28 luglio Arena Flegrea, tappa napoletana per il quarantennale di ‘17Re’
Senza memoria, senza desiderio. Lo stato d’animo ideale di fronte ai concerti di band storiche. Senza il ricordo agrodolce del come eravamo, senza il confronto con l’ingombro del passato; ma anche senza aspettative, senza investimenti emotivi sul presente. In soldoni: ascoltiamo quello che c’è, con la consapevolezza che una sola cosa lega la gloria dell’epoca d’oro all’attualità: i grandi pezzi. E 17Re è stato un disco di canzoni straordinarie, emotive, urgenti: il meglio di una band nel pieno della creatività e dell’ispirazione.

Ecco perché i concerti dei rinnovati Litfiba stanno funzionando così bene: la performance integrale del loro capolavoro si regge per l’appunto sulla forza dei brani, complice la attualità dei temi e dei contenuti. Ma ciò non basta: per lasciare il segno servono anche una grande band e uno spettacolo solido. E il concerto napoletano, acclamato da una ribollente e colma Arena Flegrea (quasi seimila spettatori), lo ha dimostrato in pieno. I Litfiba del 2026, a quarant’anni dal loro storico secondo album, hanno portato a casa un eccellente risultato grazie a un live grintoso, elettrizzante, massiccio. Un concerto rock da manuale, con il filo rosso di una rivendicazione: il primato della musica suonata. Fisica, energica, essenziale. Non è poco, in tempi di IA.

Non è la prima volta che l’organico di metà anni ’80 si riunisce, un precedente eclatante fu quello del 2013 per il tour Trilogia 1983-1989, un bel successo anche se vicino al clima piatto della Trilogia degli Stati, Lp insignificanti e non certo memorabili. Invece il ritorno annunciato lo scorso ottobre, partito in quarta con il singolo 17Re e consacrato dal tour, ha senso perché isolato da altri progetti – la band infatti è congelata dalla fine del 2022 – e soprattutto “album-specific”: focalizzando l’attenzione sul 40nnale del loro disco più completo, riuscito e amato, i Litfiba si sono concentrati offrendo uno spettacolo praticamente inattaccabile. Suonato, tanto e bene.

Inutile soffermarsi sui singoli pezzi e sui singoli membri: scaletta serrata di due ore e mezza filata via con piacere, generosità e pathos, band compatta e affiatata. La forza di brani come Oro nero, Ferito, Apapaia, Tango e Re del Silenzio si ravviva grazie a una performance intensa, mai superficiale; il bis con il pre-17Re, ossia Istanbul, La preda e Eroi nel vento, è una sorta di ideale completamento concettuale; al tempo stesso i pezzi successivi, Santiago, Tex e Cangaceiro, confermano come già nel 1988 serpeggiassero anticipazioni della svolta rock del 1990, meno magica rispetto alla sensualità etnowave dell’86.

Una menzione a parte su Piero Pelù. Ha stupito la sua impeccabile tenuta vocale, dovuta probabilmente a un insieme di fattori artistici e fisici (la sicurezza di un repertorio antico e i noti problemi uditivi gli avranno consentito una migliore messa a fuoco dell’esibizione), ma le chiacchierate tra un brano e l’altro hanno svilito il concerto. Premesso che chi scrive condivide in larga parte ciò che il cantante afferma (ad es. la critica alle lobbies delle armi, il desiderio di generali e uomini forti), quello che davvero non regge è il suo linguaggio, tra il comiziante di paese, l’adolescente dall’infarinatura elementare e il piazzista che vuole sedurre la platea. Considerato che già 17Re tratta temi caldi e sentiti come il potere, i conflitti e l’antimilitarismo, le sue parole sono un’aggiunta retorica e prolissa – persino irritante, osservando alcune reazioni del pubblico.
Al netto del populismo, i Litfiba del 2026 sono una autentica potenza che celebra il senso e la ritualità rock.
Foto di Rosaria Aragiusto

