Nella data del 17 ottobre si è svolta presso il Cinema Troisi di Roma la presentazione di Alpha, ultimo film della Palma D’Oro Julia Ducournau, alla presenza della stessa regista, che ritorna all’interno della sala del progetto del Piccolo America dopo aver già partecipato al tempo di Titane. Un piccolo successo che ha richiesto una doppia proiezione per la richiesta dei biglietti, un segno di quanto la regista francese sia apprezzata, e di quanto sia vivo il desiderio di trasformare il cinema in un luogo di incontro, dibattito e sempre maggiore immersione nella mente di chi i film li crea.
Alpha è il terzo lungometraggio della regista francese dopo Raw e per l’appunto Titane. Un film posposto, presente nella mente della regista da diversi anni, da ben prima anche del titolo con cui vinse la Palme D’Or. Un film che ha richiesto tempo perché incentrato su una figura che per la regista è risultata particolarmente difficoltosa da elaborare.
Se i primi due film erano in qualche modo incentrati sulla figura paterna, Alpha si incentra invece sul ruolo della madre (interpretata da una splendida Golshifteh Farahani, collaboratrice anche di Jim Jarmusch in quella piccola chicca Paterson insieme ad Adam Driver) e sulla ricerca dell’emancipazione da questa figura da parte della protagonista: l’adolescente Alpha (Mélissa Boros).

Le ambientazioni rimangono le tipiche della regista francese, nonostante una maggiore delicatezza, infatti, i corpi rimangono al centro dell’immaginario visivo di Ducournau, con il film che si articola all’interno di una dimensione composta di malattie e dipendenze in un richiamo della realtà degli anni ’80 e’90, con il boom dell’eroina e la diffusione dell’AIDS. Di quegli anni è anche la colonna sonora, con la regista che all’interno del dibattito ha dato molto spazio all’utilizzo della musica all’interno dei propri film, sottolineando come le scelte siano assolutamente proprie e dettate da una cogenza tra la musica, i testi e le scene che si dipanano sotto il suono, nel caso di Alpha troverete Nick Cave, Portishead, Tame Impala (piccolo elemento anacronistico) ma anche diversi esempi di musica classica come l’Allegretto de La Tempesta. Proprio su per ciò che riguarda Tame Impala e la loro “Let it happen” la regista si è soffermata fortemente sul significato di quel “lascia che succeda”, un significato che si incastra in maniera potente all’interno della dimensione filmica e della storia individuale nei personaggi, con un testo in grado di accompagnare quello che risulterà essere l’accadimento fondamentale.
Tra la figura materna e Alpha si insinua un terzo incomodo, Amin, interpretato da Tahar Rahim che ci regala forse la più bella interpretazione dell’intero film, impersonando direttamente tutte quelle crisi che il lungometraggio intende mettere in mostra.
La storia di Alpha non può essere seguita da un punto di vista meramente logico, tutto il film si sviluppa attraverso diversi piani temporali, onirici e mnemonici che lo spettatore deve ricostruire sino ad arrivare alla dimensione più profonda e finale: quella del trauma. Un trauma necessario alla separazione dalla figura genitoriale, in una dimensione che Ducournau all’interno del dibattito fa ricadere nell’ambito della Morte. Se infatti la separazione paterna è uccisione, la separazione materna è strappo, un piccolo suicidio che comporta una soppressione del sé. E dove c’è morte c’è in qualche modo l’elemento del sacro, il sacro che Ducournau racchiude negli elementi della pietra, del marmo, ma un sacro che riesce solo a sfiorare l’eternità e che rimane ingarbugliato negli elementi del disfacimento e della dissoluzione.

La morte diventa elemento chiave di tutta la rilettura del personaggio di Alpha che si trova gettata in mondo in cui non solo la morte è all’ordine del giorno, ma dove la morte è a portata di contatto. Il mondo sicuro sembra essere il mondo solipsista, ma allo stesso tempo, in barba alla paura, non si riesce a fare a meno della ricerca della relazione, dell’amore, della famiglia, del legame autentico alla ricerca di una vita accelerata e bruciata che possa racchiudere l’elemento chiave della concentrazione della vita stessa nell’attimo, perché proprio come dice la regista stessa al termine della proiezione, nel mondo di Alpha, la domanda fondamentale diventa una: se tutti intorno a me muoiono, quando è che toccherà a me?
Alpha è un film profondo, un film sulla paura, sulla fragilità, un film sulla fuga dagli inferni che ci tengono ad ustionarci nel fuoco e che spesso non sono altro che coloro che hanno scelto per noi che dovevamo venire al mondo.