Libri

10 letture dai primi mesi dell’anno

Brevi segnalazioni di libri da poco usciti in libreria e che non sono passati inosservati. Con l’augurio di una bella estate.

Jane Smiley – L’età del disincanto

La Nuova Frontiera, traduzione Valentina Muccichini

In origine contenuto nell’omonima raccolta di racconti pubblicata negli Stati Uniti nel 1987, L’età del disincanto è una novella con il più inatteso dei protagonisti: un giovane dentista trentacinquenne che nel pieno dello scorrere della sua vita familiare si ritrova a fronteggiare lo spettro del fallimento del suo idillio. Dana, sua moglie e dentista come lui, si lascia scappare una frase che gli appare inequivocabile: «Non sarò mai più felice». È l’evento chiave della novella, il punto di rottura che convince lui, Dave, che sua moglie abbia una relazione extraconiugale, verità che prende piede più nella sua testa che nella trama. Non ci sarà nessun confronto tra i due coniugi, ma solo un crescendo di sospetti ed esasperazioni tra loro, le tre figlie piccole e la dinamica familiare che va sgretolandosi con l’avanzare delle pagine. Jane Smiley concentra in poco più di 123 pagine il disincanto della vita, lasciando sempre vivo il dubbio che sia tutto un rimuginare senza scopo. Non è nuova Smiley a questa tipologia di voci narranti, già nel suo romanzo più famoso, “Erediterai la terra”: un punto di vista unico ma non onnisciente e per questo con la tendenza, meravigliosamente umana, di perdersi nella propria testa. Ciò rende Smiley maestra assoluta di umanità e tridimensionalità nei personaggi e, soprattutto, nelle voci narranti. Dave naviga, allora, tra disincanto, rabbia e lutto per la perdita potenziale della relazione, per poi tornare brutalmente alla realtà in un finale concitato che rimette tutto in prospettiva.

“Ho trentacinque anni, e ho l’impressione di essere giunto all’età del disincanto. […] Non solo sappiamo che l’amore finisce, che i figli ci vengono portati via, che i genitori muoiono convinti che la loro vita non abbia avuto alcun senso. Non è soltanto il fatto che ormai molti conoscenti e amici sono morti e tutti gli altri prima o poi si preparano a farlo. È che i confini tra le circostanze individuali e quelle del resto del mondo sono venuti meno, nonostante tutto: nonostante l’esperienza, nonostante tutte le attenzioni. […]”

Alessia Ragno


Mara Fortuna – La canaria

Les Flaneurs Edizioni

’na canaria che non canta è contro natura…

Napoli, inizio ‘900, la famiglia Gennarelli vive circondata dalla musica. Questo è il contesto in cui germoglia La canaria di Mara Fortuna. Una saga familiare che si snoda negli anni più movimentati del secolo scorso. Difficile dire chi sia la vera protagonista di questo libro corale che intreccia molte storie in un solo racconto. Di certo la canaria, Ida, una novella Colette che deve celare la sua arte dietro pseudonimi maschili per poter continuare ad alimentare la sua fonte artistica e il suo talento. Giulietta, la sorella amata e odiata, che poi cambierà il suo nome in Gilda e rincorrerà per tutta la vita quel talento che non le capitò in sorte. E poi un fratello scultore che incrocia i più grandi artisti della Parigi bohémien. Un racconto, quello di Mara Fortuna, che indaga l’universo femminile in anni in cui affermare la propria identità era quasi impossibile. Una vita, quella delle sorelle Ida e Gilda, su cui si concentra il fuoco del racconto, in cui ogni possibile scappatoia si rivela un vicolo cieco, ogni opportunità diventa uno specchio per le allodole. Una sofferenza senza riscatto per chi vive in una società costruita a immagine e somiglianza dei capifamiglia, dei pargoli della buona società o semplicemente di chi ha più potere, non a caso sempre figure maschili. Ma il vero motore delle storie di questo libro restano le donne, colonne di una società che si disgrega ad ogni moto della storia per ricostruirsi diversa ma con dinamiche simili. “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” si diceva nel Gattopardo e sembra che il Novecento napoletano, all’interno di famiglie grandi e piccole, ricche e povere, segua esattamente questo programma. La scrittura di Mara Fortuna riesce a restituirci l’energia del dialetto e la bellezza di anni barocchi, ci porta nel cuore della festa di Piedigrotta e ci fa assistere alla genesi di molte canzoni classiche del repertorio napoletano. Una saga familiare che attraversa eventi che hanno sconvolto il mondo per come lo conoscevamo e lo hanno rivoltato in una manciata di decenni, sul fondo di questi sconvolgimenti ci sono le storie, piccole e grandi delle persone come Ida, la canaria, che combatte per la sopravvivenza della sua anima fino a che può, e poi la sua famiglia e in particolare della sorella che le rimarrà sempre accanto, come sangue che si mastica ma non si sputa.

Raffaele Calvanese


Georgi Gospodinov – Il giardiniere e la morte

Voland, traduzione Giuseppe Dell’Agata

“Solo le storie sopravvivono. E il giardino che mio padre aveva piantato prima di andarsene.”

Un lutto non si supera. Un lutto si attraversa. Ed è proprio quello che fa Georgi Gospodinov, già molto amato dai lettori per Fisica della malinconia, Cronorifugio e tutte le altre storie sue e di Gaustin, nel suo ultimo libro Il giardiniere e la morte. Senza girarci attorno, perlomeno non è spoiler, Gospodinov attraversa la morte di suo padre in questo che è, come lo definisce lui stesso, un romanzo elegiaco, romanzo memoir o “romanzo giardino”, parole dette “per la botanica della malinconia”. C’è la morte, ma c’è stata e continua a esserci anche la vita. Quel giardino, tanto amato e curato dal padre per buona parte della sua vita, diventa luogo e metafora dell’esistenza stessa. Tra le tante piante e fiori e terra da zappare, infatti, si mescolano fatti, aneddoti, eventi storici bulgari e ricordi di famiglia che Gospodinov racconta e che gli permettono di respirare in mezzo al lutto, di lasciare andare ricordando. Questo libro può cominciare da qui, ci dice Gospodinov. Ma anche da qui e da qui. Ricorrendo a quella scrittura fortemente ricorsiva che è la sua cifra stilistica, lo scrittore veste i panni che erano suoi e sono stati indossati anche dal padre e lo sente più vicino. Come quando si sdraiava accanto a lui in un letto d’ospedale. Come quando suo padre, il giardiniere, faceva conoscere al figlio Georgi tutti i frutti del suo giardino, in un lungo elenco di frutti, piante e amore.  È un romanzo vero che può spaventare per il suo carico di dolore, Il giardiniere e la morte. Eppure porta con sé il luccichio di una speranza che non si spegne quando la vita finisce.

Federica Guglietta


Le nuove traduzioni di J. D. Salinger

Einaudi, a cura di Matteo Colombo

A undici anni dalla bellissima nuova traduzione de Il Giovane Holden, Einaudi fa uscire tutte insieme le restanti opere di Salinger – “Franny e Zooey”, “Alzate l’architrave, carpentieri – Seymour: Presentazione” e “Nove Racconti” , anche questa volta ritradotte in maniera eccelsa da Matteo Colombo. Se, in modo quasi miracoloso, il materiale originale non ha mai perso la sua modernità prorompente, continuando a essere attuale, le precedenti traduzioni, invece, iniziavano a accusare lo scorrere del tempo. Proprio in un meccanismo del genere si intravede il grande limite ma anche le splendide possibilità che la traduzione può offrire: e, in quest’ottica, il lavoro di Colombo è strepitoso. Arriva a dare nuova linfa a traduzioni che oramai avevano fatto il loro tempo, sincronizzando la mai obsoleta lingua di Salinger con un linguaggio fresco, spoglio di anacronismi e, per quanto possa sembrare banale dirlo, davvero salingeriano. È la posizione del grande traduttore, quella di stare accovacciato e nascosto nell’ombra dell’autore che traduce e qui, Colombo, si gode l’ombra dinoccolata dello scrittore newyorkese, limitandosi “solamente” a fornirgli un nuovo e più potente megafono. Un’operazione così ben riuscita non può che rappresentare un’occasione per reimmergersi nella meravigliosa epopea della famiglia Glass – vero corpus dell’opera di Salinger che ha come punto di impatto della pietra sull’acqua, da cui tutto si dipana concentricamente, l’indimenticabile “Un giorno perfetto per i pescibanana”, così intitolato nella nuova traduzione, contenuto nei Nove Racconti. E sarà proprio l’assenza di Seymour Glass a aleggiare costantemente in questi racconti, diventando la principale protagonista delle storie della famiglia più indimenticabile della letteratura americana.

Stefano Marino


Meryem El Mehdati – Supersaurio

Blackie Edizioni, traduzione Elisa Tramontin

Alle Canarie ci sono 25 gradi tutto l’anno. Alle Canarie vive Meryem. La storia di Meryem è una storia di perdita e di sconfitta, una storia di mutazione e di resa, di estrazione e deformazione del sè. Meryem ha venticinque anni ed è una stagista con borsa di studio da Supersaurio, la più grande catena di Supermercati dell’isola. Meryem non guadagna abbastanza per non vivere ancora con i suoi, Meryem è a tutti gli effetti in quel limbo della non-persona. Attraverso il libro viviamo la sua vita in azienda, l’odio viscerale per la sua collega Yolanda, la cotta per Omar, la separazione tra i due piani lavorativi, i dipendenti dell’azienda e quelli che sono gli ultimi tra gli ultimi: cassieri, magazzinieri, reparto pulizie. Meryem è brava, meticolosa, si fa strada. Il suo stage viene tramutato in un contratto interinale tramite Ranstad. Le sue giornate trascorrono tra amiche e colleghi, tra riflessioni sul mondo del lavoro che la sfrutta e non la appaga, sulla sua vita strettamente intrecciata a quello che riuscirà a mostrare. Guadagnerà abbastanza per un piccolo monolocale? Potrà smettere di fare avanti e indietro con il 91 che passa una volta all’ora? Possibile che le sue possibilità nella vita passino tutte attraverso Supersaurio? Ogni capitolo è un’incursione nei cubicoli e nelle scrivanie per seguire la grande costrizione. Meryem El Mehdati nel suo libro ci offre una riflessione sul lavoro sempre più precario, sempre più svilito, il lavoro come virus e il suo modo di attaccarsi nella mente. Un libro sull’essere “eroi” ma sul grande eterno rischio di non morire prima di diventare i cattivi.

Antonio Gatto


Ilaria Palomba – Purgatorio

Alter Ego

«L’amore che ho dato agli altri è stato superiore all’amore che avevo per la vita. È una blasfemia che non mi è stata perdonata». Ilaria Palomba ha ingoiato delle benzodiazepine, ha dato le spalle a Roma e si è lanciata nel vuoto. La morte cercata non arriva; alla fine e al silenzio subentra un tempo infinito e imprevisto: quello dei lunghi mesi trascorsi in una unità spinale, un “reparto intoccabili, dove la vita ci sembra enorme” per citare una canzone semidimenticata di Fabrizio De André. Purgatorio diventa così una sorta di memoir di quei giorni, la rievocazione sentimentale, emotiva, spirituale di una espiazione necessaria. Di un tentativo di amare la vita, sempre, chiedendole in cambio uno sforzo di ragionevolezza. Come Wordsworth, Palomba – che è anche poetessa – rievoca, a distanza, la personale geografia di passioni che scuotono quei giorni nonostante tutto: dalla letteratura – Thomas Bernhard – alla psicanalisi con l’amato Jacques Lacan, dalla musica classica – Schubert – agli uomini che ha amato o dei quali ha subito una seduzione tanto pericolosa quanto salvifica. Tutto in Purgatorio è strappo, uno squarcio sospeso tra il dolore insopportabile e la possibilità di un futuro. Purgatorio è stile e corpo, è poesia e frammenti di carne, di ossa, di corridoi asettici, di rese e tentativi di sopravvivenza. Classe 1987, pugliese di nascita ma romana di adozione, con Purgatorio, Palomba sembra trovare la traccia dentro a un solco di una voce letteraria definita: capace a un tempo di essere coraggiosa e tagliente, impietosa e lirica, onirica e brutalmente ancorata al vuoto della realtà.

Fabio Mastroserio


Mario Desiati – Malbianco

Einaudi

Si torna sempre dove si è stati bene? Forse. Ma questa è la domanda che ho posto nella mia testa a Marco Petrovici il protagonista di “Malbianco” nuovo libro del già Premio Strega Mario Desiati pubblicato lo scorso febbraio. Un viaggio quasi al “contrario”, di ritorno verso le radici naturali e di sangue. Quanti ulivi secolari abbiamo visto perire per un batterio, e il “malbianco” è proprio un parassita che “assomiglia a una nebbia che scende sulle foglie, sui germogli e sui frutti, riveste l’albero con un feltro bianco e ne fa sparire i colori” e colpisce non solo gli alberi più fragili ma anche quelli genealogici.

Desiati intreccia i rumori, gli odori e i nomi di una Puglia ancestrale a un’inesausta ricerca di senso: Marco porta un nome ereditato, un’identità già segnata prima di lui, e si muove in un paesaggio che diventa archivio vivente di traumi e speranze, dall’eco del fascismo e della Resistenza alla tensione verso un presente incapace di fermarsi. L’autore costruisce, così, un romanzo sulla fragilità delle certezze: le origini ci definiscono ma al tempo stesso cambiano, si frantumano, si mischiano, trovano terreno fertile altrove e ci costringono a fare i conti con una memoria mai del tutto nostra. Malbianco ci ricorda che tornare ai luoghi dell’infanzia significa spesso tornare a ciò che di noi resta irrisolto, a una storia più grande, scritta sui volti e nei silenzi di chi è venuto prima.

Valentina Carlucci


Jan Grue – La mia vita come la vostra

Iperborea, traduzione Eva Valvo

«Ogni tanto mi capita di incontrare persone che mi hanno conosciuto da bambino e non si aspettavano di rivedermi da adulto. Di solito nascondono la sorpresa per educazione. Hanno bisogno di un’apertura nel discorso, di una specie di vuoto, per esprimere ad alta voce il primo pensiero che hanno avuto vedendomi: Sei ancora vivo?»

Lo scorso marzo è uscito per Iperborea La mia vita come la vostra, un memoir in cui il norvegese Jan Grue racconta della sua patologia neuromuscolare e del modo in cui ha vissuto e vive – un modo in continua evoluzione perché il futuro è un viaggio verso l’ignoto. Oltre alla scoperta di esistenze con dinamiche lontanissime da quelle della maggior parte di noi, mi sembra molto interessante il punto di vista esterno adottato a tratti da Grue. Sì, perché, dopo aver avuto un figlio, trova a casa dei genitori tutte le cartelle cliniche che narrano, con i termini scientifici e freddi dei medici che lo hanno seguito fin dall’infanzia, il decorso della malattia. Qualcosa che, però, appare opposto alla visione che lo stesso Grue ha di sé: quella di una persona che vuole vivere come gli altri senza precludersi nulla, studiare all’estero, sposarsi, avere un figlio, pur non avendo alcuna certezza sul proprio futuro, se non quella di volercela fare a tutti i costi. Dentro questo libro, che a una prima occhiata può sembrare una raccolta di stralci e pensieri sul vissuto di Grue, c’è anche e soprattutto la ricerca di un linguaggio adatto a raccontare una storia non convenzionale, allontanandosi dalla tipica e triste visione che ci viene spesso propinata della disabilità.

Valentina Accardi


La riedizione di Giardino, cenere di Danilo Kiš

Adelphi, traduzione Lionello Costantini

Quando il bambino era bambino invocava l’angelo del sonno perché spegnesse il chiasso della coscienza. Quella era nata da poco, e iniettava nella testa i primi pensieri di morte che si vorrebbero cacciare via. In Giardino, cenere Danilo Kiš va indietro al tempo di una “mitologia infantile”, come un cacciatore di abachi – primi strumenti per enumerare le cose di cui abbiamo dimenticato. Lo scrittore torna ai ricordi capaci di risvegliare parole: quel che vediamo sono i movimenti delle stagioni, l’acqua del Danubio, la madre, il padre, le valigie, i treni, le stazioni, macchine da cucire e manoscritti incompiuti (il viaggio, il Libro, l’eterno vagare tra mansarde, tornano come frammenti nelle pagine dello scrittore bastardo, colui che non veniva da nessun luogo). “La letteratura è una terapia”, si confessava Danilo Kiš in una intervista, “una terapia che arriva in ritardo perché quando si avverte il male il rimedio non ha più effetto. E non si tratta di una mania, ma di una malattia”. In Giardino, cenere presentiamo il male che nasce nel giardino incantato dell’infanzia e si spande nella cenere che è la scrittura. Lo scrittore procede per tagli – “correzione e autodistruzione” – sulla pagina si alternano l’incanto e l’orrore, il primo amore e i morsi della fame. La voce di Andreas Sam è una avvisaglia all’offensiva degli autunni. Riemergiamo braccati ed estasiati, su un binario morto che uccide le illusioni, sempre con la speranza di una fuga in tasca.

Gio Taverni


Colin Walsh – Kala

Fazi editore, traduzione Stefano Tummulini

Ambientato nella cittadina di Kinlough, Irlanda, Kala di Colin Walsh è la storia della scomparsa di Kala, un’adolescente di 15 anni, e del suo gruppo di amici di allora che si ritrova involontariamente a fare i conti con la sua scomparsa, visto che i suoi resti sono stati appena trovati sul sito di un cantiere di un nuovo condominio. La storia è narrata attraverso tre punti di vista, quelli di Mush e Helen in prima persona, e quello di Joe, il suo ragazzo dell’epoca, in seconda persona. All’interno dei singoli capitoli si alternano la narrazione del presente e i flashback dell’estate che ha formato il gruppo di amici, di cui hanno fatto parte anche Aoife e Aidan. Mush e Helen saranno i due principalmente coinvolti nelle indagini ufficiose perché, nello stesso momento in cui viene ritrovata Kala, scompaiono le due cugine adolescenti di Mush e sorelle di Aidan, Donna e Marie, che stanno per diventare, inoltre, le sorellestre di Helen, poiché la loro madre sta per sposare il padre di Helen. Le due scomparse si uniranno, avendo molti punti in comune, e sveleranno i segreti che hanno portato alla morte di Kala, segreti intrecciati con le vite dei suoi amici e con la città intera. Il debutto di Walsh convince nella costruzione del mistero e soprattutto in quella dei personaggi, che nonostante abbiano provato a fuggire dai fantasmi del passato, questi sono tornati per rivelare ciò che è sempre stato volutamente ignorato da tutta Kinlough.

Ilaria Carpentieri