A che punto è il romanzo? Questa è la domanda che apre un corso magistrale all’Università Federico II di Napoli tenuto dal docente di Letterature comparate Francesco de Cristofaro. Ma facciamo un passo indietro, non per riannodare i fili, bensì per scomporre i pezzi del puzzle. Rimescolarli e ridisporli casualmente sul tavolo, se è vero – per dirla con Borges – che “noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti“.
Già qualche anno fa, quando imperava il lockdown, in un’atmosfera apocalittica, la letteratura sembrava l’unico collante che unisse trasversalmente – sebbene dietro uno schermo – centinaia di voci diverse tra studenti, giovani ricercatori e docenti. Ci si incontrava online durante i pomeriggi; le strade vuote riecheggiavano nelle nostre camerette dove ci ritrovavamo per parlare durante le lezioni di libri e storie. La sera, dopo cena, non era la televisione a farci compagnia ma i nostri volti che si rivedevano a cadenza settimanale per seminari serali. La letteratura entrava nelle nostre vite in bilico ristabilendone l’equilibrio e in quel momento realizzavamo il suo valore pressoché salvifico.

Non ci mancavano le radici; avevamo bisogno di realtà, di capire cosa ci stesse accadendo e la letteratura era tutto quello che avevamo a disposizione.
Fu in quell’occasione che in modo del tutto naturale nacque una comunità che poi avrebbe preso il nome di Osservatorio sul romanzo contemporaneo, capitanato da Francesco de Cristofaro ed Elisabetta Abignente. Un grande albero con dieci rami (o, équipe, che dir si voglia) in cui, con un occhio sempre vigile al passato, abbiamo iniziato ad osservare il presente dalle nostre stanze aperte.
In quel periodo, a mano a mano, crebbe un albero di foglie di voci appassionate, in continuo scambio di idee, soprattutto di ascolto. Ci siamo concessi il privilegio di pensare, di leggere, di scrivere, distaccandoci dalla frenesia di scadenze perché per osservare è necessario essere immersi in un tempo che non si dà tempi. Attraversarlo seguendo i ritmi alterni dei passi di ognuno, senza lasciare nessuno indietro e senza sorpassare.
Arriviamo così lentamente al 2025. Un corso universitario dedicato alla magistrale in Filologia moderna ha un titolo che elude ogni risposta certa, aprendosi sotto il segno di una questione irrisolta. A che punto è il romanzo? Un corso che preannuncia di costruirsi gradualmente, raccogliendo altre domande perché le risposte sono sempre dove non esiste una verità a priori. Il professor de Cristofaro invita i suoi ascoltatori ad alzare lo sguardo e a puntellare con il polpastrello della propria fantasia barlumi di luci per tracciare una vera e propria costellazione di autori dell’ultimo secolo che si raccontano, raccontandoci.

Da Franzen che anticipa la vanità delle “correzioni” in una società americana non più facile da educare e destinata a frantumarsi nelle “schegge” di Ellis, dall’incomunicabilità nei rapporti denunciata da Sally Rooney, alla centrifuga del postmoderno di DeLillo e Bolaño, passando per la violenza nelle pagine di Scurati o di Littell, alla sacralità umana di Sebald, a ciò che resta di umano in Amabili resti o nel “patrimonio” di cui parla Roth, fino alla collettività anonima di Everyman nella molteplicità del mondo espresso da Auster, Nevo e tanti altri, le lezioni si susseguono decostruendo barriere e pregiudizi, creando attese e domande.
Il docente invita poi ad aggiungere altre scritture autoriali che secondo gli studenti potessero parlare del contemporaneo. Ed ecco la risposta immediata dei giovani studiosi:


– passando da fumetti a saghe familiari, chi citando romanzi cult, altri facendo emergere tesori nascosti di case editrici di nicchia, hanno rintracciato sentimenti e turbamenti contemporanei ad unirci, seppur dietro narrazioni.
Il corso finisce, con un sipario che si chiude, non dinanzi, ma sopra di noi. Siamo tutti dentro questo grande tendone chiamato “contemporaneo” da cui ancora non riusciamo a distrarci lasciandoci piacevolmente distrarre. Resta ancora la possibilità di rispondere alla domanda che ha dato via al corso. Così viene data l’opportunità a tutti gli studenti di esprimere “pillole” su romanzi che più hanno amato, con la possibilità di pubblicazione sul prestigioso giornale settimanale “L’Espresso”. La proposta – ben accolta da un considerevole numero di allievi – ha dimostrato almeno una risposta certa: esistono infiniti sguardi per un’ unica direzione. Sarà per questo che guardiamo tutti la stessa cosa pur convinti che siamo su strade completamente diverse? E che in fondo alla strada, c’è chi vede un fiore, chi un castello, chi un sole, chi una casa, eppure i nostri sguardi si incrociano – almeno una volta – nello stesso punto di svolta?
Siamo arrivati fino a qui, consapevoli di questo. Rispondendo alla domanda iniziale con domande di risposta, tenendo acceso un motore vivo. Consci dunque del fatto che – come scrive de Cristofaro nelle sue pagine date al giornale – “la letteratura più nutriente del terzo millennio è quella che aiuta a vivere“.

Ora ci resta da capire a che punto siamo noi nel romanzo. Fino a che punto esistiamo al suo interno quando smettiamo di osservarlo. E ci lasciamo osservare.