The Subterranean Tapes: Giugno 2017

Che cosa è nata prima: la musica o la sofferenza? Ai bambini si tolgono le armi giocattolo, non gli si fanno vedere certi film per paura che possano sviluppare la cultura della violenza, però nessuno evita che ascoltino centinaia, anzi, dovrei dire migliaia di canzoni che parlano di abbandoni, di gelosie, di tradimenti, di penose tragedie del cuore. Io ascoltavo la pop music perché ero un infelice. O ero infelice perché ascoltavo la pop music?

(N. Hornby, Alta fedeltà)

Contro il caldo scendi nel sotterraneo, in cantina, dentro un bunker, ma portati la musica che serve.

GASSMAN , Idea, Vibe Records

1 Giugno

Ha un ingresso delicato l’album di debutto di Gassman per la romagnola Vibe Records, che ti avvolge in un crescendo di sonorità tropicali e drum machine. Ci troviamo a viaggiare lungo tutti i mari, lontani echos dalle più disparate regioni, strumenti volti a cambiare natura e scrutare la profondità delle composizioni. La musica sembra essere in grado a cristallizzare i sentimenti delle otto piccole avventure che caratterizzano Idea, dall’essenziale The Photographer, vicina al periodo di chillwave strumentale di Tycho, spazia per tutti i generi mescolandoli fra loro. Tinte di drum’n’bass si confondono in un assetto a metà tra l’hip hop e l’industrial in Sneeze, poi il rumorismo di American Spiller e la space techno di AlbaniaA Runner’s Dream. Il debutto di Gassman ci ricorda che il mondo che non conosciamo è un ensemble di piccole tensioni che, quando stridono insieme, ci mostrano il loro lato più completo.

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BINKER & MOSES, Journey to the Mountain of Forever, Gearbox Records

2 giugno

Quello che cercheremo di fare qui è un esercizio di scrittura jazz su Binker GoldingMoses Boyd, rispettivamente il sassofono e la batteria nel loro Journey to the Mountain of Forever. Eviteremo, dunque, di saggiare il crisma dell’influenza di Tony Allen nei battuti sonori di Intoxication from the Jahvmonishi Leaves o il gusto un po’ manouche del sax per At the Feet of the Mountain of Forever. Limitata e poco educata sarà anche la punteggiatura: essendo pochissime le persone che hanno veramente diritto a parlare di questo genere sfrutteremo a nostro favore quella storia sradicata dalla tradizione letteraria americana secondo cui il jazz se non lo capisci puoi comunque viverlo e cominciare a partire dal linguaggio e far sen ti re il ri tmo ù sàn doleparole – in testa, mentre la musica scorre cercando di non fare i Joe Smith – . Non continueremo così perché il ritmo di cui vogliamo raccontare è qualcosa che ha a che fare con la nostra certa venerazione ingiustificata e nostalgica della stessa storia di cui parlavamo in precedenza. Se viverlo non è affar semplice può, del resto, convincerci di aver fatto qualche pensiero alle ragazze dei sogni e che questi dovrebbero essere i loro dischi (tre battute e mezzo sui clang di Trees on Fire: non cala ma-i).

Sensations brought me here | Sensations who were so warm.

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MONOLOGUE, Belle Époque, La Cupola Music

5 giugno

Cominciamo col dire che se Andrea Appino fosse cresciuto da primo millennial suonerebbe, probabilmente, come i Monologue e non vuol dire che questo debba essere preso come un tentativo di sminuirli entrambi. Non è solo per la questione di quanto incide l’accento in alcuni tipi di cantato italiano, ci troviamo una certa visione sarcastica nei confronti della propria generazione (i nati per soffrire come i giovani di questa Bella Époque) e il tentativo, in fondo, di smuoverli e raccontarsi. Ciò che cambia, com’è normale, è il modo in cui farlo, questo sì, segno del tempo che si è vissuto. Non più, quindi, schitarrate rock ma synth e chitarra acustica per far nascere un tradizionale indie pop che accompagna le parole, col gusto acerbo di una denuncia giovanile che vuole raccogliere le persone e raccontargli una storia in cui credere. Di cose da fare ce ne sono ancora, per non finire assimilati a esperienze già conosciute per l’uso delle stesse strumentazioni, i primi Lo stato sociale o i Camillas, ma proprio per queste ricorrenze rimaniamo curiosi di assistere alla loro crescita.

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ANDREA LASZLO DE SIMONE, Uomo Donna, 42 Records

9 giugno

Uomo Donna è un album che richiede impegno, come i rapporti con un’altra persona, richiede pazienza e volontà di ascolto a coraggiose tracce monstre, a cui non siamo più abituati del resto, come alle parole sincere. Contrariamente alla tentazione di sovraccaricare, i testi sono brevi impressioni, parlano come un certo Battisti attraverso suggestioni che provengono proprio da lì, da quel punto della memoria forzatamente piacevole. Una ribellione formale e stilistica per storie tendenzialmente decadenti, di preghiere (Vieni a salvarmi) ed opere buffe (Meglio), con la tristezza finale per il destino di questo antieroe che passeggia per stazioni e città di notte, col piano e la canzone italiana ad accompagnarlo. La voce di Andrea Laszlo De Simone si incontra in infinite conversazioni con se stessa, con l’approccio prog degli AreA e Battiato ma vicino al periodo bianco di Lucio Battisti. Gli uomini hanno fame, costituita da tracce audio di discorsi, tg e video, sul fondo di una base sintetica e acida, non deve aggiungere molto altro per farci arrivare direttamente a quel senso di impotenza nei confronti del passato da cui non riusciamo prendere esempio. Laszlo invece sì e ce lo mette sotto gli occhi.

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HOLY BOY, s/t, Native Habitat

9 giugno

Attorno a Holy Boy si muove qualcosa di particolare, una leggenda forse, un’alone oscuro ma al tempo stesso rimasto incontaminato da certe tentazioni, sfiorato ma poi sopravvissuto. Si dice che le produzioni artistiche, di qualunque tipo, provengano da una necessità di superamento di una situazione, o comunque dalla fine di un percorso, qui sembra accadere il contrario, come se quella sensazione non vada mai via e debba essere ripetuta perché non si perda. Già Chelsea Wolfe ci aveva introdotto a questo modo di sentire, ma qui la musica non è oppressiva e prorompente, si stende attorno, incupisce il tono già basso, si fa da parte (For You) o si trasforma in marcia funebre e pesante (Funeral), riducendo complessivamente l’impatto dell’elettronica dei pedali della prima parte. Spettrale e misterioso ragazzo santo di cui è impossibile intravedere la natura.

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ADAM CARPET, Hardcore Problem Solver, Prismopaco

9 giugno

Tornano gli Adam Carpet con la loro psichedelia in una versione elettronica ancora più estrema. Più rumorista che melodica, nuovo progetto ai limiti dell’hardcore su un cammino che parte dalla new wave e si indirizza su Kraftwerk e una nuova tradizione che prevede la totale scomparsa all’interno della macchina. Nessun suono naturale, anzi, bruciature di software, pop-up di errore, voci schedulate a forza di compressori, in Hardocre Problem Solver il gruppo milanese crea questo nuovo genere di cantilene robotiche, una densa struttura sonora che si conclude in Rock is Dead, Mambo is Not, uno dei tanti figli androidi di questo EP. Il fine, come ci suggerisce Hector Mann, è quello di creare illusioni di realtà dove questa non c’è più, in un mondo dominato da bit e lunghissime interconessioni che dagli schermi finiscono nelle vene, il mito completo di questo neuromante gibsoniano che entra dalle orecchie e si mescola con la mente.

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MATTEO VALLICELLI, 47100, Captured Tracks

16 giugno

47100 è il cap di Forlì, così come il 44° Parallelo Nord che lo attraversa. Non ci è dato sapere se tutte queste convergenze portino a un nucleo di espressione decisivo, legato alla terra in cui si nasce o a certi ricordi, ma Matteo Vallicelli non ci presenta una cartolina particolarmente felice, anzi, quello che troviamo è un tessuto duro, in cui il battito si fa determinante nello scandire le melodie, influsso post-punk coltivato in tante esperienze precedenti, dai Soft Moon ai Death Index. Tra il mare (Lido di classe) e la luna (Icaro) sembra esserci un mondo che causa continue sinestesie, dove memoria e produzione presente si confondo a vicenda. Tempi dilatati, rumori in echos, campionature post-punk, di questo si infarcisce l’EP 47100 senza intenzione di salvare il proprio ascoltatore da una certa oscurità, calandolo più in profondità se possibile. Un po’ come quella Comet 701, in cui la missione spaziale si fa in mare con una barca, alla ricerca di un punto, probabilmente, dove rimanere a largo semplicemente per respirare.

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