Bisogna parlare di Charlie Hebdo quando si ha a che fare con Sottomissione di Michel Houellebecq? Forse. E forse bisognerebbe parlare di Islam, Isis, Occidente, politica, immigrazione e Front National. Ma alla fine siamo qui per parlare di letteratura, e di quello parleremo.
”Al pari della letteratura, la musica può determinare uno sconvolgimento, un ribaltamento emotivo, una tristezza o un’estasi assolute; al pari della letteratura, la pittura può generare uno stupore, uno sguardo nuovo posato sul mondo. Ma solo la letteratura può dare la sensazione di contatto con un’altra mente umana, con l’integralità di tale mente, le sue debolezze e le sue grandezze, i suoi limiti, le sue meschinità, le sue idee fisse, le sue convinzioni; con tutto ciò che la turba, la interessa, la eccita, la ripugna. ”
Dopo aver letto I paradisi artificiali Flaubert scrive a Baudelaire entusiasta, però ha una critica per quel vizio tutto maledetto del poeta di concentrarsi troppo sullo ”spirito del male”: biasimare gli eccessi dell’hashish faceva il gioco del cattolicesimo. Eppure com’era bello nell’Ottocento poter leggere un poeta che cantava come Charles Baudelaire, lo stupore che involgariva l’animo di ogni cattolico militante, il cantore degli ubriachi, delle prostitute, dei diseredati, degli artisti, del sesso e del corpo, di pagani e assassini, l’amante del vino e delle isole greche di ragazze che s’istruiscono da sole all’amore, il fumatore d’oppio che traduceva De Quincey per la lingua francese, mentre se ne andava ciondolando nella noia dello spleen di tutti i giorni. Per le anime che amano certa poesia la religione che non può che sembrare una gabbia, ”un’oasi d’orrore in un deserto di noia”. E l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, Sottomissione, va diritto al cuore della questione della conversione religiosa. Che si sia usato l’Islam come pretesto, piuttosto che il cattolicesimo, è un puro tiro di dadi della storia. Non fa altro che ripetercelo per tutto il libro Houellebecq, cattolici e musulmani vogliono le stesse cose, vanno nella stessa direzione, solo che al momento una fede si è indebolita, l’altra ha uno scatto d’orgoglio e non cede il passo al suo tempo.
Tutto quello che mi ha sempre provocato una sorta di rifiuto per la religione cattolica non andrò a cercarlo dentro l’esotismo di un’altra religione. Credo che il messaggio di Houellebecq sia questo: le religioni monoteiste si somigliano a loro modo, l’uomo umanista e liberale è un debole a confronto, l’ateo non può reggere, e chi è che non è pronto a convertirsi di fronte alla meraviglia di guardare il mondo pensando che sia tutto merito di un dio creatore? In questo l’intreccio narrativo con la conversione dello scrittore francese Huysmans è il delitto perfetto dell’intero romanzo. Che all’interno del libro si trovino spunti sull’opera e la vita di Huysmans non è un punto debole, ma un ottimo spunto per raccontare la storia umana, e come ci si possa rifugiare nella fede a un certo punto della propria esistenza. Del resto, a distanza di anni dalla scrittura di À rebours, lo scrittore francese inserirà una prefazione per contestare tutto quello che di irriverente e irreligioso si trovava nel romanzo: Huysmans si era convertito alla fede cattolica, ma quel che voleva dimostrare nella lunga prefazione è che già all’interno di À rebours si trovassero le tracce del suo animo più profondo e di quello che gli sarebbe successo prima o dopo. Alessandro Baricco, in qualità di esponente della compagnia danzante della critica letteraria ante litteram e vattelapesca, è stato abbastanza critico nei confronti dell’intreccio narrativo e del parallelismo che mette a confronto la storia di Huysmans con quella del protagonista di Sottomissione (professore universitario, misogino, amante delle belle donne e di Nick Drake), anche se non ha stroncato sul serio il libro.

”Il ritorno della religione, di cui all’epoca si cominciava a parlare, per parte mia lo sapevo ineluttabile già a quindici anni, credo.”
Mi ricordo che una volta per curiosità chiesi a una persona credente di spiegarmi come facesse a essere così convinta dell’esistenza di un dio. La persona credente mi disse di pensare all’universo e a quanto fosse grande. Un argomento che ritroviamo anche nelle facili spiegazioni di Leibniz sull’esistenza di Dio. Non ho mai capito quel linguaggio: se mi sforzassi di pensare all’enormità dell’universo non riuscirei comunque a rintracciare l’ipotesi di un dio creatore: se anche pensassi ai perfetti meccanismi che regolano l’universo, e il corpo umano, e le leggi fisiche, non credo accetterei lo stesso l’esistenza di un dio. Penso a tutte le storture e ai meccanismi che non funzionano, piuttosto. Non riesco a crederci a questo dio che decide di far morire, e resta in silenzio continuamente di fronte ai peggiori crimini. L’ipotesi dell’enormità dell’universo non mi è mai sembrato un argomento per spiegare dio. Come non lo è il sillogismo: noi ci siamo, dunque qualcosa di più grande deve esserci. Eppure siamo tutti portati a pensarci e interrogarci su quel ”qualcosa di più grande”, anche se – come diceva Camus – viviamo come se non sapessimo niente. Se il decadente Huysman arriva alla fine del suo percorso umano a credere c’è possibilità per tutti di una redenzione che arriva alla fede? Il nemico storico della fede e della sua anima è l’ateismo, il materialismo, l’umanesimo: non fa altro che ripetercelo Houllebecq dentro il romanzo. Evocando l’ateismo del Kirillov de I Demoni, il grido di Bakunin ”anche se Dio esistesse, bisognerebbe disfarsene”, e Nietzsche che guarda al cattolicesimo come una religione troppo femminile. Nietzsche che torna, ed è destinato a tornare sempre.
”Invecchiando, anch’io mi riavvicinavo a Nietzsche,
com’è senz’altro inevitabile quando si hanno problemi di idraulica.”
Sarebbe disonesto sostenere che Houellebecq abbia scritto un romanzo cattivo o minore: un uomo che riesce a porsi problemi di natura filosofica durante un’emergenza idraulica ci fa respirare l’aria salubre dei romanzi di Dostoevskij. Sottomissione è piccolo ma ricchissimo. Soprattutto di un’attualità tremenda, basta sfogliare le pagine dei quotidiani senza un’attenzione o una morbosità particolare per rendersene conto. Gli interrogativi che ci pone con la sua distopia sono innumerevoli, e forse non siamo pronti a rispondere. Perché abbiamo altro a cui pensare. Abbiamo altro da fare. E anche lui per tutto il romanzo ci ricorda che siamo vivi, esseri umani ricchi di passione che scopano e si attraggono nel mondo. In fondo, come diceva John Cheever: ”Novels are about men and women and children and dogs, not politics”. La politica (vera o fanta che sia) è il sottofondo, come Nick Drake mentre si ordina del sushi.