente italiana quando ha cominciato a capire la comicità peculiare dei film di Fantozzi, che da sempre le era stata presentata come esclusiva di chi è profondamente immerso nella cultura italiana. Ne trovate una traduzione in italiano, “Come diventare italiani”, sulla mia antologia Voices of Multiple Italy | Voci di una Molteplice Italia, realizzata da Silvia Gigante e Domenica Liuzzi in un laboratorio di traduzione condotto insieme ad Andrea Ciribuco all’Università di Galway, per aggiungere transnazionalità a questo dialogo sull’italianità condotto attraverso questo personaggio dale potenzialità così sottovalutate. Partendo da Fantozzi, infine, Alatas sottolinea anche problemi di rappresentazione di quell’Italia, chiedendosi dove sono gli stranieri e i figli dei residenti non italiani nati e cresciuti in Italia in quel paese che proprio in quel periodo cominciava a diventare anche un paese di destinazione, e che oggi nei film vedremmo lavorare in aziende, ospedali e scuole, parlando un italiano perfetto, senza sbagliare congiuntivi nè condizionali, come è tipico dei personaggi della saga cinematografica. Nel discorso di Alatas, infine, Fantozzi fa parte di un percorso di studio dedicato a varie rappresentazioni culturali italiane nel contesto letterario, cinematografico e televisivo, a partire dal personaggio di Sandokan, il pirata malese con cui Emilio Salgari ha introdotto in Italia il fascino per il Sud-Est asiatico, di cui Alatas ha curato un’interessante introduzione per la nuova edizione dei romanzi di Giunti, nel 2022.
Insomma, la saga fantozziana continua a interrogarci, lasciandoci sospesi fra il riso e l’imbarazzo di fronte a interrogativi a oggi in attesa di una risposta, offrendosi anche alle letture di chi vi ha visto una “ribellione discreta e silenziosa di una società che rimane lontana dai servizi dei telegiornali e dalle prime pagine dei quotidiani, palesando di volta in volta le sue priorità: i telecomandi (posseduti o desiderati, visto che all’epoca erano ancora costosi), le piste da ballo, le domeniche allo stadio, le vacanze al mare”, come scrive Palmieri, riportando il suo caso alla dimensione transnazionale della classe lavorativa sfruttata e vilipesa. Affiancandosi al lavoro di ricostruzione di Bochicchio e Pautasso, la lettura di Alatas ci invita a riscoprire Fantozzi non solo nella sua capacità di incarnare il carattere nazionale del nostro paese, ma anche nella sua capacità di costruire un dialogo con i nuovi italiani, a partire dall’assunto che in chiusura di questo 2025 l’idea di un impiegato schiavizzato a vita dal proprio lavoro possa tornare a essere un sogno italiano, piuttosto che l’incubo che è sembrato a chi è cresciuto nel benessere, ispirato da altre aspirazioni lavorative, come i figli della generazione del ragioniere. O forse, al contrario, siamo già in una prospettiva archeologica e contempliamo Fantozzi come parte di un mondo giustamente tramontato, che ricorda l’importanza di rivendicare i propri diritti e ci invita a provare a ragionare sui principi del benessere nel contesto lavorativo – la famosa wellness – che ispirano le aziende in altri paesi.
In un modo o in un altro, con Fantozzi ci auguriamo di salutare un anno segnato, forse, più da dolori che gioie, e ci congediamo con l’augurio di un 2026 che vada ben oltre le sinistre previsioni “fantozziane” con cui l’ha già annunciato la nostra Premier. Da un altro punto di vista, in questo momento che sembra incoraggiare la disumanizzazione, forse Fantozzi ci mette anche genuinamente di fronte al bisogno di ricordare la capacità di questo personaggio di rispondere a tutte le angherie subite con un timido “Com’è umano lei”. Arrivederci al 2026.