Il resoconto di Jean-Pierre Filiu, politologo francese ed esperto di Medio Oriente, Niente mi aveva preparato, offre un racconto inedito e prezioso di una Gaza resa volontariamente inaccessibile dal governo israeliano, che non risparmia dai bombardamenti gli unici testimoni di quello che stanno vivendo dal 2023 gli abitanti dell’enclave palestinese.
Il saggio, pubblicato a fine ottobre con la traduzione di Silvia Manzio, è edito da Altrecose, il progetto editoriale de Il Post in collaborazione con la casa editrice Iperborea. Il punto di vista assunto in questo diario di circa un mese di permanenza all’interno della striscia (tra dicembre 2024 e gennaio 2025) da parte dell’autore, mescola sapientemente la conoscenza storico-politica del contesto gazawo-palestinese e della nascita di Hamas con lo sguardo attento, tipico dei reporter. Il risultato? Un resoconto ricco di rimandi al passato per comprendere al meglio il presente, senza trascurare ritratti e dettagli del vivere quotidiano delle persone incontrate durante il suo viaggio.

Filiu è professore di Storia del Medio Oriente presso l’Istituto di Studi Politici di Parigi. È stato delegato della Federazione internazionale dei diritti dell’uomo in Libano nel 1984 e membro del Gabinetto dei ministri degli Interni e della Difesa francesi. È un autore conosciuto a livello internazionale: sempre nel 2025, per Einaudi, è stato pubblicato Perché la Palestina è perduta ma Israele non ha vinto; nel 2014 è uscito per Bao Publishing La primavera araba, graphic novel che l’autore ha realizzato in collaborazione con Cyrille Pomès.
Qualcuno urla un ordine e la jeep di testa, abbaglianti spianati, entra a passo d’uomo nell’enclave. Io mi inserisco senza indugi nella sua scia, lo sguardo fisso sui lampeggianti rossi del veicolo che mi precede. La verità è che preferisco non scrutare l’oscurità circostante. Perché seppure ci troviamo nella zona cuscinetto istituita da Israele all’interno della stessa Striscia, siamo entrati nel territorio di quella che un tempo era Rafah, la «cittadella del Sud», per secoli baluardo della Palestina, alle porte del deserto egiziano del Sinai. Non è così che immaginavo il mio ritorno nella Gaza assediata, in questa notte del mio sessantatreesimo compleanno.
Un punto di vista interno prezioso
Non è stato il primo viaggio in Palestina – e nella striscia – per Filiu, che dal 1980 conosce molto bene. Eppure, quando è riuscito a tornarci per trentadue e rotti giorni, tra il 19 dicembre 2024 e il 21 gennaio 2025, è stato accolto da una terra e da una popolazione dilaniate da più di un anno di scontri e bombardamenti incessanti da parte dell’esercito israeliano che, dopo l’attentato del 7 ottobre, ha invaso la Striscia di Gaza.
A questo punto potrei citare la bambina che succhia avidamente da un tubo che fuoriesce da un impianto di desalinizzazione. Descrivere la stanchezza e la disperazione delle persone in coda ai punti d’acqua. Evocare le madri che, sedute nella sabbia davanti alle loro tende, mescolano il fondo di una pentola per preparare il pasto di famiglia. Ma una volta metabolizzato lo choc del Natale, preferisco tornare nel centro devastato di Khan Yunis. E lì, in mezzo ai cumuli di macerie che un tempo erano case, scuole e negozi, vedo un albero polveroso e ricurvo, incastrato sotto un balcone nel vuoto, e poi un altro, più sicuro nel suo slancio. E sento un fragile refolo di vita, dei passanti che si incrociano e si salutano, delle bancarelle più numerose e dei bambini meno spauriti che altrove. […] Sì, è proprio vero, nella fiorente oasi che per millenni è stata Gaza, un’oasi sognata dai carovanieri e celebrata dai cronisti, un’oasi da allora tagliata fuori dal mondo per essere ridotta a una «striscia» di terra, sì, tra le rovine di questa Striscia di Gaza sopravvive ancora oggi, un’oasi di disperazione.

Tra una raccolta dati precisa e puntuale e i resoconti delle interviste raccolte, Filiu tira le fila dell’occupazione della striscia da parte del governo israeliano, affrontata per aree tematiche. Infatti l’autore imbastisce il racconto delle aberranti condizioni a cui gli operatori sanitari sono sottoposti – dall’ospedale Nasser a Khan Younis a quello di Beit Lahia, a Nord della striscia, a quelli Gaza City e Rafah –, sulle storie dei giornalisti palestinesi che hanno cercato di testimoniare l’invasione, sull’organizzazione degli aiuti da parte delle ong, sulla gestione delle risorse idriche e sulle vite quotidiane dei civili di questo lembo di terra. Si tratta di un’operazione originale e del tutto umana, in grado di far emergere in primissimo piano da una parte i crimini di guerra perpetrati da Israele – senza, però, risparmiare Hamas e le contraddizioni della resistenza armata – dall’altra le storie dei singoli civili, che seppur personalissime assurgono a universale della condizione cui il popolo palestinese è sottoposto dall’inizio dell’occupazione.
Grazie a questo stile saggistico-narrativo e quasi cinematografico, i lettori sono coinvolti a trecentosessanta gradi nella vita di molti gazawi, di cui imparano i nomi, i famigliari, la zona di residenza e le fatiche sul lavoro: c’è Omar al-Dirawi, fotoreporter di ventun anni che aveva testimoniato la guerra con coraggio, spazzato via insieme alla famiglia nella zona settentrionale di Deir al-Balah. È c’è la dirigente di Ain Media, Aila Sarraj, sopravvissuta a un attacco sulla sua casa a ottobre 2023 in cui ha perso il marito, che per il suo lavoro sul campo il CPJ le ha conferito il premio International Press Freedom Awards.
Le testimonianze e le storie raccolte da Filiu sono importanti perché riscattano i palestinesi – troppo spesso ridotti a vittime incapace di raccontare con la propria voce la storia di un popolo che resiste da più di ottant’anni a dei vicini di casa che non si è scelto – e ridanno loro una voce, un grido contro l’indifferenza dell’Occidente. Ma sono anche un granello di sabbia di tante, troppe, storie e vite sommerse da un tentativo serrato di pulizia etnica da parte del governo israeliano.
La penna razionale e disincantata di Filiu ne è più che consapevole, specie quando sottolinea che il suo sguardo, seppur importantissimo per far emergere un racconto della Striscia di Gaza direttamente dal suo interno, sia del tutto parziale, perché proveniente da una zona umanitaria e pressoché al riparo – se così si può dire – dalla follia disumana che si sta compiendo a poche centinaia di chilometri da dove si trova. Quello che succede oltre quel confine rimane in parte sconosciuto e non fa che sprofondare negli abissi dell’umanità.