Interviste

L’aneddoto dei calchi: la scrittura di Maria Teresa Rovitto

È da poco uscito per Terrarossa edizioni L’aneddoto dei calchi di Maria Teresa Rovitto. Qui sotto facciamo un’immersione nel romanzo in due tempi.

Il romanzo

a cura di Raffaele Calvanese

“Un corpo spogliato non è sempre un corpo nudo”

L’aneddoto dei calchi è il romanzo d’esordio di Maria Teresa Rovitto. Il libro è pubblicato da Terrarossa nella collana “sperimentali” e questa non catalogazione è quantomai appropriata perché la storia che ci racconta Maria Teresa è tutt’altro che lineare. Il cuore di tutto è il rapporto dell’arte, non solo con chi ne fruisce, ma con chi vi si compenetra. L’opera da cui tutto parte è VB66 performance ideata da Vanessa Beecroft a cui Livia e Zoa, le protagoniste, prendono parte. Questo tipo di esperienza lentamente si insinua nella mente e sulla pelle delle donne che vi hanno partecipato. La stessa Zoa, una volta terminata la performance eviterà di lavarsi da dosso la vernice nera che stava a rappresentare la carbonizzazione dei corpi a seguito dell’eruzione del Vesuvio che aveva fermato per sempre nel tempo la vita di Pompei. Quella stessa performance artistica ferma, in qualche modo, per sempre nel tempo il rapporto tra Livia e Zoa e con loro anche l’esistenza di Bruno, terzo elemento di questo triangolo dai rapporti liquidi. Livia resterà ancorata a quella dinamica incompleta dopo la partenza di Zoa, Zoa sarà segnata nel suo modo di agire e Bruno sarà travolto dalle dinamiche scatenate nelle due donne. Sullo sfondo Napoli, la Grecia e Londra.

“L’esibizione era un posto dove non mi dovevo scusare. Il pubblico mi guardava anche se non ero al mio posto, non avevo alcun ruolo nella società in quel momento, nessun ruolo reale, funzionale, macchinale, utile.”

Il racconto si smarca dalla normale narrazione circolare e segue cambi di prospettiva repentini e allo stesso tempo non lineari. Seguiamo il cambio abitudini nella vita della protagonista, osserviamo il mondo attraverso i suoi occhi e attraverso il suo modo di rapportare le diverse esperienze che segnano il suo cammino attraverso la corrispondenza con opere d’arte e installazioni di una platea di artisti che in qualche modo hanno saputo anticipare, raccontare o interpretare una realtà apparentemente frammentarie attraverso opere d’arte che anche se non nell’immediato hanno avuto il merito di restituire alla persona comune che vi si avvicina una realtà rielaborata in modo da porre domande nuove capaci di portare lo sguardo più in là della linea dell’orizzonte.

“Quando la relazione si vive con i corpi, succede che prima accadono i fatti e, poi, se ne dà un’interpretazione. Quando si è a distanza le interpretazioni prendono il sopravvento. È tutto fuori sincrono”

Il lettore che si approccia a questo libro non avrà, apparentemente, punti di riferimento ma saprà ritrovare negli eventi che occorrono ai protagonisti dinamiche familiari. Basta pensare al rapporto di Livia con il padre e con la sua malattia. Il pensiero dell’ereditarietà del morbo e per transitività anche quella del senso di colpa, del pensiero della predestinazione. La vita di Livia, come quella di tutti noi, non è altro che un modo di adattarsi a questi pensieri che incombono sul suo imperscrutabile destino e di trovare, attraverso gli input dell’arte e delle persone che le stanno vicino, delle risposte a questo sentire. In questi termini l’ultimo capitolo è esemplificativo di come si possa trovare la famosa alba dentro l’imbrunire. Le persone che incontriamo nel nostro cammino, a volte per caso, a volte perché cercate, segnano le svolte del nostro percorso, segnano magari senza saperlo momenti importanti della nostra esistenza. Saper raccontare queste sfumature che diventano svolte epocali è una dote importante di cui questo libro ha saputo fare buon uso.


L’intervista

a cura di Stefano Marino

Inizierei da una domanda molto generica ma per me decisamente interessante: la genesi di questo romanzo. So che ti sei presa tutto il tempo che ritenevi necessario per scrivere “L’aneddoto dei calchi”: non hai avuto fretta, insomma, – ma su questo ci torneremo -, mi interessa però capire la scintilla da cui tutto è nato, soprattutto in un libro come questo dove l’arte è sia oggetto sia mezzo della narrazione. Gli eventi si sviluppano a partire dalla performance VB66 di Vanessa Beercroft: è stata proprio questa stessa performance a farti nascere una suggestione che poi si è sviluppata nell’idea del romanzo, oppure VB66 si è rivelata un pretesto perfetto per raccontare un qualcosa che avevi già in testa?

Credo che nell’ambito del processo creativo l’origine dell’idea, che molto spesso all’inizio si presenta come un’intuizione più che un pensiero centrato, sia la parte meno afferrabile. Tuttavia, provo a rispondere dicendo che rimasi subito molto colpita dalla performance VB66 di Beecroft e dal modo in cui venivano riattivati in ambito contemporaneo alcuni archetipi o, se vogliamo rifarci alla visione di Warburg, alcune Pathosformeln, una su tutte quella della ninfa, ossessione rinascimentale di derivazione classica. Per mesi mi interrogai sulla condizione del corpo come soglia (nonostante la cannibalizzazione e commercializzazione del nudo da parte del sistema politico-economico e culturale), del corpo come campo di resistenza che attrae e spaventa al tempo stesso e, dunque, questi corpi mi sono apparsi come un fascio di potenzialità narrative con cui ho deciso di confrontarmi con il linguaggio della scrittura. La performance diventa così un dispositivo narrativo intorno al quale e dal quale la vita dei personaggi prende forma, un evento che si dilata nel tempo, dal momento che contiene già (il) tutto e quel tutto va solo esplorato e fatto conflagrare nelle diverse fasi della loro parabola esistenziale.

Direi più che è stato un pretesto perfetto, per usare le tue parole, per raccontare la condizione in cui mi trovavo: ero circondata da corpi disfunzionali da un punto di vista biologico, clinico e, quindi, inevitabilmente anche politico e, al tempo stesso, era un periodo in cui mi interrogavo molto su come il mio stesso corpo rispondeva alla norma, ovvero alle aspettative sociali; quali erano le parti di me che veramente accoglievo e quali quelle contro cui resistevo. Volevo evitare di affrontare questi temi a livello narrativo secondo un approccio sentimentalista e pietistico e ho visto nella performance art, che da sempre elegge come linguaggio espressivo il corpo facendone un vero e proprio campo di ricerca, la risposta.

Parli di esplorare il corpo con la scrittura, un corpo che nel caso del tuo romanzo è sia elemento fisico sia un mezzo per fare arte, tanto che “corpo” e “arte”, i due macrotemi che per me reggono la narrazione, spesso si mischiano diventando una cosa sola grazie, come dicevi, alla performance art. E qua si apre una tematica stilistica: la descrizione dell’arte figurativa in letteratura, cioè il passaggio da immagine/oggetto/performance a parola; cosa tutt’altro che semplice! E tu ci sei riuscita splendidamente, rendendo oltremodo evocative le opere di cui parli. A volte, leggendoti, nell’approccio che usavi nei confronti dell’arte, mi veniva in mente il Krasznahorkai di “Guerra e Guerra” – scrittore che citi nell’esergo della prima parte – soprattutto nel suo far interagire il protagonista con le opere di Merz. Come ti sei approcciata, stilisticamente parlando, alla descrizione di opere d’arte esistenti? Sembri abituata a parlare di arte e a “maneggiarla” perciò è qualcosa di spontaneo nella tua scrittura o deriva da un approccio specifico studiato, pesato e meditato?

Credo che la descrizione dell’arte figurativa e plastica in letteratura, ovvero il passaggio da un sistema simbolico a un altro, da un linguaggio espressivo a un altro, sia in realtà qualcosa che abbiamo interiorizzato più di quanto siamo consapevoli. Questo è, inoltre, da sempre un altro codice della performance art che ibrida diversi linguaggi. Venendo dal mondo della danza mi sono spesso ritrovata a scrivere il movimento per ricordarlo, per fissarlo, anche se questo sfugge alla parola, ma probabilmente mi sono esercitata, abituata a questo pur senza volerlo. Nella danza la coreografia (etimologia che richiama la scrittura del movimento) è l’arte della composizione, della creazione di sequenze di passi, di figurazioni e, se osserviamo bene, ci sono vere e proprie corrispondenze tra figure retoriche e movimento coreografico. Penso, ad esempio, a quelle di ordine o posizione, come l’anafora o l’epifora che si riflettono nelle ripetizioni di una sequenza, al chiasmo, all’ellissi, o a figure retoriche di significato, fra tutte la metafora e la sineddoche (a volte nella danza si pongono dei limiti e si usa solo un arto, ad esempio) ma anche a figure di suono.  Quindi direi che non è un approccio meditato ma praticato. Anche se è vero che nell’ambito di un certo ordine delle cose pratica e meditazione coincidono.

Il romanzo si apre con un’ekphrasis della performance. Anche in questo caso, il mio approccio a questa che è generalmente considerata una figura retorica è stato praticato più che meditato; in particolare, quando facevo parte della redazione della rivista online In allarmata radura per cui curavo la parte artistica. Quello che inizialmente avrebbe dovuto essere un commento critico alla fotografia scelta per la pubblicazione ha acquisito sempre più la forma dell’ekphrasis.

Rimanendo sempre su tematiche, in un certo qual modo, stilistiche, so che non hai avuto fretta di far uscire il libro: ti sei presa il tempo che ritenevi necessario e, a mio giudizio, questo si vede, in quanto il linguaggio del romanzo è molto pesato e pensato, come se tutto fosse perfettamente al suo posto. In un momento storico dove c’è la fretta di uscire e esordire, tu sei andata in un’altra direzione e credo che questo abbia portato dei benefici tangibili al romanzo. Mi puoi raccontare un po’ le riflessioni dietro questa scelta, le dinamiche che ti hanno portato a lavorare al tuo testo per il tempo che ritenevi necessario e il lavoro “artigianale” di cesellatura che c’è stato dietro?

Non ho mai avuto fretta di esordire. So che nel mercato editoriale l’esordio è trattato come una categoria a sé, ma io lo considero un romanzo. Punto. Ha bisogno di cura e non può mai essere una giustificazione il fatto che si tratti del primo romanzo, come se ci fosse qualcosa da perdonare agli esordienti. Poi ogni scrittore e scrittrice ha la sua storia editoriale. Ci sono romanzi che ufficialmente sono esordi ma di fatto sono il secondo o il terzo romanzo che l’autore o l’autrice scrive e magari il primo verrà, invece, pubblicato successivamente. Da questa prospettiva mi pare che tutto cambi e che si tratti solo di etichette. Ancora, ci sono esordi che valgono un’intera carriera e tutto ciò che segue non sarà mai più all’altezza di quel primo romanzo pubblicato. L’immaginazione che sostiene L’aneddoto dei calchi arriva da lontano, almeno dal 2021, anno in cui mi sono iscritta con questo progetto al laboratorio annuale della Bottega di narrazione diretta da Giulio Mozzi. Grazie al confronto con gli altri il romanzo ha iniziato a prendere forma. Alla fine del percorso la Bottega organizza degli incontri con le case editrici che per affinità e ricerca stilistica possono essere interessate al lavoro e tra queste, nel mio caso, c’era anche TerraRossa.

In generale, se decido di scrivere un romanzo è anche per sottrarmi alle regole che il sistema in cui vivo mi imporrebbe e dunque il tempo, il nostro grande nemico, è per me un alleato.

Tornando alla concezione di arte, così centrale nel libro, emergono anche molte riflessioni sia sul far parte di un’opera d’arte sia sul fruirne, l’esserne esposti, quindi un qualcosa di legato a una dimensione di catarsi di fronte a ciò che ha creato l’artista e a un “arrendersi” innanzi a un’opera. Mi parleresti di come vivi questa esposizione e se l’aver scritto questo romanzo ti ha fatto nascere nuove riflessioni in merito?

Certamente la scrittura del romanzo mi ha posto nelle condizioni di relazionarmi a questo immenso campo simbolico da una prospettiva inedita, con domande nuove, nuove esigenze. Certamente la scrittura del romanzo mi ha fatto sentire meno passiva nella fruizione dell’opera d’arte, in generale, e di quelle specifiche che appaiono nella narrazione.  Questo ha guidato molte riflessioni sulla forma che mi hanno inevitabilmente riportata alla scrittura: ho messo arte e scrittura in relazione nella forma, una matrice comune dalla quale ricominciare ogni volta.  Ho cercato di concentrare l’attenzione su quello stato complessivo che talvolta emerge quando la lingua, la parola, entra in una configurazione, organizzazione, capace di produrre una eccedenza di vitalità, qualcosa che prima non c’era e che da un certo punto in poi, che chiamiamo inizio, esiste. La forma diventa l’innesco di una diversa possibilità di esistere, è capace di produrre precise modificazioni del sentire. Questo processo che è molto più intuibile nelle arti plastiche è dato anche nella scrittura e credo di esserne diventata un po’ più consapevole.

Da un punto di vista politico, invece, ho dovuto fare uno sforzo per comprendere alcune dinamiche del mercato che decide chi è l’artista, quota e mette in circolo le sue opere. Quando parli di esposizione, poi, mi viene in mente quella di tutte e tutti noi a questo sistema. Abbiamo avuto il privilegio di nascere nella parte del mondo in cui il benessere è più diffuso e l’arte non è di certo risparmiata da capitalizzazione e strumentalizzazione. Proprio in questi giorni si parla di artwashing (in merito alla Biennale in corso) che alla pari del pinkwashing, del greenwashing sono pratiche che contribuiscono a nullificare e falsificare tutte le reali battaglie politiche per la conquista dei rispettivi diritti e libertà di espressione. Se vi è uno scollamento tra pratiche artistiche e realtà si rischiano, a mio parere, derive come quelle raccontate nella parte finale del romanzo. Tuttavia, mi preme precisare che il Narratore non è mai giudicante e sembra essere consapevole che spesso uno stesso fenomeno può agire e significare in modo diverso nella storia individuale e nella storia collettiva.

Ecco, proprio questo legame – e anche ipotetico scollamento – tra pratiche artistiche e realtà è sembrato al me lettore (quindi con tutti gli “errori” che una visione così personale possa comportare) uno dei pilastri fondativi su cui si regge la narrazione del tuo libro. Mi parleresti un po’ di più della tua concezione di arte legata/slegata alla realtà? Perché mi sembra una cosa che ti stia molto a cuore.

Non so se si può dire che è uno dei pilastri della narrazione. Il Narratore sul punto non prende mai posizione. Anzi, nel romanzo mi sembra che gli e le artiste citati abbiano tutti un approccio che non si può dire distaccato dalla realtà, tanto che anche nella realtà del romanzo attivano con le proprie opere dei processi importanti di acquisizione di maggiore consapevolezza del sé nel mondo, della propria collocazione. Diverso è il discorso sulla mercificazione dell’arte che a volte prescinde dall’artista stesso. In generale, volevo che in questo romanzo l’arte avesse una relazione dialogica con la realtà e fosse proprio il dispositivo che non lascia cadere nel vuoto il contemporaneo. Quello che voglio dire è che se è vero che uno dei parametri fondamentali dell’evento dialogico è l’imprevedibilità, intrinseca oltretutto nella relazione con qualsiasi forma di alterità, e se questa imprevedibilità genera un rischio, nella narrazione i personaggi lo corrono tutto questo rischio.

In generale, senza mettere etichette superate e che sarebbero anacronistiche, come quella di artista impegnato che implicherebbe una riflessione lunga per questa sede, direi solo che non ho mai inteso l’arte, estendendo il discorso anche alla letteratura, come una fuga dalla realtà, come intrattenimento. È solo questo per me che fa la differenza al di là del tema trattato. Che dire?, per molti Bambine di Alice Ceresa è un libro sul patriarcato, quindi politico, pure se centrato sulla semplice descrizione della quotidianità di una famiglia; i lavori di Sophie Calle risolti da lei formalmente attraverso testi e fotografie a molti potrebbero sembrare solo dei rituali privati resi pubblici grazie all’arte, ma in realtà hanno a che fare con la soggettività, con la possibilità di costruirsi una propria narrativa. Se, nella tradizione, i rituali di iniziazione assegnano al soggetto dei compiti e dei ruoli stabiliti, la messa in scena ritualizzata da Calle ne disattende le aspettative e rifiuta l’happy ending.

L’arte coltiva da sempre un’istanza utopica, trasformativa della realtà, dei luoghi comuni, delle convenzioni e convinzioni che generano dolore, ingiustizia, e si sente quando l’artista è in contatto con questa matrice e quando non lo è.