Quello che è stato L’Avana. Quello che non è mai stato. Qualunque cosa sia stata. L’autostrada l’ha cancellata dalla mappa. Al suo posto, l’asfalto senza limiti che riempie i nostri incubi. Ma abbiamo un film da portare avanti. Abbiamo un ristorante. Aspettiamo, da un momento all’altro, un colpo di fortuna.
È appena uscito in Italia L’autostrada: the movie dell’autore cubano Jorge Enrique Lage, edito da Ventanas, fondata nel 2023 da Laura Putti che ne ha curato anche la traduzione.
È il primo romanzo di Lage pubblicato in italiano; precedentemente Voland, nel 2009, aveva incluso un suo racconto nella raccolta La fiamma in bocca. Lage, nato a L’Avana nel 1979, ha alle spalle una carriera ormai ventennale con ben cinque raccolte di racconti e altrettanti romanzi: Carbono 14, una novela de culto (2010), Archivo (2015), Everglades (2020), Cuba Científica (2025) e, appunto, Autopista: the Movie pubblicato quando ancora viveva a Cuba, nell’ormai lontano 2014.
Tre anni fa, infatti, Lage, ha lasciato l’isola caraibica per raggiungere la madre e il fratello a Valencia, dove lavora come editor. Del resto, si stima che dal 2021 – cinque anni dopo la morte di Fidel Castro – ben il diciotto per cento dei cubani – oltre due milioni – abbia lasciato l’isola.
L’autostrada: the movie – che si apre con una citazione da Rodolfo Walsh dal racconto Esa Mujer scritto all’inizio degli anni Sessanta: “Lei non è niente per me, ma risolverò comunque il mistero della sua morte” – è un oggetto strano, un corpo alieno fuggito da un laboratorio che racconta una storia che, ormai dal passato, evoca un futuro tanto distopico quanto – nei tempi folli in cui viviamo – sinistramente credibile
Al centro del racconto – bizzarro, urticante, a tratti amaramente spassoso – c’è la costruzione di un’immensa autostrada che parrebbe collegare l’America Latina agli Stati Uniti e che, però, pagina dopo pagina più che a un’infrastruttura viaria somiglia – come in una metamorfosi o in una mutazione – a un animale di cemento e asfalto destinato a coprire e distruggere ciò che ancora resta di Cuba.
In un caos totale prende così forma la missione picaresca di due sodali – ma saranno davvero due? – la voce narrante e l’Autistico: la realizzazione di un film – che dà titolo al libro – in grado di documentare gli ultimi residui di una civiltà, sia essa perduta o sconfitta.

Il documentario che i due “eroi” provano a girare e il libro di Jorge Enrique Lage sembrano condividere la medesima idea di montaggio, esasperato e anfetaminico. Se da un lato è facile farsi trascinare dal carico avventuroso, divertente, sghembo, finanche scanzonato che il racconto porta con sé, dall’altro, dietro un’apparente maschera di leggerezza pop, è impossibile non intravedere costantemente più che il pericolo, l’angoscia. Ed è un’angoscia cui, propriamente, è difficilissimo dare un nome.
Più che viaggiatori, chi sono i due passeggeri di questa traversata bitumica: dei reduci della Cuba che fu o degli avventurieri nel nuovo mondo che sarà? Può davvero esistere una meta per il loro viaggio o sono solamente dei naufraghi che soccombono trascinando via con sé una memoria caleidoscopica che mescola verità e finzione?
L’autostrada: the movie è costruito su una tensione ritmica praticamente ininterrotta. È un treno che deraglia come volontà di traiettoria che all’approssimarsi di ciascuna curva si imbatte in personaggi di ogni tipo. Una giostra sconsiderata dove incontriamo – tra gli altri – il cadavere di Vida Guerra e Philip K. Dick, un operaio “non-operative transsexual” che legge Kafka (Durante la costruzione della muraglia cinese, va da sé) e robot che scatenano uragani come nei cartoni giapponesi degli anni Settanta, peep show e lombrichi sovietici, Courtney Love e “un tizio che assomiglia a David Foster Wallace con una benda sulla testa in mezzo a un campo di canna da zucchero bruciato a nord di Ciego de Ávila” e dove si assiste a impossibili partite a scacchi con il genio redivivo di Bobby Fischer e a gare di pattinatrici androgine.
È un cocktail di acidi lisergici ed MD, psichedelia e punk, alto e basso, serie tv e cinema. Come in Sirāt, il film di Óliver Laxe presentato in concorso al 78º Festival di Cannes, anche nell’Autostrada: the movie più che il dipanarsi della storia ciò che conta è il suo incedere, l’atmosfera, il tiro, la capacità di abbandonarsi all’inquietudine del sentire, più che alla faticosa ricerca di una comprensione. Ne veniamo storditi mentre sullo sfondo si consuma la morte del mondo come lo abbiamo conosciuto.
Lage, nipote di Iris Dávila, nota giornalista, scrittrice, autrice di radio/telenovelas, attrice teatrale, già nel Movimiento 26 de Julio (Castro la ricordò pubblicamente nel giorno della sua morte) si è formato lontano dal mondo letterario: è soltanto dopo la laurea – con lode – in Biochimica che si dedicherà interamente alla scrittura. Una formazione che ha influenzato il suo processo di scrittura: dalla complessità delle reazioni chimiche che producono la vita a quella degli elementi che determinano la tessitura del racconto,
In un’intervista che precedeva di un paio d’anni proprio l’uscita de L’Autostrada, Lage delineava la sua idea di letteratura: «Da un po’ di tempo ho iniziato a pensare alle storie come se fossero installazioni: aggiungi un elemento, poi un altro, leghi insieme le cose qui, copi e incolli lì, continui a provare e intrecciare materiali… e aspetti che si chiuda un circuito, che appaia una qualche forma di significato. Lo definirei un processo di assemblaggio».

Biochimico e scrittore, dunque, Jorge Enrique Lage si è fatto demiurgo di un universo letterario che, più che affrontare un territorio vasto, pare essersi confinato in un laboratorio lì dove si consumano le commistioni umano/animale/macchina che utilizza ampiamente nel suo immaginario (anche qui, ne L’Autostrada, come quando Roman Abramovič ricostruisce Simón Bolívar con parti di cadaveri diversi). Allo scrittore/scienziato il compito di saper gestire il contagio il cui equilibrio appare perennemente in bilico. Lui stesso ha dichiarato come dall’esame del quinto anno in Tossicologia si sia portato dietro l’idea che “non ci sono sostanze innocue ma soltanto maniere innocue di utilizzarle” e da qui un concetto – va da sé, affascinante – di tossicità della narrativa.
Con le autostrade accade quanto segue: ovunque passino, sui lati comincia a crescere (come la gramigna, come un’eventualità) il deserto.
Pubblicato dodici anni fa, L’autostrada: the movie è già oggi – inevitabilmente – specchio deformato di una delle tante possibili Cuba che furono o che avrebbero potuto diventare. Se da un lato è facile ipotizzare il delirio de L’Autostrada come la costruzione di un escheriano impianto metaforico, dall’altro Lage non fornisce davvero una univoca lente affinché tale realtà sia chiaramente distinguibile.
D’altronde se un ponte è in qualche modo un simbolo inequivocabile di collegamento e di una possibilità di apertura, l’autostrada di Lage non sembra in alcun modo proporre l’eventualità di una (via di) uscita. Nemmeno di un’ipotesi di fuga laterale: piuttosto somiglia a uno spazio asettico cui si è vincolati e in presenza del quale non è nemmeno data la speranza di uno scarto.
Lage non nasconde certamente la sua natura di esule volontario, lontano da un luogo verso il quale non prova nostalgie – «come può mancare una prigione?» ha dichiarato. Il suo essere annoverato nella generazione zero di Cuba – che non guarda più all’epica rivoluzionaria ma al panorama anglosassone, rivendicando il diritto a una non appartenenza identitaria – rende la sua critica molto distante anche da un Reinaldo Arenas – tra i pochi che Lage riconosce come punto di riferimento della letteratura cubana – che non spezzò mai davvero il legame con la sua terra. Eppure, nel momento in cui si arriva all’ultima pagina riesce difficile non pensare al mistero di quella morte richiamata dalle parole di Walsh.
Quasi che, alla fine e di là da ogni tentativo, davvero non ci si possa sottrarre alla forza che Cuba – tra utopia, dittatura ed embargo – riesce ancora ad esercitare.